La crisi europea

Al contrasto Nord-Sud se ne contrappone uno più preoccupante Est-Ovest.

Il “progetto europeo” sta attraversando la sua peggior crisi dai tempi del Trattato di Roma, siglato nel 1957 dai sei paesi fondatori. Questa crisi potenzialmente esistenziale non è dovuta all’Unione monetaria incompleta, come predetto da molti in questi anni, ma al fatto che membri Ue esterni all’eurozona si sono ripiegati su posizioni nazionalistiche proprio quando la solidarietà europea, della quale essi stessi hanno beneficiato negli ultimi anni, chiede ora loro un contributo.

La stella dell’integrazione europea ha brillato per decenni: nel 1973, si sono uniti ai sei membri fondatori il Regno Unito, la Danimarca e l’Irlanda, negli anni Ottanta, è stato il turno di Grecia, Spagna e Portogallo, divenute democratiche dopo le dittature; nel 1995, terminata la Guerra fredda, sono arrivate Austria, Finlandia e Svezia e tra il 2004-07 dieci paesi ex comunisti dell’Europa centrale si sono uniti, insieme a Cipro. Infine, nel 2013, è stata la volta della Croazia.

Senza dubbio l’allargamento a 28 paesi, con il raddoppio della popolazione fino a 500 milioni di persone con livelli di reddito e cultura diversi, non poteva non complicare il raggiungimento dell’obiettivo ultimo di “un’unione sempre più stretta”.

Politiche d’integrazione ad ampio respiro, come la moneta unica e l’abolizione delle frontiere (Schengen), sono state intraprese come “grandi idee politiche”, ovviando a ostacoli di ordine economico e pratico attraverso impegni, forse frettolosi, con le politiche nazionali che avrebbero dovuto far funzionare l’impianto ancora incompleto.

Non sorprende che alla prima tempesta, sotto forma della crisi finanziaria del 2008, i problemi di un tasso d’interesse unico per un insieme di paesi molto diversi, e senza sufficienti politiche fiscali di compensazione (o misure macroprudenziali) siano emersi con il collasso immobiliare in Irlanda, Spagna e Portogallo. Man mano che la tempesta gonfiava, le falle insite nell’interdipendenza di banche e debiti sovrani vennero alla luce, e con la pressione esercitata sui debiti sovrani più periferici, la pochezza istituzionale greca si è rivelata appieno.

Ma i leader europei sono corsi in soccorso. Laddove non erano praticabili i trasferimenti fiscali, venne concessa ai paesi in crisi una quantità mai vista di prestiti a basso costo, attraverso i due meccanismi ESFS e ESM, costituiti velocemente ad hoc. Le politiche monetarie vennero aggiornate, in primo luogo con l’introduzione delle OMD, a cui è seguito il progetto e la realizzazione dell’Unione bancaria. Secondo criteri standard, oggi la crisi dell’eurozona è sotto controllo, se non passata.

Ed ecco la seconda tempesta: la più grande crisi dei rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale ha rivelato l’insostenibilità dell’apertura delle frontiere interne senza un confine esterno condiviso e controllato.

Ma questa volta i tentativi di concordare e implementare una risposta europea congiunta sono falliti. La Commissione europea, la Germania, l’Italia e la Grecia hanno tentato di predisporre una politica europea condivisa per gestire il milione e più di profughi arrivati in Europa lo scorso anno. Ma molti leader europei, specie in Europa centrale, ma anche nel Regno Unito e in Danimarca, hanno opposto una forte resistenza e un secco rifiuto invece di onorare gli accordi della Ue.

Di conseguenza, centinaia di migliaia di profughi sono accampati e abbandonati, e la distribuzione nei vari paesi europei di quelli che passano le procedure di asilo non è equa. Molti paesi hanno ripristinato i controlli alle frontiere, di fatto sospendendo gli accordi di Schengen. Infine, è stato siglato un accordo di discutibile legalità con la Turchia e a inizio aprile i rifugiati in Grecia, non censiti, sono stati rispediti in Turchia.

La crisi dei rifugiati ha creato in Europa una divisio ne tra Est e Ovest, che ha rimpiazzato quella Nord-Sud che aveva caratterizzato la crisi finanziaria e dei debiti sovrani. A dispetto dell’opinione prevalente, questa divisione potrebbe minare la coesione europea ancor più della precedente.

Da quando è diventata membro dell’Ue dieci anni fa, l’Europa centrale ha ricevuto annualmente il 3-5% del proprio Pil da vari fondi Ue, a sostegno di tassi di crescita maggiori che in Europa occidentale. L’idea implicita era che come “parte della famiglia europea” riceveva la solidarietà dell’Europea occidentale.

Ovvio lo sgomento e il disappunto delle capitali europee occidentali di fronte al rifiuto dell’intero blocco centrale europeo di partecipare a una soluzione europea della crisi dei rifugiati. Al danno si è poi aggiunta la beffa quando il nuovo Governo polacco ha apertamente mostrato di non voler seguire la rotta indicata da Berlino, Parigi e Bruxelles ma di voler mettersi a capo di altri paesi centro-europei per creare un contrappeso ai poteri dominanti nella Ue; una strategia destinata al fallimento.

Sarebbe legittimo se i contribuenti dei paesi dell’Europa occidentale protestassero contro il proseguimento di questi ingenti finanziamenti verso un’Europa centrale sempre più ostile e poco collaborativa. Se ciò accadesse, l’Europa centrale potrebbe impuntarsi e diventare ancora più isolazionista al punto da rendere la propria permanenza nell’Ue discutibile – oppure rientrare nell’ovile della famiglia europea. Troppo presto per dirlo.

Mentre il cuore dell’eurozona si confronta con questa crisi Est-Ovest, il Regno Unito va alle urne per decidere se rimanere membro dell’Ue, una questione sulla quale tornerò il prossimo mese.

“Un’unione sempre più stretta” è ciò che i 28 Paesi membri hanno sottoscritto unendosi. Quasi una dozzina di loro sembra avere dei ripensamenti.

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