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La fragilità sunnita

I tre giganti sunniti, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, sono una fonte in più di preoccupazione oltre al conflitto tra Iran e regno wahhabita. E non solo per la loro politica estera.

REUTERS/CONTRASTO/KHALED ABDULLAH

 La guerra diffusa oggi nel Medio Oriente e in Nord Africa viene spesso dipinta come uno scontro confessionale tra sciiti capeggiati dall’Iran e sunniti rappresentati dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati nel Golfo. Questo ha diverse conseguenze. In primo luogo, trattandosi di scontro confessionale sarebbe anche irriducibile e poco ridimensionabile dalla politica, tantomeno da quella occidentale. In secondo luogo, ogni incrinatura come quella dell’esecuzione dello studioso sciita al Nimr da parte dei sauditi, andrebbe vista come nuova minaccia agli interessi occidentali e, anche qui, l’Occidente avrebbe poco da mettere in campo contro questo pericolo se non registrare il proprio imbarazzo tra i vecchi legami con gli arabi del Golfo e il riavvicinamento all’Iran: per salvaguardare i primi bisognerebbe limitare l’impatto del secondo fenomeno.

C’é peró un’altra lettura possibile: lo scontro tra Arabia Saudita e Iran é in primo luogo geopolitico e si focalizza su tre aree. Primo, il contenimento dell’influenza iraniana all’interno dei confini del regno wahabita. Secondo, la rottura della “mezzaluna sciita” che permette a Teheran di avere accesso al Mediterraneo e minacciare Israele attraverso il passante che va dall’Iraq, attraversa la Siria di Assad e si conclude con il Libano di Hezbollah. Terzo e piú recente, lo Yemen come necessitá per eliminare l’influenza iraniana attraverso gli Houthi ma anche come opportunitá per testare la nuova politica estera piú assertiva e militarista del nuovo re Salman.

Questo quadro geopolitico aiuta anche a limitare l’impatto dello scontro Iran-Arabia Saudita a solo una parte della regione: ció che accade in Egitto e nel resto del Nord Africa é molto tangenzialmente condizionato dallo scontro tra il regno wahabita e la repubblica islamica.

E proprio qui si presentano alcune delle sfide gravi per l’Occidente: la crisi libica; l’ascesa di Daesh nel Nord Africa; la vitalitá di Al Qaida nel Maghreb Islamico; la crescita dell’immigrazione illegale dall’Africa Occidentale e dal Sahel; l’incerto futuro dell’Algeria, unico gigante della regione finora relativamente immune alla destabilizzazione.

La sfida crescente per l’Occidente é quindi data non solo dallo scontro geopolitico tra Iran e Arabia Saudita ma anche dalla crescente fragilitá interna e dall’imprevedibilitá delle politiche estere dei tre giganti sunniti: Egitto, Arabia Saudita e Turchia.

Si guardi l’impatto che la guerra in Siria sta avendo sulla tenuta stessa dell’UE attraverso la crisi dei rifugiati. Il conflitto é sí tra Assad appoggiato dall’Iran e “ribelli” sostenuti dalle potenze sciite ma é fortemente complicato dalle rivalitá intra-sunnite che hanno portato conflitti e divisioni tra i ribelli sostenuti rispettivamente da Turchia, Qatar e Arabia Saudita.

Tornando ai tre suindicati giganti si capisce come le loro posizioni sulla Siria sono lungi dall’essere determinate dalla comune appartenenza sunnita. L’Egitto sostiene non troppo velatamente la linea russa che non si puó stabilizzare la Siria senza preservare almeno parte del regime di Assad. La Turchia vede il conflitto nel suo vicino meridionale sempre più attraverso le lenti della sua rinnovata guerra ai ribelli curdi del PKK. L’Arabia Saudita continua a leggere la Siria attraverso il prisma del confronto con l’Iran di cui si parlava sopra.

Questo quadro rende la soluzione del problema siriano ancora piú complicata per Usa e Europa. La crescente tensione tra Iran e Arabia Saudita mette in pericolo il processo di Vienna, certo. Ma l’ostilitá turca verso i curdi priva il tavolo negoziale organizzato dall’Occidente dell’unico alleato affidabile sul terreno nella lotta contro Daesh mentre la crescente convergenza tra Mosca e il Cairo rafforza il ruolo di Putin nella regione e dà a Sisi un motivo in piú per ignorare europei e americani su altri dossier.

Se si guarda la Libia, il contrasto tra i tre giganti sunniti é ancora piú evidente, cosí come il fatto che essi rappresentano un peso o un ostacolo per l’interesse occidentale alla stabilizzazione, piuttosto che una risorsa. Nel paese nordafricano, l’Egitto ha sostenuto fin dagli inizi “l’operazione dignitá” del generale Heftar mentre la Turchia ha fornito armi ai ribelli di Alba Libica. L’Arabia Saudita, che avrebbe avuto la possibilitá di mostrarsi come una risorsa per l’Occidente in questo teatro, non ha abbastanza “risorse umane” ai suoi vertici per svolgere un ruolo di mediazione e non é riuscita, finora, a far spostare l’attenzione strategica del suo cliente egiziano dalla Libia allo Yemen.

L’imprevedibilitá é uno degli elementi che definiscono la politica estera dei tre giganti. La politica estera saudita é mutevole e non sempre razionale, gestita dal giovane ministro della Difesa Mohammed Bin Salman che accompagna grandi scatti riformatori dell’economia ad avventure militari come lo Yemen – ma anche l’escalation in Siria della scorsa primavera che poi ha portato all’intervento russo. Erdogan é forse la definizione vivente dell’imprevedibilitá, tra abbattimenti di jet russi e incursioni in Iraq. Sisi gioca su piú tavoli: Russia, Sauditi ed Emiratini, cinesi. Ma non é chiaro se abbia una strategia regionale.

I tre giganti non sono solo un peso nella soluzione delle maggiori crisi regionali, sono essi stessi una minaccia per la loro intrinseca instabilitá interna. Sisi, che ha fondato la sua legittimitá sulla sicurezza interna, vede crescere il terrorismo su tre fronti: il Sinai, sempre piú buco nero; i confini con la Libia; il terrorismo nelle grandi cittá. La repressione non sembra avere successo anche perché il regime poggia solo sui militari, al contrario di Mubarak che aveva creato una coalizione piú vasta anche con gli uomini d’affari. Questo non vuol dire imminente crollo del regime quanto graduale deterioramento della sua capacitá di controllare pezzi del suo territorio e di fare argine contro l’immigrazione verso l’Europa.

L’Arabia Saudita é il gigante piú fragile internamente. Il basso prezzo del petrolio, provocato in parte proprio dalla politica saudita, é un crescente peso per le finanze del regno impegnate sia nella riforma economica che nella guerra in Yemen che non sembra aver fine e rischia di concedere sempre piú spazio sia ad al Qaida che a Daesh.

La Turchia di Erdogan é un partner sempre piú imprevedibile. L’accordo sull’immigrazione siglato con l’UE, sulla cui realizzazione é lecito dubitare, potrebbe risolversi semplicemente nella deviazione dei flussi migratori dei siriani ma non nella loro cessazione. Nel frattempo, la strategia di Erdogan sembra aver contribuito all’aumento dell’instabilitá dentro la Turchia stessa sia con il rinnovato conflitto con i curdi del PKK che contro Daesh che ora colpisce regolarmente gli snodi vitali del Paese.

@mattiatoaldo

Senior policy fellow presso lo European Council on Foreign Relations.

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