Assad, da incendiario a pompiere

Passerà alla storia come colui che, pur di mantenersi al potere, si è proposto come il pompiere dell’incendio jihadista che lui stesso ha contribuito ad appiccare.

Bashar al Asad nel settembre scorso ha passato la soglia dei 50 anni e dal luglio 2000 è presidente della Repubblica Araba di Siria. Dalla primavera 2011 la sua autorità è stata contestata in modo massiccio e senza precedenti in ampie zone del Paese. Oggi è un simulacro di quella ereditata dal padre Hafez, per 30 anni padre-padrone della Siria e a capo del sistema clanico-politico più longevo del Medio Oriente arabo.

Poche ore dopo le stragi parigine del 13 novembre, Asad ha ripetuto il suo “ve l’avevo detto”. Nell’autunno 2012, quando la rivolta popolare anti-governativa si era ormai militarizzata e radicalizzata in senso islamico, il raìs di Damasco affermò che chiunque avesse tentato di destabilizzare il potere avrebbe trasformato il Paese in un nuovo Afghanistan. Dal 2013, quando l’organizzazione dello Stato islamico (Isis) ha fatto il suo ingresso ufficiale nel nord ed est siriano, da più parti si parla di “afganizzazione” o “somalizzazione” della Siria. Un paese sempre più frammentato, diviso in zone d’influenza gestite da signori della guerra spesso affiliati a potenze regionali.

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