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A vent’anni dagli accordi di Dayton

L’accordo del 1996 ha fermato la guerra ma non ha assicurato la pace. Il Paese sembra oscillare tra gli incubi del passato e il sogno di un futuro migliore.

REUTERS/CONTRASTO/ DANILO KRSTANOVIC

Sono passati poco più di vent'anni da quando Sarajevo tornava a essere città libera, alla fine del febbraio 1996. Solo pochi mesi prima, in novembre, i Presidenti di Serbia, Croazia e Bosnia Erzegovina avevano firmato gli accordi di pace di Dayton, decidendo di mettere fine a un conflitto durato più di tre anni e che aveva provocato oltre centomila vittime e due milioni di rifugiati.

Due decenni più tardi, muri e strade di Sarajevo testimoniano ancora di quei giorni, recando ben visibili i segni della guerra - più per una precisa scelta politica che per mancanza reale di fondi. Ogni anno, la città torna a ridipingere di rosso i crateri dell'impatto delle granate - "le rose di Sarajevo", le hanno ribattezzate. Qualche chilometro più a occidente, in prossimità dell'aeroporto internazionale, il tunnel sotterraneo che aveva assicurato la sopravvivenza dei sarajevesi durante 44 interminabili mesi (tanto era durato l'assedio da parte delle truppe serbo-bosniache) è oggi la più visitata attrazione turistica della città, tanto che si sta pensando di aprirne ulteriori sezioni per ampliare quella visitabile, attualmente non più lunga di una decina di metri.

Un ventennio separa quel febbraio 1996, che vide le ultime truppe serbe lasciare i colli intorno alla capitale, dal febbraio scorso, quando il membro croato della Presidenza bosniaca Dragan Covic ha presentato a Bruxelles la candidatura bosniaca all'Unione Europea, in una mossa ampiamente pubblicizzata dai media internazionali: "Vogliamo seguire i nostri vicini sulla strada dell'integrazione", ha dichiarato Covic, assicurando che il Paese è determinato a intraprendere le riforme necessarie.

In realtà, a dispetto dell'ottimismo ostentato dal politico bosniaco, è difficile considerare la candidatura di Sarajevo poco più di una mossa cosmetica. Molti sono, infatti, i nodi che le istituzioni non sono ancora riuscite a sciogliere, e che condizionano pesantemente lo sviluppo della Bosnia Erzegovina.

All'origine di tutto gli accordi di pace del 1995. "Dayton", lo si chiama semplicemente qui, come fosse un essere dotato di vita propria. "Dayton ha fermato la guerra, ma non ha assicurato la pace", ripetono i bosniaci. Pur di mettere fine ai combattimenti, la comunità internazionale accettò allora di seguire la via più semplice: cristallizzare la situazione esistente sul terreno, legittimando de facto la pulizia etnica e anzi dandole valenza costituzionale e amministrativa.

Oggi la Bosnia Erzegovina è costituita da due entità, una a maggioranza serba (la Republika Srpska) e una musulmano-croata (la Federacija), a sua volta suddivisa in dieci cantoni tracciati secondo criteri etnici. Applicare il famigerato "Annex 7", la sezione degli accordi che prevedeva il ritorno dei profughi nelle regioni dalle quali erano stati scacciati dalla pulizia etnica, si è rivelato col tempo un'utopia. Le sue disposizioni sono rimaste, per lo più, sulla carta.

Oggi la Bosnia Erzegovina è un Paese profondamente diviso, dai problemi della quotidianità come l'istruzione scolastica (gli studenti sono separati, spesso anche fisicamente, quando s'insegnano "materie sensibili" come la lingua, la storia e, naturalmente, la religione) fino alla politica, paralizzata in un confronto sterile tra i rappresentanti eletti delle tre principali etnie.

Sotto questo aspetto, il primo scontro che viene alla mente è quello tra il governo centrale, a Sarajevo, e le istituzioni di Banja Luka, il centro amministrativo della Republika Srpska, con le seconde che invocano il diritto alla propria autonomia nei confronti delle "ambizioni centralizzatrici" del governo statale, e il primo che invece accusa i Serbi di volere distruggere il paese con il loro separatismo.

