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Come contrastare il populismo della politica

Decisi investimenti pubblici e una ridistribuzione della ricchezza sono i possibili argini a una deriva nazionalista.

Con le primarie Usa dominate da candidati votati all’anti-politica e l’Europa alla ricerca di una risposta univoca alla crisi dei rifugiati, ci confrontiamo giornalmente con la deriva dell’opinione pubblica verso posizioni e partiti estremisti. Un dato preoccupante per molte ragioni e per noi economisti in particolare, consci del fatto che storicamente le misure promosse da questi gruppi limitano la crescita e incrementano le diseguaglianze di reddito, quando va bene.

Se i movimenti populisti hanno il vento in poppa, i semi dell’insoddisfazione strisciante mista a rabbia che affligge aree sempre più vaste della nostra società sono stati seminati da tempo. Sono il risultato di politiche miopi introdotte durante i recenti decenni di globalizzazione e forte sviluppo tecnologico; cambiamenti che, va detto, hanno anche dato tanto a molti.

La globalizzazione odierna è iniziata circa 35 anni fa quando la Cina, la maggior parte dell’Asia, il Sud America e l’Europa centrale hanno cominciato a spostarsi verso economie di mercato, causando un’espansione della forza lavoro globale attiva nella produzione di merci di circa 1-1,5 miliardi di persone, un incremento nell’ordine del 20-30%.

La disponibilità di forza lavoro a costi irrisori (inizialmente poco qualificata, ma ben presto anche formata) ha incoraggiato gli investimenti nei mercati emergenti da parte dei paesi più abbienti, e una fetta consistente della produzione mondiale si è spostata in questi paesi da Europa e Usa. Queste merci, rivendute poi ai consumatori ricchi, hanno portato a un incremento del commercio globale che se prima aumentava poco più del Pil globale, ha iniziato a crescere 2-3 volte più veloce dello stesso Pil. Cosa mai successa prima.

Questo processo ha contribuito a contenere l’inflazione nei paesi OCSE, sostenendo un calo ultradecennale dei tassi d’interesse a livello globale. Senza l’incubo dell’inflazione alle porte, le grandi banche centrali del mondo non si sono preoccupate del calo degli interessi e dell’eccessiva espansione del credito che ciò comportava, e che in seguito ha innescato la crisi finanziaria del 2007.

La globalizzazione nei paesi emergenti ha sollevato un numero senza precedenti di persone dalla povertà, accreditando governi le cui credenziali democratiche lasciavano spesso a desiderare. Nel frattempo, negli Usa e in Europa i posti di lavoro poco qualificati sparivano, specialmente in quei settori per i quali risultava semplice spostare la produzione là dove abbondava la mano d’opera a basso costo. Col tempo la pressione sui salari della classe media si è fatta più forte, mentre chi poteva approfittare dei vantaggi offerti dalla globalizzazione faceva affari d’oro.

Due altri sviluppi di quel periodo hanno agito da volano per questo processo. In primo luogo, la liberalizzazione dei mercati nell’era Thatcher che ha permesso il libero trasferimento dei capitali in cerca del massimo rendimento – e della minor tassazione. Pertanto chi possedeva capitali ha passato un ottimo trentennio.

In secondo luogo, abbiamo assistito, e beneficiato, delle più incredibili innovazioni tecnologiche, che includono comunicazioni sempre più a buon mercato e ampi progressi nelle scienze mediche. Ma in termini di occupazione, questi sviluppi tecnologici hanno ulteriormente favorito i settori più istruiti della società.

Tutto ciò ha finito per alterare pesantemente la distribuzione dei redditi nell’area OCSE, che ora ha raggiunto il livello più estremo degli ultimi 50 anni. Nei paesi OCSE, il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è oggi circa 9 volte quello del 10% più povero, rispetto alle 7 volte di 25 anni fa, e il cosiddetto coefficiente Gini è cresciuto di conseguenza.

A ulteriore riprova di questa situazione, la quota totale rappresentata dai redditi da lavoro, rispetto al reddito da capitale, è ai livelli più bassi di sempre. Questa tendenza di lungo periodo comune a molti paesi è documentata nel famoso libro di Thomas Piketty Il Capitale nel XX secolo. Nello specifico, a detta di Karabarbounis e Neiman dell’Università di Chicago e NBER, nei paesi più ricchi nel mondo la quota dei redditi da lavoro è diminuita di 5 punti percentuali negli ultimi 35 anni, e questo non era mai successo prima.

Perciò, con i capitali che si assicurano una fetta sempre più grossa della torta e gli incrementi di reddito in mano a una minoranza sempre più ristretta, un numero sempre crescente di persone ha l’impressione di aver perso il tram. Alcuni di loro – alla ricerca di risposte in 140 caratteri – cercano soluzioni facili e comodi capri espiatori, riconoscendosi in commenti tipo “non è colpa mia, sono gli stranieri, perciò loro e la loro merce devono tornarsene a casa”.

Nella maggior parte dei paesi OCSE, gli insoddisfatti sono aumentati dal 5-10% di 10-20 anni fa al 20-25% di adesso. È un gruppo dominato da uomini bianchi anziani.

I giovani, che faticano a entrare nel mondo del lavoro e a comprare casa stanno anch’essi abbandonando posizioni centriste, ma a differenza della generazione dei loro genitori, si spostano a sinistra, invece che a destra. Il gradimento ottenuto dal Senatore Sanders nella corsa per la nomina democratica negli Usa è un esempio emblematico.

La politica moderata deve trovare una risposta, e non certo adottando le proposte politiche dei populisti. Serve invece un forte incremento di spesa pubblica. Maggiori fondi – e priorità – alla scuola e una più equa distribuzione dei redditi e dei beni del 20% più ricco, per aiutare – o, più cinicamente, acquietare – coloro che lottano per acquisire le competenze che il mondo globalizzato richiede.

Se non ci muoviamo in questa direzione, i nazionalismi prevarranno e finiranno per affondare la globalizzazione. Uno scenario perdente per tutti.

@ErikFossing

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