Erdoğan e Putin: c’eravamo tanto amati…

In origine amici poi duellanti. Due leader carismatici, partiti da comuni interessi economici, ciascuno a vantaggio del proprio Paese, si scontrano sul destino della Siria.

Due leader autoritari, controversi, spigolosi, a volte intrattabili, che coltivano con convinzione ma anche con abbondanti dosi di cinismo i sentimenti ipernazionalisti e identitari delle rispettive popolazioni: era inevitabile che Putin ed Erdogan si scontrassero?

Una settimana prima che Mosca intervenisse militarmente in Siria a sostegno di Bashar Assad, Putin ed Erdogan erano ancora amici, almeno in apparenza. Il presidente russo, il 23 settembre, aveva invitato a Mosca quello turco per l’inaugurazione di una delle moschee più grandi e fastose d’Europa, con una cupola più grande di San Pietro in Vaticano, destinata a contenere due milioni di fedeli: la Russia, dettaglio non trascurabile, conta su 23 milioni di seguaci dell’Islam e la guerra in Cecenia, con il suo corteo sanguinoso di attentati, è stato in questi anni un banco di prova durissimo.

I russi e Putin hanno ancora impresso nella memoria il disastro dell’Afghanistan, una sconfitta cocente per l’Armata Rossa, costretta nell’89 al ritiro dai mujaheddin, e una delle cause del crollo dell’Impero rosso. La proiezione in Medio Oriente per un grande produttore energetico come la Russia non è certo secondaria e soprattutto fa parte della fascia di sicurezza intorno alla sua “cintura verde”, il Caucaso e le repubbliche islamiche confinanti.

In quell’occasione moscovita, in cui erano presenti anche il Presidente iraniano Hassan Rohani e quello palestinese Abu Mazen, Putin ed Erdoğan si erano scambiati cordiali strette di mano e nulla faceva prevedere la tempesta in arrivo. Lo scontro non era ineluttabile ma forse non così sorprendente per chi aveva seguito le vicende siriane. Mosca e Ankara sulla questione siriana erano già da tempo su fronti opposti. La Russia e la Turchia avevano maturato nel corso della guerra civile interessi e obiettivi divergenti sugli indirizzi da imprimere alla crisi.

Eppure le cose avrebbero potuto andare diversamente. Erdoğan aveva stretto con Assad una sorta di alleanza che oggi abbiamo facilmente dimenticato. Turchia e Siria erano arrivate sull’orlo di una guerra alla fine degli anni Novanta per il caso Abdullah Öcalan, il leader curdo del PKK che aveva la sua sede a Damasco. Hafiz al-Assad, il padre di Bashar, alla fine cedette alle pressioni militari di Ankara e abbandonò Ocalan al suo destino. In cambio tra Turchia e Siria cominciò un riavvicinamento che diventò un patto commerciale con l’ascesa di Bashar e di Erdoğan: i due arrivarono a liberalizzare i traffici alla frontiera e Aleppo, centro economico del Paese, si era trasformata in polo industriale strettamente legato alla turca Gaziantep. Erdoğan e Bashar passarono insieme anche le vacanze estive con le rispettive famiglie. Tayyip Erdoğan, allora Primo ministro, era persino arrivato a scontrarsi con Israele e a rompere clamorosamente con lo Stato ebraico per l’episodio del 2010 della Mavi Marmara, preceduto dai raid israeliani all’impianto militare siriano di Deir ez-Zhor. Erdoğan si era infuriato: i caccia ebraici avevano attraversato lo spazio aereo turco senza preavviso. Particolare non irrilevante per il leader turco che considera la Siria il suo “cortile di casa”.

Quando era esplosa la rivolta di Daraa contro Assad nel marzo 2011, Putin aveva evitato un coinvolgimento diretto pur continuando a contare sulla base militare di Tartous. Mosca si era limitata a un sostegno economico e alle forniture militari delle forze armate siriane legate alla Russia da accordi che risalivano ai tempi dell’Unione Sovietica, quando la Siria di Hafez al-Assad rivestiva nella regione il ruolo di leader del “fronte del rifiuto” a Israele che nel 1967 aveva occupato le alture del Golan.

La crisi regionale siriana, agli occhi di Mosca, avrebbero ancora potuto risolverla la Turchia e l’Iran. La Russia aveva ottimi rapporti con entrambi i Paesi e non aveva nessuna intenzione di metterli in discussione. Teheran, insieme agli Hezbollah sciiti libanesi, era il vero grande protettore del regime degli Assad con cui si era alleata negli anni Ottanta. La Siria fu l’unico dei Paesi arabi a schierarsi con la Repubblica islamica dell’imam Khomeyni nella guerra con l’Iraq di Saddam Hussein. Era l’Iran che doveva tenere in piedi Bashar mentre la Turchia avrebbe dovuto svolgere un ruolo di mediazione. A essere onesti Erdoğan ci provò pure: telefonò ad Assad chiedendogli di indire elezioni e dare un certo spazio all’opposizione: “Non avrai certo paura di perderle”, fu il suo suggerimento a Bashar. Ma in Medio Oriente un raìs non deve mai dire a un altro raìs cosa deve fare.

