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Dove andrà la Russia

Il popolo si è affidato a Putin e la Russia ha guadagnato stabilità. Ma nessun politico può governare per sempre: cambiano i leader,cambiano i modelli. Il dopo Putin è tutto da scoprire.

A Mosca una piccola folla si era assembrata davanti alla sede del PCUS (Partito comunista dell’Unione Sovietica) per festeggiarne pacificamente la chiusura. Fra gli astanti spuntò una faccia vagamente nota. Sprizzava buonumore. Ci parlò in perfetto italiano, “Ambasciatore Salleo, non mi riconosce? Sono stato per tanti anni il vostro interprete, l’interprete agli incontri ufficiali con l’Italia. Adesso posso parlare come voglio. Finalmente siamo un paese normale: possiamo essere come voi”.

Era fine agosto 1991. Il colpo di Stato era fallito miseramente, mettendo in moto la catena di eventi che nel giro di qualche mese avrebbe portato alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Gorbačëv aveva appena messo fuori legge il Partito comunista. Ferdinando Salleo, ambasciatore italiano che arrivò nell’Urss e uscì dalla Russia, era fra quanti pensano che la storia si capisce dalla strada meglio che dalla scrivania. Voleva sempre andare a vedere. Lo accompagnavo volentieri e fu così che ci trovammo di fronte alla spontanea dimostrazione riunitasi per dare il benservito all’onnipotente PCUS.

Lasciai Mosca, due anni dopo. Sentii ripetere spesso quelle frasi: “Ora la Russia è un paese normale”, “Siamo come voi”, cioè europei, occidentali. Oggi hanno l’eco nostalgica delle occasioni perdute, allora rivelavano le crepe di un regime che sembrava blindato. I Russi gli giravano le spalle. Anelavano alla normalità. L’aspettativa era ingenua, ma senza ingenuità non si fanno le rivoluzioni.

Poi subentra la realtà. La Russia non è un paese “normale”. La normalità russa è unicità per storia, geografia, cultura, tradizioni politiche e istituzionali. Del resto quali sono i paesi “normali”? Gli Americani sono i primi a vantare il loro “eccezionalismo”. L’Italia è forse un paese “normale”? Dietro il fragile schermo dell’Unione, la “normalità” europea resta un mosaico di individualità nazionali. La normalità tedesca è diversa da quella irlandese, spagnola o polacca.

Un quarto di secolo dopo essere emersa dalle ceneri dell’Urss, la Russia di Vladimir Putin ha trovato nella formula della “democrazia sovrana” un sistema di organizzazione dello Stato, di gestione del potere, di esercizio della sovranità, di creazione del consenso, diverso dalle democrazie europee e occidentali. Quanto è legato all’impronta e alla personalità del Presidente, quanto alla Russia? Il putinismo sopravviverà a Putin?

Dopo la parentesi Medvedev, il Presidente ha curato molto la saldatura con filoni tradizionali della cultura politica russa che vedono nell’autorità forte una fonte d’ordine, un collante nazionale interno e un fattore di potenza esterna. In due recenti commenti, critici occidentali vi hanno visto rintracciata la vena internazionalista del comunismo sovietico, e persino un’implicita riabilitazione della figura di Stalin.

Ma senza spingersi ad analogie azzardate, le basi di un sistema binario, in cui il potere crea consenso e il consenso si traduce nell’investitura democratica di chi esercita il potere, erano state gettate da Putin fin dai primi anni di Presidenza. Anzi lo precedono.

Putin ha battezzato il modello, l’ha perfezionato, teorizzato e applicato. nel 2009, analizzando lucidamente lo stato di salute dei rapporti fra Russia e Occidente, Maurizio Massari, altro brillante testimone degli anni della transizione, osservava che la piega presa dalla democrazia in Russia si era già disegnata sotto Eltsin. Putin ha esplicitato il rifiuto d’assimilazione all’Europa a all’Occidente, spiega Massari: “La democrazia sovrana rappresenta un tentativo di autoridefinizione identitaria al di fuori, separatamente dall’Occidente… in quanto (come ha dichiarato Putin) ‘la Russia è un paese unico’… La democrazia sovrana è un concetto più che un’ideologia compiuta, un linguaggio del nuovo Stato nazionale russo che vuole caratterizzarsi come grande potenza indipendente, non più subordinata all’Occidente”.

