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Lezioni dall’Africa

Il terrorismo inizia dagli stati fragili, dove benessere e sicurezza non possono essere garantiti ai cittadini.

Scriveva Plinio il Vecchio: “Ex Africa semper aliquid novi”, L’Africa è stata ritenuta lungo tutta la storia continente di novità, di fenomeni endemici e difficilmente spiegabili all’esterno, di curiosità (dai Big Five ai pigmei importati per le fiere europee, ai fenomeni di tribalismo ritenuti esclusivi dell’Africa). L’immagine di “Continente senza speranza” ha rafforzato questi stereotipi, relegando l’Africa ai confini tra storia, magia e un certo fascino arretrato. Stupisce, quindi, che alcuni fenomeni che oggi agitano le principali capitali occidentali – le preoccupazioni legate alla fragilità dei regimi collassati dopo le Primavere arabe, il terrorismo, le grandi migrazioni – siano emersi in Africa già da alcuni decenni. Un’osservazione più diretta di quanto accaduto nel Continente nero può aiutare a immaginare strategie per affrontare queste grandi questioni globali.

Sebbene non esista una definizione internazionale condivisa di stato fragile, esiste una forma di consenso alla definizione dell’Organizzazione per la Cooprazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) per cui “uno Stato è fragile quando non intende o non è in grado di assumere le necessarie funzioni per la lotta contro la povertà, la promozione dello sviluppo, la sicurezza della popolazione e il rispetto dei diritti dell’uomo”. Il tema acquista particolare rilevanza a fronte dell’allarme terrorismo poiché fragilità, povertà e violenza sono fenomeni strettamente collegati: strutture statali deboli in cui le prestazioni sociali, economiche e giuridiche di base e la sicurezza non possono essere garantite, offrono terreno fertile all’escalation dei conflitti e alla formazione di gruppi terroristici.

In Africa si concentra un’elevata percentuale di stati fragili che hanno assunto una crescente rilevanza a livello internazionale in virtù di feno meni transnazionali come le migrazioni e le crescenti connessioni tra il terrorismo islamico di matrice africana e quello mediorientale.

La debolezza della presenza statuale e la corruzione endemica in paesi come Somalia, Mali, Sud Sudan e Nigeria, oltre naturalmente alla caduta o indebolimento dei regimi repressivi nei confronti dell’islam più radicale come il caso della Libia ha permesso ai jihadisti di ampliare il proprio teatro operativo.

Nei paesi della fascia saheliana, le conseguenze delle Primavere arabe, a cominciare dalla fine di Mu’ammar Gheddafi, hanno acuito una serie di dinamiche geopolitiche operanti da anni, rendendo l’area un catalizzatore di crisi tra disgregazione di entità statali, flussi migratori in crescita e terrorismo. Alla tradizionale instabilità derivante dalla difficile convivenza tra popolazioni che si richiamano alla tradizione araboislamica e popolazioni nere e in parte cristianizzate al sud, si somma oggi l’accresciuta presenza di gruppi jihadisti e l’aumento delle connessioni tra questi e i gruppi jihadisti della regione mediorientale, in particolare tramite la Libia e il Mali.

I casi di al-Shabaab in Somalia e Boko Haram in Nigeria, sono l’esempio di come il jihadismo radicale tragga origine e si sviluppi in contesti di fallimento dello Stato. Pur trattandosi di un’organizzazione terroristica prettamente locale, i contraccolpi destabilizzanti di al-Shabaab, uniti all’implacabile flusso di profughi, si fanno sentire nella regione, in particolar modo in Etiopia e in Kenya, e a livello globale. L’elevata corruzione e il rifiuto dell’élite oligarchica al potere di garantire una seppur minima distribuzione della ricchezza hanno favorito l’evoluzione della forma più violenta di jihadismo presente oggi nel panorama internazionale: Boko Haram. Dal 2011 la sua attività terroristica si è intensificata e quest’anno è la seconda al mondo, dopo lo Stato islamico, per attacchi perpetrati, responsabile secondo Amnesty International di oltre 17mila morti, in gran parte civili. Negli ultimi anni, oltre un milione e mezzo di Nigeriani sono fuggiti in Niger, Camerun e Ciad, paesi in cui Boko Haram sta estendendo le proprie operazioni. Nelle recenti elezioni presidenziali e politiche nigeriane il tema del contrasto a Boko Haram è stato al centro della discussione politica, determinando in parte il risultato delle elezioni. Starà al nuovo Presidente Muhammadu Buhari dimostrare di aver preso sul serio il verdetto delle urne.

La fragilità degli stati è dunque il primo fenomeno da cui partire per affrontare le questioni legate ai conflitti, al terrorismo e alle migrazioni. È necessario un intervento internazionale che combini cooperazione e sicurezza in una strategia che non sia mera risposta alla minaccia immediata, ma di lungo periodo e che tenga conto delle condizioni interne al paese di riferimento.

Le guerre africane hanno numerose origini, al di là della dicotomia di Paul Collier grievance/greed: guerre religiose, guerre tra etnie, tra Stati, guerre per motivi politici, guerre secessioniste e guerre economiche. Ogni conflitto ha cause ed evoluzioni proprie che dipendono da molteplici ragioni.

La vicenda somala, ovvero l’intervento di potenze regionali per risolvere un conflitto secondo il mantra “African solutions to Africa’s problems”, può dare alcune chiavi di intervento per analoghe situazioni di conflitto, a partire dalla Libia. Il coinvolgimento dell’Etiopia, del Kenya, dell’Uganda nelle vicende somale ha infatti esportato insicurezza in questi paesi, esponendoli ad attacchi terroristici, o coinvolgendo il loro esercito. Se la pacificazione di alcune aree del continente africano può avvenire solo grazie a un pieno coinvolgimento degli attori locali e regionali, questo però va fatto all’interno di un quadro chiaro, condiviso da tutti gli attori internazionali, evitando che si scatenino guerre per procura o tentativi di stabilire sfere d’influenza regionali.

Oltre a un serio coinvolgimento degli attori regionali, il contrasto al terrorismo richiede un rafforzamento delle istituzioni locali, le uniche legittimate a condurre questo tipo lotta.

Gli attacchi terroristici a Bamako, il collasso di parte del controllo del territorio nel nord del Mali e i recenti attentati in Burkina Faso dimostrano quanto gli attacchi terroristici o le infiltrazioni jihadiste possano essere prevenuti solo in contesti istituzionali stabili in cui le forze di sicurezza sono a pieno titolo coinvolte nel controllo del territorio. I progetti di cooperazione per la sicurezza devono tenere conto di questa necessità e lavorare all’interno delle istituzioni nazionali per rafforzarle e renderle leali al progetto di governo nazionale.

Infine, gli aiuti internazionali devono tenere conto degli effetti sulle migrazioni. La crisi economica internazionale di questi ultimi anni, e i conflitti sorti in altri continenti, hanno determinato una riduzione degli aiuti in ambito umanitario che ha penalizzato gli stati più fragili, incentivando l’emigrazione interna ed esterna, in particolare verso l’Europa.

Sicurezza, rafforzamento delle istituzioni, aumento dell’aiuto umanitario: sono i punti derivanti dall’esperienza africana degli ultimi quindici anni da porre nell’agenda internazionale che si confronta con le grandi questioni globali. 

@LiaQuartapelle

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