Stato islamico. Chi riscrive i confini?

Ci si oppone all’intervento militare contro Isis, perché nessuno sa cosa fare dopo. Facciamo chiarezza su un paio di punti: il conflitto religioso intra-islamico, da un lato; la nuova classe dirigente iraniana, protagonista del futuro della regione, dall’altro.

Tra i molti fattori di rischio che gli avversari della pace persianoamericana evidenziano, ce ne sono due che ritengo degni di nota e che proveremo dunque ad analizzare: a) la competizione religiosa intra-islamica in Medio Oriente; b) le elezioni di fine febbraio in Iran.

I sunniti rappresentano oggi circa l’85% dei musulmani, gli sciiti il rimanente 15%. In seguito alla morte del profeta Maometto (632 d.C.), Abu Bakr, amico e suocero del Profeta, viene riconosciuto come il nuovo leader politico e religioso, laddove gli sciiti hanno considerato come suo legittimo successore il cugino e genero Ali.

Tutti i musulmani del mondo (1,6 miliardi) concordano sul fatto che Allah sia l’unico Dio e che Maometto sia il suo Profeta, così come tutti osservano i 5 pilastri dell’islam: testimonianza della fede; preghiera - 5 volte al giorno; zakāt - supporto ai bisognosi; digiuno durante il mese del Ramadan; pellegrinaggio alla Mecca; il Corano, quale loro libro sacro.

Mentre i sunniti, però, basano la loro pratica religiosa anche sugli atti del Profeta e sui suoi insegnamenti (Sunna), gli sciiti vedono nei loro leader religiosi, gli ayatollah, un riflesso di Dio sulla Terra. Questo ha indotto i sunniti ad accusare gli sciiti di eresia, mentre questi ultimi sottolineano come il dogmatismo sunnita abbia provocato per reazione la formazione di sette estremiste.

Per gli sciiti, il dodicesimo e ultimo imam è nascosto e un giorno riapparirà per compiere la volontà divina. I sunniti, al loro interno, hanno varie scuole giuridiche (hanafiti, malikiti, shafi’iti e hanbaliti), che non si differenziano sui princìpi ma sulla pratica. In particolare, all’hanbalismo si rifà Mohammed ibn Abd al-Wahhab, il padre del wahhabismo, molto presente in Arabia Saudita e a cui, dalla seconda metà del XX secolo, si è associato il salafismo, non inquadrabile in nessuna delle quattro scuole giuridiche.

Con la suddivisione in Stati dei territori a prevalenza islamica, il contrasto tra queste due diverse interpretazioni religiose si è trasferito dal piano puramente ideologico e religioso a quello geopolitico. Possiamo dunque parlare di un vero e proprio asse sunnita, sostenuto dalle petromonarchie del Golfo, con a capo l’Arabia Saudita.

In Iraq, dopo la caduta di Saddam Hussein (2003), al potere si sono alternati numerosi Primi ministri, che sono rimasti in carica per pochi mesi ciascuno, fino al 2006, quando fu nominato Capo del Governo Nuri al-Maliki, candidato del Partito islamico sciita Da’Wa, sponsorizzato anche dagli Stati Uniti. Gli otto anni alla guida del Paese, però, hanno gradualmente visto marginalizzare i sunniti dalla vita politica e le tensioni si sono presto trasformate in una lotta settaria, che ha lasciato campo libero all’avanzata di fazioni radicali come l’Isis che, non a caso, conta tra le proprie file estremisti sunniti ed ex militari baathisti dell’esercito di Saddam.

In Siria, una guerra civile iniziata come ribellione contro un Governo autoritario come quello di Bashar al-Assad si è presto trasformata in un conflitto che ha visto di fronte le milizie governative, da una parte, e gruppi ribelli, per la maggior parte collocabili nell’area dell’estremismo islamico, dall’altra. Se le proteste e le prime battaglie del 2011, con i ribelli anti-Assad che si battevano per far cadere il regime d’ispirazione alawaita (minoranza religiosa che fa parte dello sciismo) non avevano una connotazione religiosa, presto tra gli antigovernativi si sono sviluppati, fino a diventare predominanti, gruppi estremisti d’ispirazione salafita come Isis o Jabhat al-Nusra che hanno conquistato ampie fette di territorio, dando al conflitto siriano una matrice religiosa.

