Prima pagina - Il ritorno degli Ayatollah

Come si fa a non considerare il ritorno degli Ayatollah sulla scena delle nazioni civili come la migliore notizia dell'ultimo anno? Per il momento, le Cassandre israeliane e repubblicane "made in US" hanno avuto torto. Sui media di mezzo mondo, si sono sprecate le previsioni più nere già sui risultati dell'indagine dell'AIEA (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica), che da queste pagine avevamo invece con largo anticipo previsto avrebbero dato esito positivo.

Non possiamo non condividere in pieno le parole del Ministro degli Esteri iraniano quando ha definito, qualche settimana fa, il giorno della revoca delle sanzioni contro il suo paese come "un bel giorno per l'Iran, per la regione, per il mondo". È probabilmente la migliore notizia dell'ultimo anno, che ci restituisce un paese di grande tradizione, di solida struttura economica (anche se da ammodernare, dopo anni d’isolamento) e con una classe dirigente colta e preparata.
È un'eredità importante che ci lascia Barack Obama (e non credo che un'eventuale presidenza repubblicana sovvertirà gli accordi con l'Iran), proprio mentre iniziano le primarie di questa lunga stagione elettorale negli Usa, che confermano ancora una volta la bontà del sistema democratico americano, dal quale noi europei dovremmo trarre più di un'ispirazione. Per entrambi gli schieramenti, infatti, i primi voti hanno sconfessato i sondaggi, che davano per super favoriti i personaggi maggiormente sostenuti da media e poteri economici, evidenziando la capacità della consultazione elettorale di conferire agli elettori un potere vero ed efficace. Non possiamo purtroppo dire lo stesso per i 28 membri dell'Unione europea, vittime di una miriade di elezioni locali, che riducono quasi a zero le capacità di governo dei leader nazionali (alla perenne ricerca del facile consenso). Sapremo presto se tra Hillary Clinton e Donald Trump emergerà invece un altro Obama...
Intanto, in Europa, si assiste sempre più spesso allo scarico di responsabilità tra capitali dei paesi membri e Bruxelles sulle decisioni più strategiche e sulle grandi questioni. Su questa querelle vorrei essere chiaro: nessuno di noi 28 membri ha una seria possibilitá di riacquistare centralità internazionale e crescita economica apprezzabile, se non in un contesto di veloce e progressiva integrazione europea. Chi non capisce questa elementare ricetta, evidenzia provincialismo e pressappochismo, due difetti che nessun leader politico può permettersi.
Concludo ricordando che in questi giorni, in Birmania, inizia l'era di Aung San Suu Kyi, una donna coraggiosa, visionaria, intelligente, la cui leadership naturale deriva dalla sua storia, dalle sue scelte, dalle sue capacità negoziali. L'azione di governo che il suo partito proverà a realizzare per condurre i 50 milioni di Birmani fuori dalla tenaglia di un regime militare liberticida sarà costantemente ispirata dalla filosofia politica del Premio Nobel per la Pace: "ciò che conduce l'uomo a osare e a soffrire per edificare società libere dal bisogno e dalla paura è la sua visione di un mondo fatto per un'umanità razionale e civilizzata". Seguiremo la Birmania nei prossimi numeri...

@GiuScognamiglio

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