Il potere dietro le quinte

L’impresa si prospetta ardua: la Signora deve governare con un Parlamento per metà in mano ai militari, un tempo suoi carcerieri.

REUTERS/Jorge Silva

Un’icona della dissidenza che ora, dopo una lunga odissea sotto la dittatura militare, può finalmente governare per la gioia del suo popolo. Per un mondo abituato a 20 anni di contrapposizione tra la “santa” Aung San Suu Kyi e i malvagi generali, negli ultimi mesi il lieto fine in Birmania si è concretizzato ogni giorno di più. “The Lady”, ex prigioniera in casa per 15 anni, è ora la plenipotenziaria del primo governo civile dal 1962. Le aspettative sono enormi, a partire da una popolazione che sembra ingenuamente equiparare democrazia e progresso. Ma la via della “nuova Birmania” rimane irta di ostacoli e questioni a cui solo il tempo darà una risposta.

Alle elezioni dello scorso novembre, i birmani hanno dato un inequivocabile mandato alla “Lega nazionale per la democrazia” (Nld) di Suu Kyi, che ha conquistato il 78% dei seggi in palio. Tale valanga di voti ha permesso al partito della “Signora” di controllare il Parlamento, sebbene un quarto dei deputati sia scelto dall’esercito. In aprile, a completare quel trionfo, è entrato in carica il governo di Htin Kyaw. Un economista amico di Suu Kyi fin dalle elementari, è un gentiluomo rispettato ma senza carisma: in sostanza, un fedele prestanome per una Suu Kyi a cui la Costituzione preclude la presidenza in quanto madre di cittadini britannici. Il premio Nobel per la Pace è la spina dorsale dell’esecutivo: è ministro degli Esteri, dell’Istruzione e dell’Energia, e fa da capo di gabinetto. 

Sulla carta, Suu Kyi può governare come meglio le aggrada. Ma rimane la domanda “Cosa le lasceranno fare?”. Nonostante si siano sfilate nel 2010, mettendo poi al governo l’ex generale Thein Sein, le forze armate rimangono centrali nel sistema di potere, una sorta di “stato nello stato”. L’esercito controlla importanti conglomerati, è legato a doppio filo agli oligarchi, e dietro le quinte l’ex dittatore Than Shwe (83 anni) continua a manovrare le sue pedine. In una società gerarchica e conservatrice, che non ha mai conosciuto la pace dall’indipendenza del 1948, i militari si considerano l’indispensabile pilastro dell’unità di un Paese per due terzi di etnia Bamar, ma dove coesistono 134 minoranze.

I generali manterranno così un’influenza decisiva. La Costituzione assegna loro tre ministeri chiave: Difesa, Interni e Affari di confine. Uno dei due vicepresidenti, Myint Shwe, è un militare implicato nella repressione delle proteste dei monaci del 2007. Accanto al governo coesiste un “Consiglio di sicurezza e difesa nazionale” di 11 membri in maggioranza militari, che può dichiarare lo stato di emergenza in caso di minacce alla nazione. L’essere ministro degli Esteri garantisce a Suu Kyi un posto nel potente organo. In poche parole, pur controllando il Parlamento, “la Signora” sarà costretta a mantenere una relazione funzionale con gli eredi dei generali che l’hanno confinata agli arresti domiciliari dopo il suo trionfo elettorale - mai onorato - del 1990. 

Con tutte le doti che vengono riconosciute a Suu Kyi, non è un segreto che l’essere diplomatica non sia una di esse. Figlia del “padre della patria” Aung San, si sente investita della missione storica di porre il Paese sulla retta via. All’interno del Nld, ciò l’ha portata ad accentrare il potere, anche nella gestione di affari minori. Le sue prime mosse fanno però intendere che Suu Kyi - pur con i suoi quattro incarichi - ha capito i rischi del far tutto da sé. Il suo governo comprende esponenti del Nld, tecnocrati, e persino due ex ministri della giunta. I rapporti con le gerarchie militari vengono definiti cordiali, anche se la fiducia reciproca latita.

In ogni caso, il compito del governo è improbo. Il problema principale è che la Birmania è un Paese disastrato dopo mezzo secolo di dittatura isolazionista e paranoica, che gli ha fatto perdere il treno del boom asiatico. Nonostante l’invitante posizione strategica, tra Cina e India, i birmani sono tra i più poveri del continente: il Pil pro capite supera di poco i mille dollari, un quinto della vicina Thailandia. Nelle campagne, in milioni rimangono ancorati alla mera sussistenza agricola. Il livello delle infrastrutture è pietoso, così come quello della sanità e dell’istruzione. In sostanza, bisogna posare le fondamenta di uno stato funzionale. Ma le risorse a disposizione sono limitate, e per aumentarle sarà necessario andare a toccare interessi costituiti.

E’ chiaro che l’avvento della democrazia porterà a un’impennata dell’interesse degli investitori. In un Paese di 50 milioni di abitanti dal costo del lavoro bassissimo, dal turismo al settore manifatturiero leggero il potenziale è enorme. Non sono però cambiamenti che avverranno dall’oggi al domani. Già nel 2011, quando le sanzioni occidentali furono tolte, si guardava alla Birmania come al nuovo Eldorado. Ma molti si sono scottati. La mancanza di servizi essenziali, l’assenza di certezze in una burocrazia lenta e corrotta, persino i prezzi astronomici degli immobili hanno costretto diversi investitori a rinviare il loro sbarco. Una differenza però ora c’è. Come spiega un diplomatico europeo, “gli oligarchi birmani si sono già posizionati in vista della pioggia di investimenti. Una Birmania democratica ora fa comodo a tutti”.

Per quanto riguarda la società, Suu Kyi sarà inoltre chiamata a gestire tensioni religiose e conflitti in corso. Dai pogrom contro i Rohingya nel 2012, il dilagare dell’intolleranza verso il 5% di musulmani è evidente. Sono considerati un odioso residuo storico della colonizzazione britannica, e i buddisti ne temono la crescita demografica. I monaci del Ma Ba Tha (Associazione patriottica del Myanmar) soffiano sul fuoco, con la connivenza delle forze armate. Come reagirà “la Signora” in caso di nuove violenze? Lei è già stata presa tra i due fuochi: è accusata dai più nazionalisti di essere troppo soft con i musulmani, mentre le organizzazioni per i diritti umani l’hanno criticata per non aver preso posizione.

L’altra eredità di mezzo secolo di dittatura è una serie di conflitti etnici nel nord e nell’est. Nello stato Kachin, dal 2011 la guerra ha causato migliaia di morti e oltre 100 mila sfollati. In quello Shan, milizie che si arricchiscono con l’oppio sono anch’esse in lotta con l’esercito. Il recente processo di pace ha coinvolto diversi gruppi, ma non tutti. In generale, anche dove vige un cessate il fuoco, rimane aperta la questione di quale forma di stato debba avere questo mosaico di etnie, lingue e religioni. L’esercito ha sempre centralizzato tutto; le minoranze vorrebbero più autonomia, o un vero e proprio stato federale. Suu Kyi ha fatto intendere di capire le loro aspirazioni; ma anche qui la fiducia reciproca è da costruire, dato che “la Signora” è pur sempre un’alto esponente della maggioranza Bamar. Come reagiranno i militari in caso d’inedite concessioni alle minoranze? E l’esercito risponderà al governo nella gestione dei conflitti? Il potenziale per nuova instabilità è altissimo. Per Suu Kyi, dopo una vita da dissidente, il difficile comincia adesso.

@aleursic

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