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Islam in Europa

La maggioranza dei musulmani alla ricerca di rifugio in Europa fugge dall’integralismo settario che si è consolidato nel caos dei loro paesi. Questi rifugiati possono costruire un movimento politico forte, che dia voce alla maggioranza musulmana.

Ci servono musulmani moderati e organizzati, in Europa. Ci servono per contrastare l’islam radicale, il terrorismo jihadista e per limitare lo scontro di civiltà dichiarato dal Daesh (o Isis). In mesi segnati dal terrore e dalla paura, quando il desiderio sarebbe di chiudere al più presto i giorni dell’angoscia, non è facile prendere questo punto di vista: è una strada difficile e lunga. Sarà però una delle grandi questioni che l’Ue avrà di fronte nel 2016.

Soprattutto, è probabilmente una direzione obbligata: nel XXI secolo, credere di potersi isolare dall’islam è un’illusione; a meno di creare fortezze e preparare guerre. La domanda, quindi, è: abbiamo la possibilità di favorire la nascita di un islam moderato che sappia fare da contrappeso al radicalismo e che aiuti ad attenuare le paure degli europei? Ci sono le condizioni per farlo?

In teoria, ci sono. Lo scorso 20 agosto, Laith Majid, un ingegnere iracheno, fu fotografato mentre sbarcava da una piccola imbarcazione sull’isola greca di Kos. Abbracciava due dei figli e scoppiava a piangere. La fotografia fece il giro del mondo e fu una delle testimonianze del dramma dei rifugiati che fuggono le bande armate che percorrono la Siria e l’Iraq. Bande criminali, spesso, e ancora più di frequente bande che si muovono sull’onda di motivazioni religiose: musulmani che tiranneggiano, quando non massacrano, altri musulmani. In settembre, l’ingegner Majid è stato fotografato a Berlino, davanti alla Porta di Brandeburgo.

In braccio aveva la figlia e nell’altra mano mostrava la fotografia diventata famosa settimane prima. La teneva in evidenza perché quell’immagine non solo aveva commosso gli occidentali: era finita sui cartelli dei manifestanti di Baghdad sotto la scritta: “Questo è quello che il nostro governo fa al suo popolo”.

La storia della famiglia Majid è il racconto di un lato nascosto di ciò che sta succedendo da mesi. I profughi che arrivano in Europa sono in gran parte coscienti della tragedia che stanno vivendo, della casa che hanno dovuto vendere per pagarsi il viaggio, degli amici e dei cari che hanno dovuto abbandonare per mettere al sicuro i figli. Del lavoro che hanno perso. Sanno che una delle cause principali di tutto questo è l’islam radicale. E sanno che il porto di destinazione è l’Europa, soprattutto i paesi che hanno promesso di dare loro asilo. Lo sa chi fugge e lo sa chi resta a Baghdad e a Damasco.

Con questi rifugiati è possibile collaborare per rafforzare un islam moderato e moderno, politicamente consapevole e organizzato, in Europa (e forse non solo), strutturato anche dal punto di vista delle associazioni sociali. Con una voce sua originale, capace di fare un discorso d’integrazione e di convivenza in Europa, di dialogo con la cultura e con le istituzioni del Vecchio continente. L’opportunità è lì, forse la più grande da quando la questione dell’immigrazione islamica si è posta. C’è una base sociale che sa di essere segnata dalle cicatrici del settarismo e del terrorismo islamista e di essere accolta in Occidente: è su questa consapevolezza dei profughi che la politica e le società europee dovrebbero collaborare e costruire.

“Io do con piacere dieci euro ad alcuni rifugiati musulmani in difficoltà che vivono vicino a casa mia ogni volta che li vedo – mi diceva di recente un intellettuale che vive tra Italia e Svizzera – di tanto in tanto chiacchieriamo del più e del meno.

A volte mi domando però se per loro sono soltanto un infedele”. Sarebbe bello potere aiutare l’intellettuale italo-svizzero a non sentirsi minacciato dai suoi vicini musulmani. Forse, si può fare. Il modo, probabilmente l’unico, per dargli una mano non è tagliare le mani ai due musulmani. Nemmeno cacciarli dall’Europa, non ci si riuscirebbe. Neanche chiudere le frontiere per non farne arrivare altri: arriverebbero comunque. E ognuna di queste soluzioni radicali sarebbe il tradimento degli ideali e della cultura occidentali che l’intellettuale dice di volere difendere dalla minaccia di un’interpretazione ostile della religione. Non abbiamo alternative: ai rifugiati va dato asilo e vanno integrati.

I timori, le paure dei cittadini europei non vanno però sottovalutati, ancora meno disdegnati. Ogni studio sociologico spiega che la paura del diverso è radicata nelle società e si riflette nelle diverse disponibilità ad aiutare il vicino simile o l’immigrato sconosciuto. Le diffidenze reciproche, sulle quali agisce l’integralismo, fanno il resto. Per questo, le politiche d’integrazione dovrebbero prendere il centro della discussione e dell’attività dei governi. Dare lavoro, alloggi, scuole, spazi culturali e religiosi ai rifugiati ha senso anche per evitare le esperienze francesi e britanniche di ghetti nei quali il terrorismo cattura le seconde e le terze generazioni di immigrati rimasti ai margini. In parallelo, si tratta di pretendere che chi arriva rispetti le leggi e i costumi del paese che li ospita. Purtroppo, di questo si discute poco in Europa, pochissimo.

L’opportunità data dal grande flusso di profughi, però, è senza precedenti e ineludibile. Assieme a loro arrivano, camuffati, anche terroristi di Daesh o di altre organizzazioni. I quali arriverebbero comunque, come si è visto. Ma il numero di chi dall’integralismo settario e violento è scappato è immensamente superiore. Riusciamo a dargli voce e gambe per costruire un’entità politica e sociale che prenda responsabilità di se stessa e costruisca nel rispetto reciproco? Rispondere No significherebbe sostenere che la cultura e la capacità di attrarre della cultura europea liberale è davvero debole. 

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