Il libro - Identità, conflitti e politica

Gilles Dorronsoro e Olivier Grojean spiegano l’importanza di conoscere l’identità di uno Stato e di un popolo per garantire loro un futuro.

Capire la Turchia per capire il Levante e, forse, comprendere come agire in quelle aree contro l’estremismo islamico. È questo l’obiettivo di Identity, Conflict and Politics in Turkey, Iran and Pakistan. Uno scopo quanto mai cruciale oggi, con Istanbul che gioca più che mai negli ultimi secoli un ruolo da protagonista nel risiko che vede come attori l’Europa, la Russia e il Levante. 

Il libro edito da Giles Dorronsoro, visiting scholar al Carnegie Endowment, e Olivier Grojean, sociologo politico del CERIC-CNRS di Aix-en-Provence, in Francia, guarda a quel complesso impianto culturale che ha portato alla recente instabilità tra Europa, Medio Oriente e Levante. In particolare, è fondamentale quanto fatto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan in quello che dalla maggior parte degli analisti è considerato “il suo sultanato”. La ricerca di una maggiore identità è da sempre stato uno dei leit motiv dell’esperienza di governo di Erdoğan. E un esempio di quello che vive la Turchia oggi è racchiuso nell’articolo 301 del Codice penale, il quale prevede il reato di vilipendio dell’identità turca per l’uso del lemma “genocidio”, che è punito con il carcere. Chiaro il riferimento alla questione dell’Armenia. Ma si tratta solo della punta di un iceberg la cui profondità non è data sapere. Specie se, come nel caso degli europei - già abbastanza divisi dagli interessi nazionali -, il background culturale non è riconosciuto come affine a quello turco a causa delle differenze religiose. 

La strumentalizzazione dell’identità turca derivante dall’Impero ottomano è anche alla base delle recenti, secondo il volume curato da Dorronsoro e Grojean, diatribe con l’Unione europea e con la Russia. Da un lato c’è l’Erdoğan capace di porsi come mediatore fra l’Unione europea, la Russia e la Siria. Ma dall’altro lato c’è l’Erdoğan che invece continua a strizzare l’occhio ai radicalismi islamici presenti nel Levante. Un tentativo di porre fine alla secolarizzazione portata avanti da Mustafa Kemal Atatürk? Sicuramente sì. Ma anche un modo per coltivare il consenso politico a suon di slogan. Ne sono prova i continui discorsi, ripresi nel libro, che il “sultano turco del XXI secolo” pronuncia per rimarcare la superiorità della sua nazione.

L’identità è infatti uno dei più potenti strumenti di propaganda e gestione del potere politico in mano a Erdoğan. Più la situazione mediorientale diventa instabile, più Erdoğan utilizza il chiavistello identitario per far breccia nel cuore dei suoi connazionali sempre più smarriti di fronte alle minacce esterne. Minacce che non sono solo quelle economiche, con un conflitto valutario internazionale che colpisce anche Istanbul, ma che sono anche quelle terroristiche, come dimostrano i recenti attacchi, rivendicati dallo Stato islamico, dentro i confini della Turchia.

Come spiegato nel volume, non ci potrà essere pace in quella terra fra Europa e Asia fino a quando non sarà terminata la nostalgia per l’Impero ottomano. La Turchia di oggi non sarà più un impero, ma può essere (come era in passato) un crocevia fondamentale. Sia per via della sua posizione geografica sia per la sua importanza economica. Ma per far sì che questo avvenga, c’è bisogno che Istanbul guardi al futuro senza dogmi, e non al passato con fare nostalgico. L’identità, infatti, non si misura solo con quanto fatto dai propri avi e con il tentativo odierno di emularlo, bensì con la consapevolezza di quali siano stati gli sforzi delle generazioni precedenti per proiettare in un futuro prospero un popolo. Una consapevolezza.

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