east forum 2016

Se l’integrazione nel mercato del lavoro e nelle comunità locali funziona, la migrazione può essere un’opportunità per le economie. Quindi le politiche d’integrazione – come lo studio della lingua, l’educazione professionale e le iniziative per adattare le competenze alle esigenze del business – sono cruciali per promuovere un circolo virtuoso: più migranti che trovano lavoro significano meno spesa pubblica e più persone che pagano tasse e contributi previdenziali.

Nell’era della globalizzazione, le barriere ai migranti sono una minaccia non solo per la crescita economica ma anche per la sostenibilità delle economie. A livello globale, infatti, la popolazione sta invecchiando. Se nel 1950 solo 14 milioni di persone avevano superato gli 80 anni di vita, oggi sono oltre 100 milioni, e le proiezioni indicano che ce ne saranno quasi 400 milioni entro il 2050. Con il tasso di fertilità in caduta libera al di sotto dei livelli di ricambio in tutte le regioni del mondo tranne l’Africa, gli esperti prevedono un rapido incremento degli indici di dipendenza e una diminuzione della forza lavoro nei Paesi dell’OCSE da circa 800 milioni a quasi 600 milioni entro il 2050. Il problema è particolarmente acuto in America del Nord, Europa e Giappone.

Come detto in precedenza, la crisi migratoria in corso è principalmente alimentata dalla complessa situazione nel Medio Oriente. Tuttavia, ci sono anche altre forze che assicureranno in futuro che l’immigrazione in Europa resti un tema in agenda ancora per molto tempo, ben oltre la fine del conflitto in Siria. Mentre l’Europa è un continente ricco e che sta invecchiando con una popolazione stagnante, le popolazioni di Africa, Medio Oriente e Sud dell’Asia sono più giovani, più povere e in rapida crescita. Mentre nel 1900 i Paesi europei avevano circa il 25% della popolazione mondiale, oggi sono arrivati al 7%. Al contrario, l’Africa conta per più di un miliardo di persone oggi e, secondo le Nazioni Unite, si arriverà a quasi 2.5 miliardi entro il 2050.

Secondo la Commissione Europea, l’invecchiamento è una delle sfide economiche e sociali più importanti del ventunesimo secolo per le società europee. Basti pensare al seguente dato: 27 dei 30 paesi e territori a livello globale con le percentuali più alte di persone con 65 anni ed oltre vivono in Europa. Nel 1950, secondo le Nazioni Unite, l’8% della popolazione del Vecchio Continente aveva 65 anni o più; dal 1990 quella quota è salita sino al 12.7%, ed è stimato al 17.6% nel 2015. La Commissione Europea prevede che la popolazione della Germania – l’economia europea più forte – si contrarrà dagli 81.3 milioni del 2013 a 70.8 milioni nel 2060. Inoltre, la Commissione stima che entro il 2025 più del 20% degli Europei avrà 65 anni o oltre, con un rapido incremento del numero degli over 80.
 

Tali sviluppi mettono pressione sui sistemi europei di welfare, i conti pubblici e in generale le economie nazionali perché il numero di persone in età lavorativa diminuisce proprio mentre il numero di lavoratori in pensione aumenta. Secondo alcuni analisti l’arrivo di migranti potrebbe dare benefici di lungo termine per un Europa che invecchia, rinnovando l’offerta di lavoro con lavoratori più giovani da cui dipendono i pensionati del continente. Secondo la Banca Mondiale, la vera questione politica per i paesi dell’Europa centrale e i paesi baltici non è se accettare o meno i migranti, ma piuttosto come trasformare la sfida attuale della crisi dei migranti in un’opportunità. I migranti hanno il potenziale sia di alleviare i numeri in declino dei lavoratori, sia di dare una spinta all’innovazione, introducendo idee e prospettive nuove. Alla luce di ciò, è cruciale che l’opinione pubblica sia adeguatamente informata circa i benefici che possono venire dai migranti e dalla loro integrazione nelle società europee.

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