eastwest challenge banner leaderboard

Dalla Russia alla Libia, la Nato oggi

A luglio si terrà a Varsavia il vertice Nato. Sarà l’occasione per dimostrare di essere pronta a difendere gli Stati membri da ogni minaccia, da ogni direzione.

Nell’immaginario collettivo, la NATO è una grande alleanza militare difensiva. L’implosione dell’Unione Sovietica, fra il 1989 e il 1992, l’aveva lasciata senza fissa occupazione. Si era reinventata, prima nella stabilizzazione dei Balcani negli anni ’90, poi nelle missioni fuori area, in particolare in Afghanistan e (brevemente) in Libia, salvo subire il brusco risveglio del 2014 quando la Russia di Putin ha annesso la Crimea e sostenuto attivamente la ribellione in Ucraina orientale.

Le reazioni sono state di segno quasi opposto. Per alcuni, la NATO tornava finalmente a casa cioè alla missione fondamentale di confrontare la Russia; questo il sentimento prevalente, quasi un respiro di sollievo, degli alleati est-europei, mai troppo convinti né della benevolenza di Mosca né dell’opportunità d’impegni militari in Hindu Kush o in Medio Oriente. Chi, invece, non avverte una minaccia nelle ingerenze armate russe in Ucraina (il Donbass è lontano…), quasi non nasconde un senso di fastidio. La Russia è diventata un partner economico ed energetico per l’Europa, specie per paesi come Germania, Italia, Francia. Pur con qualche cenno di comprensione per le apprensioni lituane o polacche, molte capitali europee occidentali tendono a ridimensionare la necessità di deterrenza militare nei confronti di Mosca. Non bastano le sanzioni UE? Non dovremmo piuttosto far causa comune contro lo Stato Islamico in Siria e, in genere, contro il letale fermentare di terrorismo e jihadismo su tutto l’arco mediterraneo e mediorientale?

La Nato naviga fra questi due estremi. Ha preso misure militari, cui partecipa anche l’Italia, per rassicurare gli alleati orientali e baltici; spiegamento a rotazione di qualche centinaia di unità, approntamenti logistici ed esercitazioni a dimensione ridotta non possono in alcun modo essere configurati come intenti aggressivi. Questa dissuasione militare senza corsa all’escalation deve molto alla convergenza d’idee e alla divisione di ruoli fra Barack Obama e Angela Merkel. La Cancelliera ha garantito la fermezza europea sulle sanzioni; il Presidente americano ha resistito alle forti pressioni interne per fornire aiuti militari (“letali ma difensivi”) all’Ucraina.

Il vertice Nato di Varsavia di luglio manterrà questo bilanciamento. Il tempismo è felice, perché anticipa gli imprevisti del 2017: una nuova amministrazione americana; le elezioni in Germania e in Francia; i contraccolpi di un’eventuale uscita di Londra dall’Unione europea (le ricadute strategiche di Brexit sarebbero profonde).

La Nato svolge tuttavia una duplice funzione politico-militare che non si può esaurire nella deterrenza del tentativo russo di ristabilire, anche con la forza, zone d’influenza in Europa. Primo, il Trattato di Washington del 1949, in particolare nel nocciolo degli artt.3, 4, 5, fa della sicurezza un bene comune, condiviso, fra le due sponde dell’Atlantico e fra tutti i membri europei; secondo, garantisce implicitamente che gli Americani restino ingaggiati in Europa – in un quadro multilaterale. Né l’una né l’altra erano scontate nel 1949. Non lo sono nemmeno oggi.

La dissuasione di una Russia nuovamente capace d’iniziative militari è la più lineare delle sfide che la Nato si trova oggi ad affrontare. Il messaggio a Mosca può essere laconico: “non si tocca uno Stato membro”; che sia l’Estonia o il Canada non fa differenza. In questi termini, può e deve anche essere spogliato di qualsiasi connotato offensivo: deve essere chiaro che la Russia non ha nulla da temere dalla Nato sul piano militare. Saranno poi i Russi a scegliere che rapporto avere con la Nato (o con l’Ue) sul piano della politica e delle idee. Se il timore, che affiora esplicitamente nel concetto putiniano di “democrazia sovrana” è del contagio culturale e dell’attrazione del soft power occidentale, il problema è russo non della Nato o dell’Europa.

