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L’uragano Trumpzilla punta sulla Casa Bianca

Ricco e outsider, sale nei sondaggi a colpi di propaganda, Donald Trump rischia di essere la sorpresa delle elezioni statunitensi.

REUTERS/CONTRASTO/JIM BOURG

«Ma te lo immagini al governo? Io credo che sarebbe un sogno». «Ma come? E i nostri diritti?». «Siamo cittadini americani ora, e abbiamo bisogno di uno come lui per tornare a essere grandi». Questa è la conversazione fra due americani di origine ispanica sentita a Mount Pleasant, quartiere di Washington, DC, poco prima che Snowzilla, la seconda bufera di neve della storia della capitale statunitense, sommergesse l’intera città con i suoi fiocchi eterei. Il soggetto in questione è Donald Trump. Il magnate che sfida l’establishment finanziario, che si permette di dire senza giri di parole «Potrei sparare a qualcuno in mezzo a Fifth Avenue e comunque non perderei voti». Nonostante le gaffe, Trump era e resta la sorpresa delle elezioni statunitensi. 

Quando disse che se non fosse stata sua figlia, avrebbe corteggiato Ivanka Trump, non sappiamo se fosse serio. Forse, come suggerisce qualcuno, era solo una boutade per tastare il polso dei potenziali elettori. O forse era l’estremo tentativo di infuocare un dibattito elettorale che a oggi appare tanto sterile quanto lontano dalla realtà. C’è una certezza, come ci spiega un alto funzionario governativo dell’amministrazione di Barack Obama, incontrato a un evento del Congresso. «Solo Trump può fermare se stesso a questo punto. Ma francamente non vedo come», ci dice. Già, perché in qualunque Paese dopo le frasi sui musulmani, sui messicani, sull’esistenza stessa di internet, Trump sarebbe stato estromesso dalla gara per la Casa Bianca dalla reazione dei cittadini, indignati dal suo fare antidemocratico. Eppure così non è. I media continuano a parlare di Trump (complice la crisi del giornalismo, che non è un affare solo italiano ed europeo) e si parla del magnate dalla bionda chioma tanto nei coffee shop hipster della 14esima strada quanto nelle taquerie nella parte nord di Columbia Heights

Perché Trump è così popolare anche laddove non dovrebbe esserlo? Sono due i principali motivi. Il primo è sotto gli occhi di tutti. Trump sta investendo di tasca propria per condurre la sua campagna elettorale. Non ha trovato finanziatori né in Big Pharma né in Wall Street né in Corporate America. Ci mette la faccia e i soldi. Un fattore, questo, che ha fatto breccia in molti elettori, stufi del meccanismo di finanziamento ai singoli candidati che vige negli USA. Principalmente Hillary Clinton è finanziata apertamente da Warren Buffett, George Soros e Wells Fargo, considerata la più solida banca di Wall Street. Sul fronte repubblicano, prima di autodistruggersi per colpa della sua inconsistenza nei dibattiti, Jeb Bush era supportato da Hank Paulson, ex titolare del Tesoro ai tempi di Lehman Brothers e Goldman Sachs. I grandi player del mercato a stelle e strisce non nascondono le proprie simpatie, ma come al solito nei cittadini cresce il dubbio (legittimo) che una volta eletti, i candidati dem e repubblicani possano dare una mano proprio a chi li ha sovvenzionati. 

Volendo fare un paragone azzardato, si potrebbe paragonare il fenomeno Trump all’italiano Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo della prima ora. Andare contro l’establishment per cambiare qualcosa. I continui attacchi a quella che lui considera “la vecchia classe dirigente” stanno andando tutti a buon fine. Nessuno escluso. E cresce la convinzione che per la prima volta le primarie dell’Iowa non saranno il paradigma per la campagna elettorale. Come fa notare un analista politico del Carnegie, «sappiamo che l’Iowa per Trump conta poco o nulla. Lui alzerà la voce in qualunque caso. E questo è il vero game changer». L’equazione è semplice: più alza i toni, più mette nell’angolo i suo sfidanti, che non vogliono scendere a questo livello, più guadagna consenso. 

L’altra ragione per cui Trump è così popolare è il tessuto connettivo in cui si muove. L’America, come ha spiegato Stratfor in un’analisi di fine 2015, ha bisogno di un nemico per sentirsi viva. Che sia l’Unione Sovietica, che sia la finanza, che sia Cuba, che sia la Cina, che sia l’economia stagnante, poco importa. Ogni qualvolta che Washington ha un nemico definito, allora inizia a riguadagnare potere (e influenza) sullo scacchiere internazionale. Quando invece cerca il dialogo e la mediazione, rischia di fallire. Traduzione: Trump sta fornendo ai cittadini americani un pretesto per creare un nuovo nemico. Islamic State (IS), immigrazione clandestina, indipendenza energetica, internet e il suo abuso, sensazione d’insicurezza nelle strade. Sono tutti elementi usati ad hoc per impaurire il cittadino e farlo indignare. Proprio come faceva, o tentava di fare, il Movimento 5 Stelle di Grillo. 

Non stupiamoci quindi che anche degli americani di prima o seconda generazione possano apprezzare ciò che dice Trump. La pacatezza e la razionalità della Clinton non possono vincere contro gli slogan, a meno che non si entri sul piano della politica urlata, come ha fatto il radicale Bernie Sanders, che appare il vero sfidante dell’ex numero uno del Dipartimento di Stato in ambito democratico. Negli occhi degli americani c’è ancora ben fissata la strage di Columbine, così come tutti gli ultimi episodi di violenza armata, come a San Bernardino. Allo stesso modo, sta venendo meno la legittimità nei confronti dello Stato. Il movimento Black Lives Matter, che denuncia quotidianamente i soprusi della polizia verso la popolazione afroamericana, aumenta sempre più. E l’opinione generale è che il lascito di Barack Obama non sarà tra i migliori della storia. Da un lato perché gli USA hanno perso la posizione centrale nel risiko della diplomazia internazionale. Dall’altro perché all’interno dei propri confini è diffusa la sensazione d’insicurezza dei cittadini. Basti pensare all’aumento delle vendite di armi da fuoco nell’ultimo anno. E sullo sfondo ci sono troppe incertezze, dal settore manifatturiero che sta rallentando alla difficile gestione del terrorismo internazionale di Al-Qaeda e IS. Tutte praterie che Trump sta cavalcando come un pioniere e che sia Clinton sia Sanders non sono in grado di percorrere, per ora. 

A oggi, come emerge parlando con varie fonti governative, l’unica alternativa pare essere Michael Bloomberg. L’ex sindaco di New York è persona a modo, conosce bene Trump e sa come metterlo a tacere. In molti, nei club di DC, sperano che Bloomberg sia la soluzione a una Clinton troppo piatta, a un Sanders dinamitardo e a una pletora di candidati repubblicani «senza spina dorsale», come li ha definiti un funzionario diplomatico statunitense. Ma siamo sicuri che Bloomberg sia ancora in tempo per frenare l’uragano Trump?

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