Il Sultano sul tetto che scotta

Dopo la vittoria schiacciante alle urne, l’Akp dovrà affrontare i temi spinosi all’ordine del giorno in Turchia. I Curdi, la nuova costituzione e la crisi siriana sono le “patate bollenti” all’indomani delle elezioni turche.

Alle elezioni anticipate dello scorso 1 novembre la paura del cambiamento si è impossessata dell'elettorato turco. Chi aveva abbandonato il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) alle elezioni del 7 giugno ha fatto marcia indietro nel giro di soli cinque mesi. L’AKP si è aggiudicato una netta maggioranza in Parlamento e potrà governare il Paese da solo per almeno altri 4 anni, anche se adesso deve far fronte a complesse questioni di politica interna ed estera.

Il 10 ottobre migliaia di pacifisti si sono radunati ad Ankara per denunciare le violenze che hanno investito il Paese a partire da luglio ma la manifestazione è stata stroncata da due attentatori suicidi che hanno provocato 102 morti e oltre 100 feriti. È stato il più grave attacco terroristico nella storia della Turchia.

Un attentato analogo avvenuto il 20 luglio nella città di Suruc, al confine con la Siria, è costato la vita a 34 giovani attivisti. La procura di Ankara ha attribuito entrambi gli attentati ai militanti dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIL).

In seguito alla strage di Suruc il delicato processo di pace tra le autorità turche e i separatisti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) si è rapidamente logorato. Un gruppo affiliato al PKK ha ucciso due agenti della polizia turca mentre il Governo ha rilanciato le operazioni militari contro i separatisti  e imposto il coprifuoco in varie province curde.

La Turchia ha goduto di pace e stabilità fino alle elezioni del 7 giugno, quando l’AKP ha perso la maggioranza e indetto elezioni anticipate. Nel giro di cinque mesi, con l’avvicinarsi della data delle elezioni, il Paese è sprofondato in un bagno di sangue.

Il nuovo mandato riserva all'AKP, che ha ben 13 anni di governo alle spalle, sfide difficili sia in casa che all’estero. L’ondata di attacchi terroristi del PKK e dell’ISIL ha colpito non solo il sud-est della Turchia ma anche l’industria del turismo nazionale. La paura dell’instabilità sta intaccando il benessere  del Paese: l’economia rallenta, l’inflazione e la disoccupazione sono aumentate e la lira è crollata.

Un ottimista potrebbe aspettarsi che l’AKP, un tempo coraggioso fautore del trattato di pace con i curdi, cerchi immediatamente una riconciliazione col PKK. Eppure, appena due giorni dopo le elezioni, i funzionari del partito vincente hanno annunciato di voler continuare le operazioni militari contro i separatisti. Le autorità turche si dicono disposte a riprendere il processo di pace, al momento “congelato”, a patto che il PKK deponga le armi e si ritiri dal territorio turco.

Il progetto di varare una nuova costituzione che istituisca una repubblica presidenziale accrescendo il potere del Presidente Recep Tayyip Erdogan, uno dei fondatori dell’AKP, è ormai da tempo in agenda ma gode ancora di un sostegno piuttosto limitato.

Ciononostante, appena qualche giorno dopo le elezioni del 1 novembre, Erdogan ha fatto capire di non aver accantonato le sue mire di potere. Per soddisfarle basterebbe una manciata di voti oltre all’attuale maggioranza parlamentare del suo partito. 

Il portavoce del presidente, Ibrahim Kalin, ha ventilato la possibilità di un referendum che chiamerà i cittadini a esprimere il loro parere sul disegno di Erdogan .

Il progetto di riscrivere la costituzione per creare una presidenza forte che superi il tradizionale ruolo di rappresentanza sembra destinato a dominare la politica interna del Paese nell’immediato futuro.

Gli oppositori sono spaventati da questa prospettiva, e a ragione. I laicisti turchi temono che Erdogan imponga il suo modello di Islam a un sistema politico già da tempo secolarizzato. Il giro di vite applicato ai media e la persecuzione di giornalisti, burocrati e accademici dell’opposizione hanno dissipato ogni dubbio sulle sue tendenze autoritarie.

La repressione della libertà dei media ha destato preoccupazioni in campagna elettorale e ne desta tuttora. All’indomani delle elezioni del 1 novembre la polizia  turca ha fatto irruzione nella sede della rivista Nokta, confiscando le copie dell’ultima edizione e arrestando due giornalisti.

Il nuovo governo deve anche fare i conti con le minacce alla sicurezza della regione, per lo più legate al conflitto siriano, intensificatosi in seguito agli attacchi dell’ISIL.

Dall’inizio del 2015 la posizione turca rispetto alla crisi siriana si è avvicinata sempre più a quella degli Stati Uniti. La Turchia ha permesso alle forze della coalizione guidate dagli USA di servirsi della base aerea NATO di Incirlik per bombardare le postazioni dell’ISIL. L’aviazione militare turca sta partecipando alla campagna aerea contro il gruppo jihadista, benché questo esponga il Paese a maggiori rischi di sicurezza.

La Turchia risente della guerra civile siriana per via della minaccia incarnata dall’ISIL e dell’ascesa del Partito dell’Unione Democratica (PYD) nel nord della Siria. Ankara vede nel PYD e nel suo braccio armato, l’Unità di Protezione Popolare (YPG), un’estensione del PKK. L’appoggio degli USA ai curdi siriani infastidisce la Turchia, generando tensioni tra i due alleati.

In Turchia vivono più di 2 milioni di rifugiati siriani, di cui appena 250.000 nei campi profughi. Gli altri tentano di sopravvivere in diverse zone del Paese. L’intervento militare russo in Siria rischia di prolungare il conflitto, provocando una nuova ondata migratoria ingestibile per la Turchia, che finirebbe per riversarsi sulle frontiere europee. Il nuovo Governo dell’AKP dovrà quindi riconsiderare la propria posizione rispetto alla Siria e all'afflusso di profughi.

Il governo turco è sempre stato uno dei più fervidi oppositori del Presidente siriano Bashar al-Assad e ne invoca da tempo la destituzione, ritenendola indispensabile per la realizzazione di una pace duratura. Ma Ankara sta ricalibrando la prospettiva:  ha approvato un piano internazionale che prevede una fase di transizione politica per la Siria, durante la quale Assad rimarrebbe in carica per sei mesi.

Il Presidente Erdogan non esclude questa soluzione, dimostrando un profondo cambiamento di rotta della politica estera turca rispetto alla crisi siriana.

Lo scorso 24 novembre la Turchia ha abbattuto un Su-24 russo al confine con la Siria. L’incidente alimenta timori da guerra fredda: l’ultimo abbattimento di un jet russo da parte di un membro della NATO risale al 1952.

Secondo Ankara il caccia russo avrebbe violato lo spazio aereo turco durante un’incursione in Siria contro gruppi turcomanni sunniti che la Turchia considera etnicamente affini.

Il Presidente russo Vladimir Putin ha parlato di “pugnalata alla schiena” e ha preannunciato gravi ripercussioni sui rapporti bilaterali, sanzioni economiche comprese.

Nel tentativo di allentare la tensione Ankara ha cercato il dialogo, ma non ha porto le scuse pretese da Mosca. La Turchia si ritrova ad affrontare un altro complesso risvolto della crisi siriana, che riguarda uno dei suoi più importanti partner in ambito commerciale, energetico e turistico. È improbabile che si giunga al conflitto militare, ma una fase turbolenta tra i due Paesi è inevitabile.

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