La Nato non si può accontentare di dissuadere – deve anche poter parlare con i Russi. Questo significa offrire la riapertura dei canali di dialogo con Mosca. La deterrenza non deve fare da ostacolo. Al contrario, rende maggiormente necessaria, indispensabile, la comunicazione a livello militare. La lacuna più grave di cui soffre oggi la sicurezza europea è l’aver perso la rete di trasparenza e di ispezioni rappresentata dal Trattato sulle Forze convenzionali in Europa (CFE), denunciato da Mosca. Altri strumenti di dialogo esistono, in particolare il Consiglio Nato-Russia (NRC), attualmente ibernato. Si può riunire solo se entrambe le parti lo vogliono. La Nato può però indicare senza riserve la propria disponibilità e lasciare che sia eventualmente la Russia ad assumersi la responsabilità di rifiutare.

Il rapporto con la Russia non si esaurisce pertanto nella dissuasione militare, ma comprende una componente politica, di dialogo militare e persino di esplorazione di eventuali aree di collaborazione. A questa sfida se ne aggiungono altre due. La prima è il completamento della stabilizzazione dei Balcani e dell’area grigia in Europa, comprendente i paesi che non fanno parte né della Nato né dell’Ue, Ucraina compresa. Non esiste una ricetta unica; l’adesione all’Alleanza Atlantica non può essere la risposta per tutti.

La Nato ha tuttavia un ruolo importante da giocare, insieme e in sinergia con l’Ue; ha strumenti di partnership che può usare efficacemente con paesi che vogliano un rapporto di collaborazione senza adesione. Nell’Ue, ad esempio, è il caso di Finlandia, Svezia e Irlanda; nei Balcani, della Serbia. L’importante è che la porta della Nato rimanga aperta anche a nuovi membri, quando siano pronti e quando le condizioni interne ed esterne all’Alleanza lo consentano. È appena stato il caso del Montenegro: nei Balcani, ogni nuova adesione, alla Nato o all’Ue, è un passo verso la stabilità complessiva della regione.

La sfida sulla quale la Nato è finora rimasta più indietro è la “minaccia da sud”. L’Italia la evoca spesso senza però articolare cosa attendersi dall’Alleanza nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Dopo gli attentati di Parigi la Francia scelse di tagliare completamente fuori la Nato, evitando persino una consultazione politica. Fu un errore; una settimana dopo il Consiglio atlantico fu costretto a parlare di Siria su richiesta della Turchia, dopo l’abbattimento del Sukhoi Su-24 russo.

L’Alleanza Atlantica non può permettersi di estraniarsi da quella che è oggi la minaccia principale alla sicurezza internazionale. Rimanendone ai margini corre due rischi esistenziali: l’affievolirsi della solidarietà intorno a una sicurezza unica e comune per tutti; la deriva del principale alleato, gli Stati Uniti, verso formati di sicurezza ad hoc o verso l’allontanamento puro e semplice da crisi non prioritarie nell’ottica americana e di cui lasciare a europei e ad altri la responsabilità di gestione e risposta.

Balcani e Mediterraneo sono il nostro vicinato; il secondo è oggi il teatro più critico. L’affermarsi di Isis in Libia potrebbe mettere presto l’Italia di fronte a scelte difficili. La Libia non si stabilizza da sola. O ci rassegniamo a una stabile presenza terrorista, in uno Stato fallito, al di là del Canale di Sicilia o accettiamo la necessità di un intervento militare “robusto” contro lo Stato islamico. L’Ue non è attrezzata per farlo. Con chi farlo se non con la Nato? 

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA