Coscienza europea - I rifugiati non sono tutti uguali

Nell’Unione europea tutti i rifugiati dovrebbero essere uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

 La creazione di un mercato unico tra gli Stati membri dell’Unione europea ha richiesto grandi trasformazioni alle frontiere. Sul fronte esterno è stato necessario fissare regole comuni per l’importazione delle merci. Sul fronte interno la libera circolazione dei cittadini europei ha reso quasi invisibili le frontiere, almeno tra i paesi dell’area Schengen. Ma se per un carico di banane è oggi indifferente entrare in Europa dalla Finlandia piuttosto che dalla Spagna, lo stesso non si può dire per un richiedente asilo che si presenta alle porte dell’UE.

Nel 2013, di fonte a una crescita epocale dei flussi migratori spinti da ragioni umanitarie (nel solo 2015 sono giunte in Europa 1.349.648 domande di protezione internazionale) l’UE ha cercato di sviluppare un Sistema Comune di Asilo (SCA) che permettesse una maggior armonizzazione delle legislazioni e delle pratiche nazionali in merito, nonché una più equa tutela dei diritti dei rifugiati. Così, attraverso l’adozione di tre direttive e due regolamenti, coloro che fuggono da persecuzioni personali o danni gravi dovrebbero contare, in tutti i paesi europei, su procedure simili per la domanda di asilo, standard minimi di accoglienza, colloqui che determinano l’assegnazione dello status di rifugiato rispettosi delle necessità del richiedente (ad esempio linguistiche), la possibilità di ricorrere in appello in caso di esito negativo, e il godimento di numerosi diritti nel caso l’asilo sia concesso (dall’accesso al mercato del lavoro all’assistenza sanitaria). Questa è la teoria, ma la pratica? Gli studi e le analisi svolte da istituti di ricerca e ONG (quali Bruegel, FIERI o AIDA) descrivono una realtà caratterizzata da un’insufficiente livello di integrazione, da deboli risposte politiche, e da una significativa mancanza di solidarietà tra Stati membri.

L’origine di buona parte dei problemi risiede nel principio di Dublino, riaffermato nell’ultima revisione del regolamento europeo omonimo, che prevede che la gestione della domanda di asilo spetti al paese di primo arrivo del richiedente. Insomma, se in un anno arrivano sulle coste della Sicilia 157.000 migranti, toccherà all’Italia farsene carico, separando i “semplici” migranti economici (che possono essere direttamente rimpatriati) dai potenziali rifugiati (che non possono essere respinti poiché tutelati dalla Convenzione di Ginevra), dei quali bisogna prendersi cura almeno fino alla conclusione della procedura di assegnazione della protezione internazionale. Se da un lato lo SCA chiede maggiore uniformità delle regole, è evidente come il sistema, dall’altro, comporti una suddivisione asimmetrica dei costi tra gli stati, che penalizza quelli di confine. Una situazione che ha portato alcuni di questi paesi (Italia e Grecia in primis) ad allentare i controlli sui migranti desiderosi di spostarsi verso altri stati nei quali fare domanda di protezione, a dispetto del principio di Dublino e della banca dati Eurodac, che dovrebbe raccogliere e condividere le impronte digitali e le foto di tutti i nuovi richiedenti, al fine di consentire l’identificazione del paese responsabile laddove la richiesta venisse fatta in uno Stato diverso da quello di entrata. Carenze nell’applicazione delle norme che sono state interpretate come un indiretto ricatto a Bruxelles per avere più aiuti o come extrema ratio dinnanzi a circostanze emergenziali, a seconda che le si guardi con gli occhi di alcune capitali (nordiche) o di altre (mediterranee). Il recente ritorno dei controlli alle frontiere di alcuni paesi Schengen è anche figlio di queste tensioni politiche.

Se gli Stati membri iniziano a perdere la fiducia reciproca, e il piano di redistribuzione delle domande di protezione proposto dalla Commissione – e approvato al ribasso tra enormi resistenze – ha finora prodotto effetti irrisori (solo 600 richiedenti ricollocati sui 160.000 previsti per i prossimi due anni) a rimetterci non è la sola credibilità europea, ma soprattutto la difesa dei soggetti più deboli, i rifugiati, costretti a giocare a una triste lotteria della protezione. L’adozione delle cosiddette liste dei “paesi sicuri” stilate per automatizzare e velocizzare l’identificazione dei richiedenti non idonei alla protezione, senza considerare le loro specificità (il Marocco, ad esempio, è un paese tranquillo, ma per un omosessuale lo è molto meno), ma anche le discrepanze all’interno dell’Unione nella struttura e nella conduzione dei colloqui da parte delle commissioni nazionali che devono decidere in merito ai singoli casi, fino alle diverse condizioni di accoglienza offerte (che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la Corte di giustizia dell’Ue hanno avuto modo più volte di definire inumane e degradanti), continuano a generare delle diseguaglianze di trattamento tra i rifugiati. Diseguaglianze oltremodo amplificate dagli ambivalenti atteggiamenti mostrati dai governi e dalle amministrazioni: se nella Germania di Angela Merkel i richiedenti siriani meritavano la protezione internazionale in maniera indistinta, in Slovacchia o in Croazia i loro tassi di riconoscimento sono ben al di sotto del 50% rispetto alle domande presentate.

Per migliorare l’efficienza e l’equità del sistema europeo di asilo si potrebbe fare molto, a partire da una riforma del principio di Dublino che crei una vera responsabilità condivisa, fino a una seria attuazione degli obiettivi indicati nell’Agenda europea sulla migrazione, licenziata dalla Commissione lo scorso maggio. Una più ampia ricollocazione delle domande tra i paesi sulla base di relazioni familiari o culturali, un’estensione dei tempi di permanenza dei rifugiati al di fuori del paese che gli ha concesso la protezione, e lo sviluppo di programmi che aiutino l’integrazione nel tessuto sociale e lavorativo una volta conquistata la protezione, sono tutte azioni che i governi europei conoscono altrettanto bene, ma sulle quali non c’è convergenza. Per adesso rimane più semplice siglare con la Turchia un accordo che assicuri – a suon di miliardi di euro e concessioni – il rinvio di tutti i migranti irregolari giunti in Europa partendo dalle coste turche. L’accordo mira a rallentare i flussi migratori verso le coste greche scoraggiando il traffico di esseri umani, ma solleva più di un dubbio sulla gestione dei rifugiati che ne verrà. Una soluzione temporanea utile ad allontanare quei problemi esistenziali del processo d’integrazione che la crisi economica aveva già evidenziato, oltre alle nuove fratture tra gruppi di Stati membri. La solidarietà in Europa continua a rimanere così un concetto buono per i Trattati, non per le politiche di questa Unione con troppe idee di sé stessa.

@lorenzovai

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