Massari coglie acutamente il filo diretto fra l’esercizio del potere all’interno e “l’indipendenza della politica estera russa e la difesa del ruolo e dello status internazionale della Russia”. Questa simbiosi interno-estero è la chiave di lettura di come Mosca si pone sulla scena internazionale, dall’insofferenza verso le “rivoluzioni colorate” ai colpi di mano in Crimea e nel Donbass, dalla concorrenza con l’Ue e la nato nei Balcani all’intervento militare in Siria. Presi regolarmente in contropiede, i leader occidentali possono solo invidiare la capacità di Vladimir Putin di entrare e uscire dalla guerra in Siria in tempo reale.

Il corso che prenderà la Russia post Putin è pertanto cruciale per i rapporti con l’Europa e con l’Occidente. L’impatto è tanto maggiore nella periferia russa, nell’area grigia dei paesi che non hanno le garanzie e i puntelli dell’Ue e/o della nato. I giganti della liberazione dell’Europa centrale e orientale, come Václav Havel (che lo disse) e Lech Wałęsa sapevano benissimo che la partita del loro futuro si giocava anche a Mosca.

La democrazia sovrana premia l’efficienza del governo rispetto alla divisione dei poteri. Il modello non è privo di ammiratori in Europa, come Viktor Orbán o Marine Le Pen (e molti altri non dichiarati). Donald Trump non nasconde una simpatia istintiva per il Presidente russo. È un sistema centralizzato, autoritario, spregiudicato, ma non è dittatura. Il consenso discende dall’alto ma l’autorità che lo crea non ne può fare a meno. Il sistema di potere creato da Putin in Russia si regge su questo delicato equilibrio.

Fare previsioni sul futuro della Russia è un esercizio sterile. Il potere passa di mano bruscamente, per successione o per rivoluzione. I cambi di regime sono drastici, se non tragici come nel 1917. In meno di un secolo la Russia ne ha conosciuti due. nessuno li aveva previsti (se non a posteriori…). Anche quando il sistema politico rimane lo stesso, la successione del leader, zar, Segretario generale del PCUS, Presidente, è un’incognita, molto spesso seguita da una correzione di rotta, se non da una virata. La nuova direzione si scopre solo dopo.

I Russi accettano l’imprevedibilità con storica rassegnazione. La razionalità occidentale vorrebbe invece capire e anticipare. naturalmente non ci riesce. Oscilla fra sopravvalutazione e sottovalutazione del cambiamento. Le costanti della politica russa non cambiano, ma si adattano, non senza fatica, al mondo che si trasforma. nel succedersi degli inquilini, il Cremlino, vera città proibita, simbolo del potere e della nazione, assicura continuità, anche attraverso passaggi epocali quali quelli del 1917 e del 1989-1992.

L’ossificata ed egomaniacale Russia comunista e sovietica aveva perso il treno della storia e dell’innovazione. Il resto del mondo andava avanti. L’Occidente di Reagan, l’ecumenismo del papa polacco, Giovanni Paolo II, il drenaggio dell’Afghanistan avevano messo l’Urss con le spalle al muro. Ciò nonostante il crollo del sistema arrivò soprattutto per cause interne e per errori di una dirigenza crepuscolare. La Russia non si fa piegare, come scoprirono a loro spese napoleone e Hitler. Può però piegarsi su sé stessa se viene meno la spina dorsale che la sorregge attraverso le avversità e le prove più terribili.

La Russia decide da sola quando cambiare. Il quando, come e perché, è al di là della capacità di comprensione dei non Russi. I Russi al massimo lo intuiscono, forse. La loro storia è fatta di eroismo, di errori, di riscatti, di genialità, di arroganza, di grinta, di ricerca d’identità. Il prezzo che pagano a questo cocktail di eccessi nazionali – basti pensare alle purghe staliniane e alla Seconda guerra mondiale – è altissimo. Ma i Russi sanno anche sorprendere. Il dopo Putin non sarà diverso.  

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