Il richiamo dell’Ovest e i legami con la Nato

La Turchia, la Nato e l’Unione europea devono fronteggiare problematiche comuni: la lotta contro l’Isis e l’emergenza immigrati.

Solo qualche anno fa il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan chiedeva al Presidente russo Vladimir Putin di approvare l’adesione della Turchia all’Organizzazione per la Cooperazionedi Shangai, formata da Russia, Cina ed ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. Un voltafaccia verso anni di collaborazione con l’UE e la NATO.

Permetteteci di entrare nella SCO e salvateci da questo guaio”, aveva detto Erdogan a Putin durante la visita in Russia nel novembre 2013. Con “guaio” intendeva l’ingresso della Turchia nell’UE, da tempo in fase di stallo.

L’appello veniva lanciato in un periodo in cui alcune potenze europee stavano impedendo alla Turchia di ultimare il processo di adesione all’UE. Per molti le dichiarazioni di Erdogan suggerivano che Ankara si stava allontanando dall’Occidente, forse addirittura pronta a uscire dalla NATO.

Erdogan aveva spesso dato voce a sentimenti anti-Occidente e i rapporti della Turchia con USA e Ue erano stati tutt’altro che calorosi negli anni precedenti. L’Occidente, dal canto suo, guardava con sospetto Erdogan e il suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP). D’altra parte, il Presidente turco aveva respinto alcuni valori democratici occidentali e stava orientando gli interessi strategici della Turchia verso il mondo islamico.

La Turchia è stata accusata di aver preso le distanze dall’Ovest per concentrarsi sui rapporti con i suoi vicini musulmani in Medio Oriente e con i Paesi del BRIC (Brasile, India, Russia, Cina). Le accuse sono diventate incandescenti dopo il voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 2010 in cui Ankara respingeva l’imposizione di nuove sanzioni all’Iran per il suo controverso programma nucleare.

Più di recente alcuni caccia turchi hanno abbattuto un jet militare russo Su-24, provocando tensioni senza precedenti nei rapporti con Mosca. Inoltre, nuove minacce alla sicurezza nazionale sono emerse con la guerra in Siria, tra cui lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL). Questi eventi sembrano aver ridisegnato lo scacchiere geopolitico e spinto la Turchia a riavvicinarsi agli USA e alla NATO.

I caccia russi hanno cominciato a violare lo spazio aereo turco a ottobre 2015. L’abbattimento del jet russo il 24 novembre scorso è stato il primo da parte di un membro della NATO dal 1952.

L’evento ha evidenziato quanto la Turchia faccia affidamento sulla NATO. Mosca rappresenta una minaccia strategica per gli interessi di sicurezza nazionale turchi, perciò al Governo turco è rimasto ben poco da fare se non rivolgersi ai suoi alleati occidentali.

In seguito all’abbattimento del jet russo, Ankara ha rimarcato che non solo i confini turchi ma anche quelli della NATO erano stati violati. Data la geografia instabile della Turchia, Ankara sembra aver capito che è meglio stringersi alla NATO, specialmente in caso di tensioni con la Russia.

All’indomani della riunione d’emergenza dei 28 membri tenutasi su richiesta di Ankara, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha affermato che l’Alleanza atlantica continuerà ad appoggiare la Turchia, ma ha anche intimato a entrambe le parti di mitigare la crisi. Washington ha sostenuto con vigore la posizione di Ankara, mentre Mosca respinge le accuse.

Sin dallo scoppio della crisi siriana la NATO si è impegnata a proteggere la Turchia. Nel 2013 l’Alleanza aveva dispiegato i suoi missili Patriot lungo il confine turco-siriano per difendere il Paese da eventuali attacchi missilistici.

Se da un lato il governo turco si è riavvicinato ai suoi tradizionali alleati in Occidente, dall’altro anche gli USA e l’Europa hanno intensificato i rapporti con la Turchia per assicurarsi il suo sostegno nella lotta all’ISIL e nella gestione dell’emergenza profughi scaturita dal conflitto siriano.