Inoltre Bashar rifiutò, poco tempo dopo, a giugno, una clamorosa offerta dei Paesi del Golfo: l’equivalente di tre anni del bilancio statale per rompere l’alleanza con l’Iran. In cambio, promettevano gli Arabi delle monarchie petrolifere, la rivolta contro il regime sarebbe stata soffocata senza conseguenze. Perché di questo si trattava: di una guerra per procura agli ayatollah iraniani, un tentativo di rivincita del fronte sunnita che aveva perso il potere a Baghdad dove gli Americani lo avevano consegnato, con la disastrosa occupazione del 2003, a un governo a maggioranza sciita.

Bashar sotto la pressione del clan familiare e degli alauiti, non voleva mostrate segni di cedimento. Erdoğan, a sua volta, era male informato sulla situazione interna: il suo ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu gli aveva assicurato che Assad sarebbe stato sbalzato dal potere dalla rivolta ma queste informazioni gliele passava Khaled Meshaal, il leader palestinese di Hamas che di lì a poco sarebbe andato in esilio in Qatar.

La Turchia stava compiendo due errori strategici. Il primo pensare che Assad sarebbe stato fatto fuori in pochi mesi, il secondo era l’appoggio incondizionato al governo dei Fratelli musulmani di Mohamed Morsi in Egitto. Fu così che nel giro di un paio d’anni la Turchia si trovò spiazzata nella regione e senza neppure al fianco lo storico alleato israeliano.

Ma anche Putin commetteva i suoi errori: in Ucraina e nella stessa Siria, dove pensava che Teheran e gli Hezbollah avrebbero avuto ragione dell’opposizione armata. Ma l’Iran era impegnato anche in Iraq a sostenere il governo a maggioranza sciita, prima sotto pressione della rivolta sunnita e poi del Califfato, mentre gli Hezbollah si sono trovati a combattere battaglie durissime per occupare la catena strategica del Qalamoun a ridosso del confine libanese. Non solo, l’esercito di Assad subiva pesanti perdite ed era in difficoltà nel reclutamento delle truppe. L’intervento russo del 30 settembre 2015 diventava inevitabile.

La Turchia inoltre si era schierata completamente sul fronte opposto. Ankara aveva aperto nella provincia di Hatay (Antiochia), ai confini con la Siria, l’“autostrada del jihad”, dalla quale sono passati migliaia di volontari provenienti da tutto il mondo musulmano e anche dall’Europa per combattere contro il regime di Damasco. È così che si sono rafforzati i gruppi jihadisti alcuni dei quali poi sono confluiti nell’Isis. Tutti sapevano dell’autostrada del jihad, in particolare gli Americani che con il segretario di Stato Hillary Clinton avevano appoggiato silenziosamente le manovre della Turchia: soltanto più tardi, quando il tentativo di abbattere Assad è fallito e gli Stati Uniti hanno rinunciato a bombardarlo nel settembre 2013, Washington ha tolto il suo appoggio alle avventure filo-jihadiste di Erdoğan. E infatti Ankara, assai delusa, ha negoziato duramente per mesi prima di concedere agli Usa la base aerea di Incirlik per i raid anti-Califfato.

Le contraddizioni nei rapporti tra Erdoğan e Putin sono da leggere in questo contesto ambiguo. Turchi e Russi infatti non volevano ancora arrivare a una rottura. Li univano miliardi di dollari d’affari e un progetto comune: il gasdotto South Stream che poi, una volta usciti gli europei per le sanzioni a Mosca, si sarebbe chiamato Turkish Stream.

Erdoğan era sempre stato attento a non irritare il suo partner russo, tassello formidabile per fare della Turchia un hub internazionale del gas. Al punto che la Turchia era stato l’unico paese della Nato a non imporre sanzioni a Mosca quando la Russia, dopo la crisi ucraina, aveva annesso la Crimea, dove vive per altro una consistente minoranza musulmana tatara.

Fino al 24 novembre e all’abbattimento del caccia russo Sukhoi, Mosca e Ankara erano riuscite sia pure a fatica a gestire le profonde divergenze sulla crisi siriana. Questo episodio ha cambiato tutto. La risposta di Putin ha avuto molti punti in comune con la reazione americana per l’intervento russo in Ucraina. Dapprima Mosca ha imposto sanzioni, poi ha attaccato il circolo interno al potere di Erdoğan, incluso il figlio Bilal, accusandolo di intrattenere traffici di petrolio con il Califfato. E poi come ulteriore gesto di ostilità ha invitato a Mosca Selahattin Demirtaş, leader dell’Hdp, il partito curdo che Erdoğan ha accusato di tradimento. In questo modo Putin ha preso posizione non solo sulla Siria ma anche sul conflitto interno alla Turchia schierandosi con i Curdi, esattamente come Ankara aveva fatto anni prima sostenendo a lungo la resistenza cecena.

Fino a che punto si spingeranno i due leader? Hanno entrambi molto da perdere: sono in difficoltà economiche, Mosca accusa bilanci sempre più in rosso per il crollo dei prezzi del greggio mentre le forniture russe di gas ai Turchi sono ancora essenziali per Ankara. Ma questa è una partita vitale in cui nessuno vuole cedere. Un altro interrogativo è se la Nato difenderà a ogni costo un alleato storico ma inaffidabile come la Turchia. Una cosa, per il momento, è certa: il futuro della Siria e di Assad non si deciderà senza la Russia di Putin e già questo è uno smacco per Erdoğan e le sue ambizioni d’influenza neo-ottomana. Nel gioco dei tre ex Imperi, russo, iraniano e ottomano, per ora è la Sublime Porta a subire l’iniziativa dei concorrenti. 

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