Il futuro si decide a Vienna, senza i Siriani

Ai colloqui di Vienna, hanno partecipato 17 potenze, nel tentativo di risolvere il destino di un paese. Colpisce l’assenza dei Siriani al tavolo delle trattative.

L’inizio dei colloqui di Vienna lo scorso ottobre e la creazione del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria, che riunisce 17 Stati sotto la leadership di USA e Russia, rappresenta un rinnovato sforzo internazionale nell’elaborazione di un percorso di uscita dalla devastante crisi siriana dopo il fallimento della 2° conferenza di Ginevra del gennaio 2014.

Un bilancio delle vittime che secondo le stime supera il quarto di milione, con più di 11 milioni di sfollati e centinaia di migliaia di rifugiati in Europa, l'ascesa dello Stato Islamico (IS) e le crescenti minacce all'integrità territoriale dell'intera regione hanno indotto gli attori internazionali a incontrarsi di nuovo, nella speranza di riuscire a placare questo terribile conflitto.

I recenti attacchi dell’Is in Turchia, Egitto (dove è stato abbattuto un aereo russo), Libano e a Parigi (quest’ultimo il più critico per l’Occidente) hanno dato un nuovo slancio ai colloqui. I partecipanti hanno già stabilito una tabella di marcia per la fine del conflitto e l’avvio di un processo di transizione politica. Sebbene si tratti di un notevole passo avanti dall’assai controverso Comunicato di Ginevra del 2012, non sarà semplice realizzare questi intenti sul territorio e risolvere la questione del futuro di Bashar al-Assad.

Ma gli illustri assenti a Vienna erano proprio i Siriani.

Benché tutti i partecipanti si siano dichiarati a favore di un processo “guidato e definito dalla Siria”, ai colloqui di Vienna i rappresentanti del Paese straziato dalla guerra non c’erano. Tant’è che nelle cerchie siriane gira la voce, forse falsa, che l’unico siriano nei paraggi fosse un cameriere dell’albergo.

È questa la sorte della Siria, il cui futuro è contrattato da attori esterni, mentre la guerra continua a mietere migliaia di vittime ogni mese.

Per quanto possa sembrare deplorevole, l’assetto della Conferenza di Vienna riflette accuratamente la forte internazionalizzazione del conflitto e la necessità di coinvolgere soggetti esterni per tentare di mobilitare iniziative di pace sul territorio. Tutto ciò non si deve solo alle feroci ostilità che rendono il dialogo intra-siriano quasi impossibile nell’immediato, ma anche al fatto che gli attori esterni sono giunti a un altissimo livello di coinvolgimento nel conflitto. L’appoggio fornito dagli sponsor esterni permette ai molteplici schieramenti di portare avanti la guerra e ne condiziona l’andamento.

L’ultimo esempio di questa dinamica è il recente intervento militare della Russia, che con la sua campagna di bombardamenti ha fornito un sostegno decisivo ad Assad. Mosca è scesa in un campo affollato, unendosi a un assortimento di forze occidentali e locali già profondamente coinvolte nel conflitto.

Quattro anni fa l’arresto di un gruppo di scolari autori di graffiti anti-governo nella città meridionale di Daraa era sfociato in un’insurrezione contro il regime oppressivo di Assad. Allora quasi nessuno immaginava che quello fosse il preludio di un aspro conflitto internazionale in cui il bene del popolo siriano sarebbe stato propugnato più che altro a parole. La dura verità è che i Siriani, sebbene rimangano gli attori chiave sul territorio, vengono usati come pedine all’interno di una partita geopolitica a somma zero. Persino l’Is, invece di rappresentare un incentivo a sedare le ostilità, è diventato un comodo strumento di cui le parti si servono per giustificare le proprie versioni e l’irrigidimento delle rispettive posizioni.

I presupposti di questo conflitto prettamente locale sono riconducibili all’invasione dell’Iraq guidata dagli Usa nel 2003, che ha rafforzato l’influenza iraniana all’interno del Paese a scapito delle forze allineate con gli Stati arabi sunniti, ribaltando a favore di Teheran un equilibrio consolidato nella regione. Quando le proteste sono esplose in Siria, allora alleata con Teheran, l’Arabia Saudita, appoggiata da Turchia e Qatar, ha fiutato l’occasione di sottrarre il Paese all’orbita dell’Iran e rimediare così agli squilibri regionali. La risposta prevedibile dell’Iran, intenzionato a mantenere la propria influenza nella regione come cordone difensivo contro l’Occidente, Israele e gli avversari locali, è stata quella di intensificare il conflitto schierandosi con Assad.

Allo stesso tempo la Siria è stata investita da altre diramazioni del conflitto: da un lato Arabia Saudita, Qatar e Turchia si stanno contendendo la leadership dell’islam politico sunnita in una guerra che si estende fino all’Egitto e alla Libia; dall’altro la Siria del nord ha assistito all’intensificarsi delle tensioni tra le forze curde, che aspirano a ritagliarsi una regione autonoma simile a quella dei Curdi in Iraq, e la Turchia, che vuole scongiurare un ulteriore rafforzamento dei militanti del Pkk.

Tali divergenze tra i sostenitori dell’opposizione hanno prodotto scissioni debilitanti e preparato un terreno fertile (anche se il motore trainante rimane sempre la brutalità di Assad) per la proliferazione di forze ancora più radicali, talvolta mobilitate da attori del luogo.

Tutti questi contrasti hanno assunto una portata internazionale sempre più vasta da quando i Paesi occidentali e la Russia sono entrati in gioco a fianco dei rispettivi alleati nella regione, scatenando una spirale di violenze. Com’era da prevedere, il recente intervento russo ha spinto gli Stati del Golfo a potenziare gli aiuti militari alle forze dell’opposizione, tra le altre cose tramite rifornimenti di nuovi e assai potenti missili anticarro. La notizia del supporto fornito dagli Usa ai combattenti dell’opposizione dimostra la crescente internazionalizzazione di una “guerra per procura” tra le grandi potenze, anche se la riluttanza di Obama a intervenire direttamente nel conflitto è indubbia.

Sullo sfondo di queste premesse la pace sembra più lontana che mai. Ma vista la chiara necessità di disinnescare la dimensione esterna del conflitto, il processo di Vienna rappresenta forse l’unico barlume di speranza. In fin dei conti 4 anni di aspri combattimenti hanno dimostrato che non ci sono alternative. Per il momento, Vienna ha sancito il rinnovamento della preziosa cooperazione russo-americana e ha segnato la prima partecipazione congiunta di Iran e Arabia Saudita ai negoziati – sviluppi che contrastano fortemente con quanto accade sul territorio. Eventuali svolte su questi fronti potrebbero tradursi in notevoli progressi verso un tanto auspicato allentamento delle tensioni e il successivo raggiungimento di una soluzione politica.

Indubbiamente si tratta solo dell’inizio di un lungo processo e potrebbe rivelarsi poco più dell’ennesima falsa partenza, provocando un’intensificazione degli scontri invece che l’avvio di un percorso di distensione. Ma prima o poi gli attori esterni dovranno passare il testimone al popolo siriano e gli Stati occidentali dovrebbero accogliere i colloqui di Vienna come l’inizio di questo processo. 

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GUALA
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