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La cucina dei migranti

Per chi ha percorso migliaia di chilometri in cerca di asilo lontano dalla propria terra, coltivare le tradizioni culinarie è un modo per sentirsi un po’ a casa.


E, a volte, anche per trovare un lavoroPer mangiare una buona pizza non c’è bisogno di andare a Napoli: da Melbourne a Los Angeles, la pasta di pane condita con pomodoro e mozzarella ha fatto il giro di mondo, seguendo le rotte degli emigranti italiani. La pizza è il simbolo delle evoluzioni gastronomiche indotte dai flussi migratori. Oggi, in ogni città europea, si possono gustare kebab, riso cantonese o pollo tandoori. Il bagel, che ci sembra così newyorkese, è stato portato negli Stati Uniti dalla comunità ashkenazita polacca e il couscous, classificato fra i piatti favoriti dei francesi, viene dal Nord Africa.

Da secoli gli esseri umani sono pronti a qualsiasi sacrificio per tentare di conquistarsi una vita migliore altrove ma a una cosa non rinunciano: alla loro cucina, complesso bagaglio di ingredienti, tecniche e ricette. Perché il cibo è un’esperienza viscerale - un mezzo per appagare il corpo - ma anche una via per coltivare la propria identità. “Esiste una ‘nostalgia alimentare’, per non perdere sapori che sono ricordi e che fanno sentire a casa”, commenta l’antropologa e blogger italiana Alessandra Guigoni.

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