La lezione degli Stati Uniti sul terrorismo

La lezione sul terrorismo che gli USA possono dare all’Europa Non basta avere paura. Per sconfiggere il nemico, è necessario conoscerlo e combatterlo con una intelligence ben coordinata. Gli Usa lo sanno…

Lo scorso venerdì 13 novembre anche gli USA si sono fermati, di fronte al massacro di Parigi. Ma è stato solo uno stop temporaneo. “La vita deve andare avanti, sempre e comunque”, dicono tutti. Del resto, gli statunitensi sono abituati a vivere così, in un modo che può sembrare cinico e fatalista, ma è invece solo realista. E lo fanno perché hanno una diversa consapevolezza di cosa sta accadendo. Una presa di coscienza giunta dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. 

Prima di tutto, bisogna capire cosa accade, prima di poter formare una strategia. L’idea dominante è che la guerra non sia quella fra Stato Islamico (IS) ed Europa, inteso come conflitto di civiltà. “Non esiste una guerra fra Islam e resto del mondo. Questa è il primo presupposto, e chi lo pensa non fa altro che non capire chi contrastare”, dice un alto funzionario diplomatico statunitense. L’Europa è infatti un tramite, o meglio quello che diversi analisti geopolitici negli USA considerano un “danno collaterale” di una guerra di potere che si sta combattendo nel Levante, la zona fra Siria, Libano, Giordania, Iraq e parte dell’Iran. È una guerra fra Al-Qaeda e IS. Fra Ayman al-Zawahiri e Abu Bakr al-Baghdadi, come il primo ha detto apertamente pochi mesi fa. E noi, inteso come l’Occidente, siamo in mezzo. 

Entrambi i gruppi utilizzano il terrorismo come strumento di proselitismo, e di propaganda, al fine di accrescere sempre più militanti. In un rapporto del Washington Institute for Near East Policy del giugno 2014, a firma di Aaron Zelin, veniva messo in guardia l’Occidente, dato come possibile obiettivo dell’Is. E qui si arriva diretti al secondo punto cruciale per capire chi combattere. Per l’Is è più facile reclutare soldati in Europa che negli Usa. I motivi sono vari. Da un lato c’è stata una violenta e incontrollata urbanizzazione che ha portato a una ghettizzazione de facto degli immigrati. Complice la crisi economicofinanziaria, la seconda e la terza generazione di immigrati sono stati colpiti dalla mancanza di lavoro. E più c’è disagio sociale, più c’è povertà, più si rischia di cadere nella tentazione di abbracciare soluzioni alternative. Nel caso del Mezzogiorno italiano, questo fenomeno è ben visibile con le associazioni di stampo mafioso. Nel caso invece di realtà come le banlieu parigine, uno degli sfoghi possibili è quello del fondamentalismo islamico. Come lo ha definito Stratfor, quest’ultimo “è una sorta di strumento per l’elevazione sociale”.

E poi c’è la seconda ragione. L’Europa è abituata alla libertà. E anche gli Stati Uniti lo sono, molto più che il continente europeo, ma in modo diverso. Sul fronte della pubblica sicurezza, non c’è privacy che tenga. Traduzione: telecamere ovunque, controlli random, prevenzione attiva. Se questo atteggiamento può sembrare un insulto alle nostre vite, così libere, così incontrollate, bisogna rendersi conto che questo è uno dei modi più utili per agire in modo preventivo contro le azioni terroristiche. Certo, il rischio non può essere azzerato ma può essere mitigato, ridotto. E questo avviene con un diverso approccio, che ci fa arrivare al punto successivo.

Infine, il terzo motivo. “Ci sono evidenti problemi di intelligence in Europa, dato che non avviene una piena condivisione delle informazioni fra Stati, né c’è un sistema centralizzato capace di includere le informazioni rilevanti sulle cellule jihadiste presenti sul territorio europeo”. Così un rapporto di Eurasia Group, riservato ai clienti istituzionali, targato 2013. È questo quindi il primo punto da cui partire. L’opinione prevalente a Washington è che questa sia la prima strada da seguire se si vuole sradicare il fondamentalismo islamico. Fino ad allora, però, bisognerà convivere con quella che è stata definita dagli analisti di Brookings una “israelizzazione” delle nostre vite, un concetto ripreso dalle teorie del politologo Dominique Moïsi. Vale a dire: controlli quotidiani, rischi quotidiani, convivenza con la paura e quel fatalismo che fa muovere ancora oggi gli Usa nel post 9/11. Almeno fino a quando non ci saranno concrete iniziative di intelligence centralizzato in Europa. Fino ad allora, ci potranno solo essere le misure portate avanti dagli interessi nazionali a proteggere i cittadini europei.

Il primo passo, che Washington ha capito ormai anni fa, è comprendere che la guerra fra Al-Qaeda e Is può avere delle ripercussioni significative a livello globale. Perché interessa a entrambi i gruppi terroristici agire in questo modo, con dimostrazioni di forza che vanno a colpire all’esterno del Levante per dimostrare chi ha più potere. Secondo diversi osservatori, come gli analisti di RAND, “i combattimenti in Siria e Iraq continueranno”.

Allo stesso modo, s’intensificheranno i tentativi di azioni terroristiche, fino a quando una delle due fazioni, o una terza, avrà il controllo di quell’area.

Si può attaccare l’Is, si può attaccare Al-Qaeda, o entrambe. Dipende dall’esito che si vuole, tenendo presente quanto successo in Afghanistan pochi decenni or sono. “Nessuna opzione è senza rischio”, dice RAND. Bisogna solo decidere quale opzione è quella capace di massimizzare, in ottica di riduzione dell’attuale regime di terrore, l’azione intrapresa.  

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