eastwest challenge banner leaderboard

In fuga dal Medio Oriente

Il ritiro degli Usa dallo scenario mediorientale non è solo legato al petrolio. Ragioni economiche e politiche spiegano un cambio di prospettiva.

C’è stato un periodo in cui nell’agenda del Presidente degli Stati Uniti d’America il Medio Oriente era al primo posto. Dal 2008 non è più così. E gli effetti si vedono oggi. Il disimpegno statunitense sta contribuendo a creare una polarizzazione sempre più estrema tra sunniti e sciiti, con una destabilizzazione quasi irrecuperabile dell’area. Con il suo approccio, tuttavia, Washington è entrata in uno scenario, paludoso e incerto, dal quale non sarà facile uscire nel breve periodo senza ingenti sacrifici. 

Sono lontani i tempi in cui Barack Obama parlò al mondo musulmano al Cairo, in un discorso storico per contenuti e apertura. Era il 4 giugno del 2009. L’America era nel pieno delle conseguenze del collasso di Lehman Brothers, la quarta banca statunitense finita a gambe all’aria il 15 settembre del 2008. Obama disse senza giri di parole che era disposto a interloquire con l’Islam. “Sono qui per cercare un nuovo inizio fra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, basato sul mutuo interesse e sul mutuo rispetto. E sulla verità: America e Islam non devono essere in competizione. Invece, si sovrappongono e condividono principi comuni, di giustizia e progresso, di tolleranza e dignità di tutti gli esseri umani”, disse Obama dall’Università del Cairo. Parole che sembrano dimenticate oggi, in mondo sempre più multipolare e geopoliticamente instabile. Un processo che non è solo frutto della caduta di Hosni Mubarak e della presa di potere dei Fratelli Musulmani e di Mohammed Morsi. 

Per capire al meglio la fuga di Obama dal Medio Oriente bisogna considerare due fattori non irrilevanti. Primo, la crisi del mercato immobiliare statunitense, che ha poi portato al crac di Lehman Brothers. Impegnata nel bailout di quasi tutto il sistema finanziario domestico, Washington ha dovuto per forza ridurre la spesa dedicata agli interventi di politica estera e peacekeeping. Traduzione: ha dovuto ridurre il budget della difesa. Del resto, il Congresso ha stimato che per la guerra in Iraq siano stati spesi circa 800 miliardi di dollari. Di contro, la guerra in Afghanistan, secondo quanto calcolato dal Financial Times nel dicembre 2014, è costata poco più di 1.000 miliardi di dollari, circa 3.000 dollari per ogni cittadino americano. Troppo, secondo Obama. Troppo da spiegare ai contribuenti, troppo da spiegare al Congresso, troppo per il budget federale. Meglio quindi usare la non convenzionalità dei droni, che ancora oggi rappresentano la soluzione più apprezzata dai cittadini americani e dalla classe dirigente del Paese.

Il secondo fattore che ha portato al disimpegno è stato un errore strategico di Obama. Ha voluto cambiare del tutto la rotta presa dall’amministrazione di George W. Bush. Prima uscendo dall’Iraq, poi dall’Afghanistan. Una decisione che è frutto delle promesse elettorali di Obama. Delle due l’una: o si faceva così o perdeva il consenso. Ma così facendo ha contribuito alla polarizzazione del conflitto secolare tra le due principali parti del mondo musulmano, sunniti e sciiti. Il problema ora è che la radicalizzazione religiosa si è spostata altrove. Come fa notare il Combating Terrorism Center della United States Military Academy (USMA) di West Point, la debolezza dei poteri nell’area ha portato l’Islamic State (Is) verso il Caucaso, in particolare in Cecenia, e verso l’Uzbekistan. E potrebbe andare ancora oltre, complice il doppio e triplo gioco effettuato da Russia e Turchia.

Il cosiddetto “Pivot to Asia”, introdotto da Hillary Clinton quando era a capo del Dipartimento di Stato, non è mai stato mutato. Anzi. Più la Cina rallenta sotto il profilo economico e più crescono le turbolenze finanziarie legate a Pechino, più gli Stati Uniti sono incentivati a occuparsi di questa area geografica. Oltre a ciò, Washington non prende in mano la situazione mediorientale perché ha raggiunto una sostanziale indipendenza energetica, anche tramite l’innovazione tecnologica nel settore dello shale gas. La priorità, dopo Lehman, è stata data alla Trans-Pacific Partnership con l’Asia e ai negoziati per la Transatlantic Trade and Investment Partnership con l’Unione europea. Il tutto dimenticando, o quasi, quanto succedeva nel Levante e nel Medio Oriente. In altre parole, escludendo il terrorismo, non ha altri interessi a operare nell’area, anche in virtù degli accordi sul nucleare iraniano, che era uno dei punti cruciali dal 2008 in poi per la Casa Bianca.

Gli analisti di intelligence non si attendono un’inversione di tendenza nell’immediato. Il soft power che era stato in larga parte distrutto da Bush junior non è mai stato riguadagnato a pieno da Obama. Anzi. Secondo il Pew Research l’influenza internazionale degli Stati Uniti non è mai stata incrementata durante i mandati dell’ex senatore dell’Illinois. Questa lacuna sotto il profilo della politica estera, insieme al “Pivot to Asia”, sarà uno dei lasciti più negativi dell’amministrazione Obama. Difficilmente il prossimo presidente avrà la caratura per riportare Washington al centro dello scacchiere internazionale. Anche perché, come visto, manca l’interesse degli Stati Uniti a farlo, a meno che non ci siano eventi esogeni tali da porre l’attenzione su questo problema.

È giusto o sbagliato? Bisogna ammetterlo: solo il tempo lo dirà. Nel breve periodo il disimpegno statunitense dal Medio Oriente lascia perplessi. Questo perché associazioni terroristiche come al-Quaeda e l’Islamic State continuano una lotta senza precedenti per la gestione politica ed economica del Levante. Un conflitto dentro il quale entra anche l’Occidente, considerato da ambo le parti un obiettivo simbolico funzionale all’acquisto di potere nei territori compresi tra Iraq, Siria e Afghanistan. Nel medio periodo, se si riuscirà a contrastare l’avanzata di quello che possiamo considerare come “terrore funzionale”, la Casa Bianca dovrà prendere una decisione chiara. O focalizzare di nuovo la propria politica estera sul Medio Oriente o mantenere immutato l’attuale assetto.

Nel primo caso, sarà cruciale farsi carico, sotto il profilo diplomatico, di scelte radicali, come appoggiare apertamente l’Iran o l’Arabia Saudita. Nel secondo caso, Washington dovrà riuscire a fronteggiare gli effetti dell’instabilità che essa stessa ha contribuito a creare. Ciò significa, con ogni probabilità, un nuovo impegno diplomatico, finanziario e forse militare. Sono queste infatti le difficili opzioni che si troveranno di fronte il nuovo inquilino della Casa Bianca e il successore di John Kerry al Dipartimento di Stato. 

@FGoria 

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA