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La geopolitica dei gasdotti

Il gas è lo strumento politico e diplomatico attraverso il quale la Russia punta alla conquista dei mercati dell’Occidente e dell’Estremo Oriente.

 Lo sconfinato territorio della Grande Madre Russia dispone di immense risorse energetiche, in specie gas e petrolio, destinate ad essere un potente strumento geopolitico nelle mani del Cremlino.

Tali risorse infatti sono perlopiù destinate ad alimentare lo sviluppo di Paesi europei ed asiatici affamati di forniture energetiche stabili, affidabili e -quanto più possibile- convenienti.

Il pipeline network che distribuisce le preziose ricchezze energetiche russe disegna pertanto una chiara mappa delle relazioni geopolitiche della potenza eurasiatica. La direttrice preponderante è quella che attraversa il territorio russo da est a ovest portando gas e petrolio, sia mediante il gasdotto North Stream fino al terminale tedesco di Greifswald, sulle coste baltiche che con l’oleodotto Druzhba (con le varie diramazioni: Druzhba 1 e 2 in Slovacchia e Bielorussia) che giunge in diversi Paesi del Centro-Nord Europa.

Per anni, Gazprom ha sviluppato piani di costruzione di un gasdotto South Stream destinato a collegare la Russia alla Bulgaria e da qui redistribuire il gas al resto dell’Europa continentale aggirando il territorio ucraino divenuto sostanzialmente indisponibile soprattutto a seguito delle vicissitudine belliche della Crimea e della regione del Donbass tuttora intrappolata in un conflitto a bassa visibilità ma comunque sanguinoso. Nel 2014, anche a seguito delle sanzioni internazionali inflitte alla Russia, il Cremlino decise la definitiva cancellazione dell’ipotesi South Stream, spostando la propria attenzione verso un percorso che attraverso il Mar Nero giungesse nella Turchia anatolica e da qui si diramasse verso il Mare Adriatico (Trans-Adriatic-Pipeline, TAP, via Grecia, Albania con approdo in Puglia ) e a nord, verso i Balcani e lo snodo Ugs (Underground Gas Storage) di Baumgarten in Austria.

A seguito dell’inasprimento delle relazioni tra Mosca ed Ankara, connesse all’abbattimento dell’aereo militare russo lo scorso 2 dicembre 2015, anche l’ipotesi Turkish Stream sembra al momento congelata sine die. Il tramonto dei citati possibili percorsi alternativi al passaggio sul territorio ucraino ha consentito la perentoria affermazione del progetto russo-tedesco di raddoppio del gasdotto North Stream (joint venture tra Gazprom, al 51%, le tedesche BASF, E.On alle quali si sono affiancate l’austriaca OMV, la Royal Dutch Shell, la francese Engie e, in extremis, l’Italia). North Stream 2 (NS2) consentirebbe la realizzazione dell’obiettivo russo di esportare nel triennio 2016-18 fino a 160 miliardi di metri cubi annui, affermando la strategicità dell’hub gasiero di Greifswald dal quale, grazie a un efficiente sistema logistico e commerciale, il gas naturale liquido verrebbe destinato ai mercati dell’Europa centro-occidentale attraverso i gasdotti Nel (Nordeuropäische Erdgasleitung) e Opal (Ostsee-Pipeline-Anbindungsleitung).

In questo contesto, NS2 esalterebbe – in un tracciato nord-sud – anche l’hub austriaco di Baumgarten destinato a servire la parte sud-orientale del Vecchio continente.

Naturalmente il progetto NS2 di fatto andrebbe a creare una discontinuità rilevante nella geopolitica energetica eurorussa e ha già evidenziato aspre resistenze da parte di alcuni Paesi dell’Est (in primis, Polonia e Slovacchia che verrebbero penalizzate dalla perdita di lucrose rendite date dai diritti di transito oggi pagati per il trasporto del gas via Bielorussia, gasdotto Jamal-Europa, o via Slovacchia, gasdotti Urengoj-Pomary-Užgorod).

La competitività dei costi di estrazione degli idrocarburi in Russia è il fattore chiave che consente al Cremlino di mantenere al massimo la produzione dei vari centri di produzione (in particolare Krasnojarsk, Irkutsk, Jacuzia e Sakhalin) destinando le risorse energetiche anche alla Cina attraverso il fondamentale gasdotto Altai (direttrice nord-sud) e lo sviluppo del gasdotto Power of Siberia (direttrice ovest-est) finalizzato alla massimizzazione dell’export energetico verso Oriente, facendo leva in particolare sul lungo confine tra Russia e Cina nell’Estremo Oriente asiatico.

Ricapitolando, quindi, alla luce degli avvenimenti di piazza Majdan (2014) e alla caduta verticale delle relazioni diplomatiche con la Turchia di Erdoğan (2015) il nuovo assetto geopolitico putiniano facente leva sugli approvvigionamenti energetici, prevede un asse russo-tedesco rafforzato (a scapito del bacino mediterraneo e di Paesi ex satelliti sovietici quali Bielorussia, Polonia, Slovacchia e Ucraina) che considera l’Europa come cruciale mercato di sbocco delle proprie ingenti risorse gasiere e petrolifere.

L’altro grande mercato, verso il quale il Cremlino gioca il proprio potere nel risiko dei gasdotti, è rappresentato dalla Repubblica Popolare Cinese; in ottica di diversificazione dei mercati, la Russia ha infatti firmato nel corso del 2014 importanti accordi con il vicino cinese per forniture di gas liquefatto per centinaia di miliardi di dollari. Tale cooperazione prefigura una partnership strategica includente la costruzione e il rafforzamento di infrastrutture importanti, rapporti non di esclusiva natura commerciale di lungo periodo, cooperazioni e dialoghi persistenti e rafforzati.

La Cina gioverebbe di tale strategia di approvvigionamento energetico sia per alimentare il proprio sviluppo economico che per ragioni di carattere squisitamente ambientale nel sostituire, almeno parzialmente, l’uso del carbone che sta soffocando importanti aree del Paese; la Russia si assicurerebbe un cliente di lungo periodo, per ingenti quantità, non coinvolto nell’imposizione delle sanzioni internazionali e soprattutto manderebbe un segnale fondamentale all’Unione europea e agli Stati Uniti. In ultimo, riflessione specifica merita lo sviluppo futuro del pipeline network della Russia; il crollo del prezzo degli idrocarburi rende doppiamente oneroso un protagonismo russo in tal senso. Con prezzi oscillanti tra i 30 e i 35 dollari per barile e similare andamento per il gas, i produttori e distributori di risorse energetiche che, nel caso russo, dato il mancato unbundling di attività, investe pienamente nel suo doppio ruolo Gazprom, sono in evidente difficoltà contingente e prospettica.

Si pone quindi l’interrogativo su quanto, in futuro, la posizione geopolitica russa possa effettivamente essere rafforzata o stemperata dall’uso dei gasdotti come mezzo di pressione diplomatica alla luce di una penalizzazione di lungo periodo dei prezzi delle risorse energetiche.

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