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Punti di vista - L’Alleanza Atlantica senza bussola

La Grande Alleanza sembra mantenere a fatica il passo con una realtà in continuo movimento, interessata a espandersi geograficamente senza mutare le sue strategie politiche e militari.

Fino a quando sono esistiti un blocco occidentale e uno orientale che si fronteggiavano, le due Alleanze politico militari simmetricamente contrapposte, ognuna garante per la conservazione di un equilibrio del terrore che minacciava la nostra vita, la NATO ci ha garantito 40 anni di pace svolgendo impeccabilmente il proprio compito istituzionale.
Si consideri anche come, al di là di una immobilità solo apparente della scena mondiale, il suo cammino sia stato tutt'altro che facile mentre la coalizione dei paesi membri rimbalzava, da una crisi all'altra.
La prima nel ‘56, quando gli USA intervennero per fermare l'azione franco-inglese a Suez, e se ne uscì soltanto con il "Rapporto dei tre saggi" che sanciva l’obbligatorietà di consultazioni politiche collettive prima di assumere qualsiasi autonoma iniziativa di carattere militare.

Poi l'abbandono della Francia, con l’immediato spostamento del Quartier Generale da Fontainebleau a Bruxelles e quindi con la difficile convivenza dell'ombrello nucleare alleato con un potenziale atomico e una relativa dottrina del tutto indipendenti. In seguito la Ostpolitik tedesca, che prevedeva la contemporaneità di contrasto ed apertura verso l'Est e che la NATO accettò, sia pure un po' obtorto collo,  con il "Rapporto Harmel". Poi rivoluzioni e cambiamenti che snaturavano, o rischiavano di snaturare, il carattere politico di alcuni membri del club: il viraggio dittatoriale della Grecia dei colonnelli, la rivoluzione dei garofani dei portoghesi, la possibilità  nel 1976 che il Partito Comunista divenisse maggioritario in Italia. Infine Helsinki e il tentativo di introdurre nell'URSS idee di libertà, la discussione sugli euro missili, ove l'Italia giocò un ruolo fondamentale, gli anni 80 e la corsa di Reagan allo scudo spaziale......

Un vero e proprio percorso ad ostacoli, in cui però l’Alleanza seppe muoversi con costante e immediata flessibilità adottando, quando necessario, decisioni politiche molto importanti, destinate poi a tradursi in rapidi adeguamenti dello strumento militare a disposizione. Fu indubbiamente anche suo merito, quindi, il fatto che la Guerra fredda si concludesse nel 1989 e negli anni seguenti con quella serie di eventi che, iniziati con il crollo del Muro di Berlino e chiusi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, sancirono la fine del contesto bipolare e della contrapposizione delle alleanze nonché l’apertura di un nuovo periodo della storia mondiale.

A questo mutamento epocale la Nato non seppe però reagire con la prontezza e l’efficacia che l’avevano contrassegnata nei decenni precedenti. Da un lato infatti la sparizione dell’unico nemico della sua taglia poneva immediatamente in forse la sua ragion d’essere. Dall’altro poi l’immediata, egoistica e assolutamente scoordinata corsa di tutti i suoi membri a percepire un “dividendo della vittoria” quanto più possibile elevato nella riduzione delle spese militari, finì con l’indebolirla considerevolmente anche nello specifico settore.

Si aggiunsero poi a tutto questo due sue incapacità. La prima riguardava la Russia, nemico sconfitto politicamente ma non debellato militarmente, che l’Alleanza non riuscì mai a trattare con generosità, rifiutandosi sempre di considerare sincera la sua conversione in senso liberal democratico e non cessando mai di ritenerne possibile un eventuale ritorno offensivo. Il risultato, oltre a una serie di umiliazioni inutili inflitte all’antico avversario, fu una corsa dell’Alleanza a espandersi nell’Est europeo mai concordata con Mosca e arrestata poi dall’azione decisa di Putin in Georgia e Ucraina, avendo tenuto soltanto in eccessivo conto le paure dei nuovi membri Nato ex comunisti.

La seconda investì invece il rapporto fra la Nato e quell’Unione europea che almeno per un certo periodo sembrò destinata a fornire reale consistenza al cosiddetto “pilastro europeo” dell’Alleanza, di cui da sempre si parla e che da sempre ricerca invece invano una unitarietà di intenti e di azione. Anziché individuare nell’Unione che cresceva un’opportunità da sfruttare, l’Alleanza la percepì come un rischio, impedendole di sviluppare una sua autonoma capacità militare e imponendole vincoli destinati a inchiodarla a un ruolo subordinato.

Non c’è da meravigliarsi che in condizioni del genere, e nell’incapacità dell’Alleanza di definire in maniera coerente una nuova missione all’altezza dei suoi mezzi e delle sue ambizioni, la sua importanza politica e militare finisse col decadere.

Si trattò di un processo segnato da episodi che avrebbero dovuto rendere evidente un incontrastato declino e che invece vennero ufficialmente minimizzati, o addirittura presentati come successi. Si esaltò così il rientro della Francia nell’Alleanza, senza comprendere che se ciò avveniva era soltanto perché Parigi poteva muoversi in autonomia all’interno di un’Alleanza indebolita.

Si accettò che gli Usa reagissero da soli dopo l’11 di settembre, nonostante la Nato avesse ufficialmente offerto agli Usa la doverosa solidarietà dell’articolo 5. Si permise a Rumsfeld di cercare di aumentare, all’interno degli Stati membri, le spaccature fra “la nuova e la vecchia Europa”. Si diedero speranze illusorie alla Georgia e all’Ucraina, con i risultati disastrosi che conosciamo.

Tutto questo mentre, vertice dopo vertice, l’organizzazione non riusciva a produrre un nuovo concetto strategico che definisse un suo adeguato ruolo per il futuro.

Ci ritroviamo quindi ora in una situazione completamente assurda, con quello che dovrebbe essere il nostro principale strumento di sicurezza e difesa che continua a guardare a est mentre è a sud che si evidenziano i rischi più immediati, gravi e reali. Che continua ad aggravare con atti intempestivi - vedasi la recente apertura al Montenegro - la tensione con un partner il cui appoggio ci sarebbe invece indispensabile in altri scacchieri. Che non osa dire con gelida chiarezza alla Turchia che nessuno di noi intende essere trascinato in controversie fra il mondo sciita e quello sunnita o, peggio, in diatribe miranti ad imporre la leadership di Ankara nell’area.

Che rimane immobile e immutabile in tutto, tranne che nel declino, mentre tutto il resto del mondo cambia e si muove…

Cosa fare a questo punto? Be’, se non è questo il momento per pensare a una riforma radicale condotta con la capacità, la decisione e il vigore di un tempo…  

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