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Il cuore dell’Europa

Il 2015 è stato l’anno più duro della storia francese recente. Un paese sconvolto dagli attacchi terroristici e preso a bersaglio perché rappresenta un modello ed esprime un’oggettiva centralità nel nostro mondo.

Si discute da tempo del ruolo della Francia in Europa. Se ne parla molto ma in modo tutt’altro che univoco. Si sovrappongono le tesi su un avvitamento della Francia in una crisi di competitività senza precedenti e quelle che nella Francia ripongono tutte le speranze di rilancio dell’integrazione europea, data la riluttanza tedesca a spingere per una maggiore unità e la debolezza delle istituzioni europee.

Altri vedono nella Francia l’unico paese europeo con una capacità militare adeguata alle responsabilità globali dell’Ue, altri ancora si concentrano sulla crisi del sistema politico transalpino che nel 2017 potrebbe riproporre la stessa sfida a 3 del 2012, Hollande, Sarkozy, Le Pen, un caso unico in tempi in cui gli elettori chiedono rinnovamento. Da una parte i due capi del sistema, Hollandee Sarkozy, e dall’altra Marine Le Pen descritta come il capo dei barbari che sta cingendo Roma di un assedio sempre più stretto. La Francia è protagonista del dibattito europeo anche sulla difficile partita del referendum sulBrexit, la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

Quando si pensa a qualcuno in Europa che potrebbe rompere l’unanimismo di facciata contrario al Brexit si guarda Parigi, forse per l’opposizione di De Gaulle che tenne Londra fuori dall’Europa comunitaria per tutti gli anni Sessanta. Si pensa cioè che quando entrerà nel vivo il negoziato sulle concessioni che Cameron chiede per fare campagna a favore del Sì all’Europa, sarà la Francia a porre quei limiti rilanciando l’idea che la vera Europa unita sia più semplice con la Gran Bretagna fuori.

E ancora, ogni volta che tra Bruxelles, Berlino, Londra e Francoforte si parla delle famose “riforme strutturali”, si cita la Francia tra i paesi “strutturalmente” riottosi.

Tutto questo solo per citare alcune idee ricorrenti che portano la Francia al centro del dibattito europeo di questo tempo. E, come si vede, in modo tutt’altro che univoco.

Questa “centralità controversa” pare oggi uno dei punti interessanti della riflessione sulla Francia e la chiave di lettura utile a capire il dibattito francese e il ruolo della Francia in Europa. Analisi e riflessioni legate a temi diversi e frutto di sviluppi più che complessi durante questi anni di crisi finanziaria ed economica che ha attanagliato il continente e messo a rischio la stessa moneta unica.

La centralità rimane oggettiva. Lo si è capito con intensità emotiva globale e senza precedenti nei giorni successivi all’attentato a Charlie Hebdo e ai fatti tragici della notte del 13 novembre. Le manifestazioni di sentimenti positivi nei confronti del modello francese sono parte emotiva di un complesso di legami che vanno analizzati con attenzione. Cominciamo col contesto dell’Europa comunitaria.

A parte i richiami a una generale continuità storica, questa centralità è anche frutto di specifiche dinamiche europee come quelle legate al “nuovo intergovernalismo” che da un quinquennio ha preso piede nelle istituzioni comunitarie. La Commissione europea ha visto crescere, a proprio danno, il ruolo centrale del Consiglio europeo, è stata soppiantata nella scorsa legislatura dal Consiglio nel ruolo centrale di “sala macchine” comunitaria. E il Consiglio è portatore di metodo intergovernativo piuttosto che d’istanze comunitarie.

Con uno slogan, si potrebbe dire che l’Unione degli Stati europei sta prendendo il posto dell’Unione europea. Gli Stati membri prevalgono su Bruxelles, gli accordi tra di loro danno la linea alle istituzioni comunitarie. In questo quadro, il peso degli Stati Nazione conta. E di conseguenza la Germania conta più di tutti perché è il più grande paese e la sua economia appare oggi la più competitiva dell’area euro.