Quando nel 2012, in seguito alle rivolte della primavera yemenita, il Presidente Saleh ha perso il potere (governava il Paese dal 1978), il nuovo Presidente Mansur Hadi, di religione sunnita e sostenuto dai Paesi del Golfo, Stati Uniti e altri governi occidentali, si è trovato subito a gestire l’opposizione del gruppo sciita zaydista degli Houthi, presente soprattutto nel nord del Paese. Questo contrasto si è fatto più forte dal 2014, quando le forze ribelli, sostenute dall’Iran, sono riuscite a penetrare nella capitale Sana’a e a cacciare il Presidente. A sostegno del Governo, è intervenuta nel 2015 una coalizione araba capeggiata dall’Arabia Saudita e sostenuta anche dall’Egitto, che ancora oggi continua i suoi attacchi nelle zone in mano ai ribelli.

Un quadro composito, che pone seri interrogativi sulla tenuta dei confini e degli equilibri post Prima guerra mondiale.

Analizziamo ora cosa sta succedendo in Iran: il 26 febbraio (noi saremo in edicola dopo soli tre giorni ed io avrò già scritto), per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, si vota lo stesso giorno per rinnovare sia il Parlamento iraniano (290 membri) sia l’Assemblea degli Esperti (88 componenti), che ha il compito di nominare e valutare l’operato della Guida suprema.

Entrambi gli organi sono attualmente dominati dai conservatori e potrebbero continuare ad esserlo. Vediamo perché:

a) tutti i candidati devono essere approvati dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione: 12 membri, di cui 6 teologi nominati dalla Guida suprema e 6 giuristi indicati dal potere giudiziario (anch’esso fortemente dipendente dalla Guida suprema) e approvati dal Parlamento. Il Consiglio è dunque controllato dai conservatori;

b) il Consiglio dei Guardiani della Costituzione aveva inizialmente bocciato il 99% dei candidati dall’ala riformista (ammessi solo 30 su 3mila) per le elezioni del prossimo Parlamento. A testimonianza dell'autenticità del processo in corso, però, ben 1.400 candidati riformisti sono stati riammessi, dopo un ricorso presentato da questi ultimi;

c) l’esclusione di Hassan Khomeini, nipote della prima Guida suprema del Paese e riformista, dalla lista dei candidati per l’elezione all’Assemblea degli Esperti, è una decisione simbolica e grave;

d) i conservatori hanno oggi il controllo del Parlamento, dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio dei Guardiani della Costituzione e anche delle Guardie della Rivoluzione islamica, corpo militare concepito come un completamento delle forze armate tradizionali, ma che esercita un enorme peso sulla politica e sull’economia iraniana (mediante trust e imprese controllate, che rischierebbero però di finire in mani straniere);

e) i conservatori considerano l’accordo nucleare un cavallo di Troia che porterà a infiltrazioni occidentali nel Paese.

Nonostante le difficoltà, il successo dell’accordo nucleare, accolto con entusiasmo dai giovani Iraniani, potrebbe offrire ai riformisti una spinta in Parlamento, contro la volontà di una parte delle élite del Paese. Molti Iraniani hanno celebrato il ritorno dell’Iran sui mercati internazionali, dopo anni di dure sanzioni, testimoniando la fiducia per la svolta riformista di Hassan Rohani anche con il loro rientro in patria, dopo decenni all’estero.

La comunità internazionale sta scommettendo su questa svolta: un nuovo Medio Oriente, con equilibri nuovi, tutti da verificare, dove fattori religiosi, economici, storici e geopolitici si mescolano e rendono non semplice l’impresa di una pace duratura. Deve essere la prima priorità per l’Europa.  

@GiuScognamiglio

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