Prima pagina - La bandiera dello Stato islamico

Sono appena tornato da alcuni giorni negli Usa, dove ho maturato questa convinzione: il prossimo Presidente degli Stati Uniti – chiunque sia – sarà uno tra i meno amati degli ultimi decenni. Donald Trump preoccupa l’establishment repubblicano per il suo essere strutturalmente “politicamente scorretto”, una vera e propria wild card per far vincere Hillary, a sua volta non amata dai giovani e paradossalmente dalle donne, che non le perdonano la sua lunga militanza nelle stanze del potere, a partire dagli otto anni alla Casa Bianca.

L’impressione è confermata dai numeri: dei 1.712 delegati conquistati ad oggi da Clinton contro i 1.011 di Sanders, quasi 500 sono i cosiddetti superdelegati, cioè attribuiti dal partito e non conquistati sul campo contro i soli 31 di Sanders! Ecco cosa è il potere clintoniano... Ma questa volta, la sensazione è che non apparirà un altro Obama a interrompere la corsa trionfale della moglie di Bill...

Perché Putin si è ritirato improvvisamente dalla Siria, sorprendendo non solo noi opinionisti ma anche i governi occidentali? Il comunicato ufficiale parla di “raggiungimento degli obiettivi”. Ma quali sono questi obiettivi? Credo due: uno strategico-politico, che è l’accreditamento di Mosca quale paese responsabile e non avventuriero che, alla vigilia della ripresa dei negoziati di Ginevra per tentare la pace in Siria, si ritira dopo aver costretto Isis all’arretramento (simbolica la riconquista di Aleppo e Palmira) e aver creato un cuscinetto di sicurezza sulla costa per gli Alawiti (minoranza cui appartiene anche la famiglia di Assad), protetti dalla base navale di Tartus e da quella aerea di Latakia. È chiaro che a Ginevra non potrà essere presa alcuna decisione sgradita a Mosca. Il secondo obiettivo è economico: la lezione dell’Afghanistan è ben chiara nella memoria di Putin e il costo della guerra (500 mln di euro finora) non è sostenibile nel lungo periodo, con questo prezzo del petrolio e la svalutazione del rublo, che stanno drenando risorse dalle riserve del Paese.

Storico ed emozionante l’incontro tra il Presidente americano (dopo quasi 90 anni a Cuba) e Raúl Castro. Ho incontrato Fidel nel 1990, indimenticabile per me giovane diplomatico. Ricordo il suo orgoglio nel rivendicare la restituzione della dignità ad un popolo, il suo, dopo la stagione del dittatore Batista, caratterizzata da corruzione e degrado, in sintonia con un’America poco illuminata. Speriamo che la lezione sia servita e non si ricrei una condizione di sovranità limitata, che distrugga anche quanto resta di buono dell’esperienza castrista. L’imminente arrivo, dopo Obama, dei Rolling Stones a L’Avana lascia ben sperare...

Mentre scrivo, giungono da Bruxelles aggiornamenti sull’ennesimo, sanguinoso attacco terroristico al nostro modello di convivenza civile e alle nostre pacifiche esistenze. Non ci fa piacere ricordare che lo avevamo ampiamente previsto da queste pagine: finché non ci sporcheremo le mani per annientare anche l’ultima bandiera del farneticante progetto di Stato islamico, saremo costretti a contare ancora molti morti tra amici e parenti. Continuo a non capire questa politica delle mani nette, con l’argomentazione che in passato abbiamo fatto più danni che risolto problemi. Imparare la lezione non comporta il non intervento nelle crisi, bensì un intervento ampio, sotto bandiere Onu, con la partecipazione di popolazioni locali, con le quali poi sedersi a programmare anche un assetto post guerra, che magari sia anche più costoso dell’intervento bellico stesso, ma che sia in grado di dare un contributo decisivo a migliorare le condizioni di vita delle comunità oggi devastate dalla guerra civile, per un futuro migliore per loro e, indirettamente, anche per i nostri giovani. La politica delle mani nette equivale purtroppo a mani insanguinate!

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