Nel luglio 2015 la Turchia ha siglato un accordo con gli USA sull’utilizzo della base aerea di Incirlik nel sud del Paese, un avamposto cruciale dal punto di vista strategico per gli attacchi aerei delle forze della coalizione contro l’ISIL. E così ad agosto, dopo essersi rifiutata a lungo di entrare in guerra contro il gruppo jihadista, Ankara ha aderito alla campagna aerea guidata dagli USA contro le postazioni dell’ISIL.

Nel frattempo i leader dell’UE cercavano disperatamente di ridurre l’afflusso di profughi siriani. Nel 2015 quasi un milione di rifugiati ha cercato asilo nell’UE e la Turchia è il principale Paese di passaggio per i profughi diretti in Europa.

Con il summit dello scorso novembre si è aperto un nuovo capitolo nella cooperazione tra UE e Turchia: l’accordo per la gestione dell’emergenza profughi ha risvegliato i rapporti turco-europei da un lungo letargo.

La Turchia intensificherà i controlli alle frontiere e dovrà prendersi cura dei quasi 2,5 milioni di profughi siriani presenti sul proprio territorio. In cambio l’UE fornirà 3 miliardi di euro in aiuti. Si sono riaperti così i negoziati in vista dell’adesione del Paese all’UE dopo più di 2 anni di stallo. L’UE ha promesso di accelerare il processo che permetterà ai cittadini turchi di viaggiare senza visto nello Spazio Schengen entro ottobre 2016.

Negli ultimi anni il processo di adesione si era fermato perché Ankara non aveva soddisfatto i requisiti sul fronte dei valori democratici e delle riforme. Ma l’esitazione dell’UE si deve anche all’ostruzionismo di alcuni membri contrari all’ingresso della Turchia nell’Ue.

L’UE ha criticato spesso la Turchia per la violazione dei diritti umani, ma con i tempi che corrono sembra disposta a sorvolare sul mancato rispetto dei dritti umani, delle libertà fondamentali e dei principi dello Stato di diritto – dall’incarceramento dei giornalisti al crescente autoritarismo di Erdogan e alla repressione dei nazionalisti curdi.

Molti leader europei si astengono dal criticare il governo turco, sperando che li aiuti a risolvere quella che per l’Europa è la più grave emergenza profughi dai tempi del disfacimento dell’ex Jugoslavia.

L’appoggio che la Turchia sta ricevendo dai suoi alleati occidentali ha rassicurato il Governo turco, malgrado il pessimo andamento della sua pagella in materia di valori democratici.

A questo punto forse non sorprende che la Turchia abbia deciso di coronare la propria strategia di politica estera con l’acquisto di missili cinesi.

Nel settembre 2013 la Turchia aveva selezionato China Precision Machinery Import and Export Corp. (CPMIEC) tra i vari offerenti per la costruzione di un sistema di difesa antimissile da 3,1 miliardi di euro. Una scelta che ha irritato i Paesi occidentali, preoccupati anche per la sicurezza e la compatibilità del sistema cinese con le infrastrutture della NATO.

Alcuni membri dell’Alleanza, in particolar modo gli USA, si sono opposti. Hanno fatto pressione su Ankara, reclamando che il sistema cinese non sarebbe stato integrato con l’apparato difensivo dell’Alleanza. Gli USA hanno addirittura dato a intendere che potrebbero abbandonare alcuni programmi di difesa comuni.

Spinta dagli alleati NATO, Ankara ha avviato trattative parallele con due produttori di armi occidentali, una joint venture di Raytheon e Lockheed Martin, e il consorzio europeo Eurosam.

Lo scorso novembre la Turchia ha ospitato alcuni importanti alleati occidentali, tra cui il Presidente Barack Obama, al G20 tenutosi nella località balneare di Antalya. “L’accordo è saltato", ha rivelato un funzionario dell’ufficio del Premier Ahmet Davutoglu.

Non si può ignorare la valenza simbolica della sede in cui, dopo 2 anni di trattative, è stata decretata la fine dei negoziati con la Cina.

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