Ma è anche vero che contro la Francia o senza l’assenso della Francia la Germania non ce la fa. Questa fase di “nuovo intergovernalismo” ha rilanciato nei fatti il ruolo della relazione franco-tedesca e ha ridato un ruolo alla Francia a prescindere dai suoi problemi interni. La Germania ha bisogno della Francia, soprattutto in politica estera e di sicurezza, come insegnano le vicende delle crisi in Ucraina e Siria che tante conseguenze stanno avendo sulla vita dei popoli europei. Se quindi l’Ue riscopre un nuovo ruolo degli Stati Nazione è naturale che questo ridia centralità alla Francia, paese fondatore e guida indiscussa per i primi decenni della vita comunitaria, tanto da aver imposto molti degli acronimi e dei termini linguistici che ancora oggi segnano la vita delle istituzioni, da “Coreper” a “Acquis communautaire”. Ma è una centralità diversa da quella di un tempo, perché è soprattutto la Germania che profitta di questo intergovernalismo.

Sempre a proposito della centralità, è indubbio che in materia militare e di politica estera la Francia oggi abbia un ruolo cruciale. Si tratta dell’unico paese europeo che in questi anni di crisi finanziaria non ha ridimensionato il suo apparato militare e ha mantenuto una capacità d’intervento che pochi altri possono oggi vantare. La forza militare della Francia e la sua conseguente centralità negli equilibri geopolitici emerge ancora di più se paragonata a quella degli altri tre Stati membri europei del vecchio G7. La riluttanza della Germania su questo terreno è strutturale e non facilmente modificabile a breve. L’Italia ha visto crescere negli ultimi 20 anni la propria capacità di partecipazione alle missioni militari internazionali ma senza potersi ergere ad attore in solitario o con ruolo di leadership. La Gran Bretagna infine appare il caso più particolare giacché le sue spese militari hanno subìto molti tagli e l’impatto della vicenda Blair- Iraq è ancora vivo in un’opinione pubblica ostile a vedere i propri soldati coinvolti in qualunque nuova avventura militare. Unico interlocutore diretto degli Usa in questo campo per via anche del proprio status di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è dunque la Francia. La vicenda della Siria e gli attacchi a Daesh sono esemplari di questo.

Molti motivi quindi per parlare di nuova centralità della Francia e altrettanti per parlare di centralità controversa, per le contraddizioni che in campo economico e politico emergono in questi anni. Nodi che si trascinano da tempo e sembrano ora giungere al pettine. La Francia non ha vissuto le crisi che hanno coinvolto i Paesi dell’Europa meridionale. Il ruolo della politica, dello Stato e dell’autorità non è stato messo in discussione come in Italia o in Spagna. Anche in Francia vi sono stati successi significativi di partiti antisistema e di varie forme di populismo, ma il sistema politico basato su un forte bipartitismo ha retto grazie anche alla storica forza delle sue istituzioni. I due partiti principali hanno fatto argine ma non sono riusciti a voltare pagina e a neutralizzare le spinte populiste del Fronte nazionale. Esiste una crescente pressione antisistema la cui forza e i cui effetti concreti sono difficilmente prevedibili sul breve periodo.

Quali saranno gli effetti di questa marea montante? Può accadere che i partiti politici tradizionali ringiovaniscano ed emergano nuove leadership. O che i partiti stessi vivano fratture, ricomposizioni o nascano nuovi soggetti. Infine non è escluso che il sistema non riesca più a marginalizzare il fenomeno Le Pen. È possibile che la crisi della politica, dell’autorità e dello Stato si affacci anche in Francia.

Una centralità controversa quindi, carica di aspettative e problemi, resi ancora più intensi dai drammatici attentati che nel 2015 hanno colpito Parigi e hanno tentato di piegare il modello che la capitale francese rappresenta nel mondo. L’effetto alla fine è stato ridare ancora più forza a questo modello e confermare e rafforzare la controversa centralità della Francia in Europa. 

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