In realtà, fino a questo momento il conflitto tra i due poli è rimasto privo di conseguenze gravi. Milorad Dodik, il Presidente di RS, ha minacciato più di trenta volte nel corso degli ultimi anni di organizzare referendum volti a ricusare, in ordine sparso, la sovranità di Sarajevo, l'autorità delle strutture giudiziarie statali o quella dell'Alto Rappresentante Internazionale Valentin Inzko, il cui ufficio è chiamato tuttora a presiedere l'implementazione degli accordi di pace.

Finora questi appelli sono rimasti senza seguito, segno che il separatismo di Banja Luka è, per il momento, poco più che una tigre di carta. "Il 90% dei Serbi è a favore della Bosnia Erzegovina", ha recentemente dichiarato Dodik all'agenzia turca Anadolu, stando bene attento a sottolineare che comunque si tratta "della Bosnia Erzegovina così come è stata definita da Dayton": i depositari del potere reale devono continuare a essere, prima di tutto, le due entità.

Nel braccio di ferro tra chi, come i Serbi bosniaci, vorrebbe più autonomia e chi, come i Bosgnacchi/musulmani, desidererebbe invece uno stato più unitario il convitato di pietra sono i Croati, storicamente rappresentati da un solo partito (l'Unione Democratica Croata, HDZBiH), partner necessario di ogni governo stabile e al tempo stesso per lo più insensibili al richiamo esercitato da una "patria bosniaca" alla quale sentono in maggioranza di non appartenere.

La scarsa affezione che i Croati bosniaci provano per il loro Paese è meno mediatizzata rispetto alle roboanti dichiarazioni di Dodik ma è, finora, quella che ha avuto le conseguenze più tangibili, dal momento che un numero sempre maggiore degli stessi lascia la Bosnia Erzegovina, sfruttando il fatto di possedere un doppio passaporto (oltre a quello bosniaco, dispongono di quello croato) che, soprattutto dopo l'entrata di Zagabria nell'UE, è diventato comunitario.

Sia chiaro, i Croati bosniaci non sono i soli ad andarsene: ogni anno dalla Bosnia Erzegovina spariscono 30.000 persone, il che - per gli standard di qui - corrisponde a una città di dimensione rispettabile. Chi può fa le valige, e con pochi rimpianti, perché il risultato dell'immobilismo del Paese è prima di tutto la sua pessima situazione economica: la disoccupazione è al 27% (tra i giovani, con una percentuale al di sopra del 60%, è la più elevata al mondo) e il 15% della popolazione vive con meno di 120 euro al mese.

I Bosniaci, dopo vent'anni dalla fine della guerra, chiedono soprattutto due cose: lavoro e cambiamento. Il primo non c'è, se non all'estero. Il secondo è stato finora castrato da istituzioni imperturbabili a ogni tipo di pressione esterna: la lunga stagione delle proteste popolari, iniziata nell'estate del 2013 e conclusa con la rivolta del febbraio 2014, che tanto spazio ebbe anche sui media in Italia, complice la violenza delle manifestazioni e l'incendio di numerosi palazzi istituzionali, non ha dato frutto. Al contrario, le ultime elezioni politiche hanno finito per premiare gli stessi tre partiti identitari (SDS, HDZBiH e SDA) che avevano vinto le prime elezioni democratiche nel 1991 e che avrebbero portato il Paese alla guerra. La Bosnia Erzegovina è costretta, pare, a un eterno ritorno al passato.

Si tratta di un'impasse grave, che rischia di vanificare i sorrisi con cui Dragan Covic ha presentato la candidatura della Bosnia Erzegovina all'UE. E che potrebbe essere destinata ad aggravarsi: la fragilità della Bosnia Erzegovina, infatti, la rende inerme a fronte delle crescenti tensioni internazionali, soprattutto per quanto riguarda il pericolo di una rinnovata esposizione al radicalismo islamico e il deteriorarsi dei rapporti tra Europa e Mosca. Sarajevo è già, statisticamente, tra i primi esportatori di foreign fighters per lo Stato Islamico nella regione: la disperazione economica, la marginalizzazione ha spinto centinaia di giovani (almeno 217, secondo i dati delle autorità bosniache) a preferire il Jihad all'inedia. E la Russia di Vladimir Putin potrebbe facilmente avere un ruolo destabilizzante, soprattutto se dovesse scegliere di rinforzare la relazione con i "fratelli ortodossi" serbo-bosniaci in chiave anti-NATO. In un mondo sempre più instabile, con un’Europa sempre più in difficoltà e priva di punti di riferimento, anche domare le tigri di carta bosniache potrebbe rivelarsi un'impresa.

@RodolfoToe

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