eastwest challenge banner leaderboard

Protagonisti - Herman Van Rompuy: il passato e il futuro dell’Europa

Indietro

Le vere responsabilità della guerra russo-ucraina, raccontate per la prima volta.

 Quando Van Rompuy fu scelto quale Presidente del Consiglio Europeo, molti opinionisti lo definirono un "diesel". Probabilmente lo è stato ed era esattamente ciò di cui ha avuto bisogno l'Europa durante una difficilissima crisi durata anni, un uomo competente e tenace, che ha compensato un Presidente della Commissione votato naturalmente (forse necessariamente) al compromesso.

Posso chiamarLa ancora Presidente?

Si, dato che mi è stato conferito il titolo di Emerito.

Bene, Sig. Presidente. Sono momenti difficili per l'Europa. Negli ultimi 6 anni, il processo d’integrazione ha dovuto affrontare una crisi dopo l'altra: finanziarie, sociali, economiche, la Grecia, le migrazioni, il terrorismo… l'incapacità delle democrazie nazionali di eleggere leader lungimiranti. E di Unione federalista, forse la soluzione, non si parla più.

La UE è la somma di 28 democrazie nazionali: quando queste soffrono, soffre anche l'Europa. La crisi democratica ha preceduto quella finanziaria. Nel 2002 il Front National di Jean-Marie Le Pen era già il secondo partito in Francia.

Dieci anni fa, nelle Fiandre, dove sono nato, il partito di maggior successo era xenofobo e razzista, come in Austria. La crisi finanziaria ha acuito queste tendenze, ma erano già presenti.

La nostra società sta diventando sempre più individualista, il che comporta una frammentazione dell'orizzonte politico: in questo contesto, i leader politici tendono a compiacere le maggioranze, spesso populiste. Durante la crisi dell'eurozona, abbiamo agito troppo poco e troppo tardi, abbiamo atteso che gli interessi europei e quelli nazionali coincidessero. La crisi dell'euro è stata superata, ma dopo ben due anni e mezzo. Con la crisi dei rifugiati, speriamo di renderci conto per tempo che soluzioni nazionali e misure protezionistiche possono solo aggravare il problema, che va invece affrontato anche collaborando con paesi terzi, come la Turchia, o fuori dai nostri confini, come stiamo facendo in Siria. E’ stata finalmente adottata una strategia comune, al Consiglio Europeo di marzo, che dovrebbe produrre risultati, seppure non immediatamente: è cruciale la corretta implementazione, in Turchia e in Europa. Speriamo che i negoziati di pace di Ginevra riportino stabilità e che Isis venga sconfitta militarmente. Due passi indispensabili, se vogliamo fermare le migrazioni e ridurre le sofferenze del disastrato popolo siriano. Non dobbiamo dimenticare che questa è in primo luogo una tragedia umanitaria.

La gestione di queste crisi globali è anche complicata dalle tante tornate elettorali – nazionali, regionali, referendarie – che impegnano i leader europei in una costante ricerca di consenso, sacrificando le politiche di lungo termine, che potrebbero risultare impopolari. Durante la crisi greca, il Cancelliere tedesco è sembrato attendere i risultati elettorali nei Länder, prima di annunciare quella che temeva essere una decisione impopolare in patria. Prendendo ad esempio gli Usa, forse l’Ue dovrebbe tenere tutte le consultazioni elettorali, continentali, nazionali e finanche regionali, lo stesso giorno, per evitare di condizionare l’efficacia dell’azione politica.

È vero, ma aggiungerei un’altra considerazione: la politica europea oggi influenza le politiche nazionali, non affronta solo genericamente la crisi finanziaria o quella dei migranti, ma ha un impatto diretto sulla vita quotidiana delle persone. Fino a qualche anno fa, l’Europa era “solo” un’idea vincente, ampliava i mercati, promuoveva politiche creative. Oggi, è arrivato il tempo delle scelte, della maturità. Non siamo più degli adolescenti pieni di ideali e di sogni. Ora siamo maturi e dobbiamo far fronte alla dura realtà del mondo finanziario, dei rifugiati, del terrorismo: tutti problemi molto concreti. Siamo vittime del nostro successo; la nostra crescente integrazione significa fare i conti con la “europeizzazione” delle politiche nazionali. Quando il Premier finlandese mi disse: “Non posso approvare quella decisione europea prima delle prossime elezioni in Finlandia”, mi resi conto che l’Unione aveva ormai conquistato un posto nei cuori e nelle menti dell’elettorato europeo! Negli Usa, anche con un Presidente unico e un Congresso unicamerale, sono rimasti senza bilancio per due anni. E anche lì, le elezioni di mid-term creano problemi di governance, ma indubbiamente le frequenti battaglie elettorali nei 28 Paesi europei frenano l’azione europea. Negli ultimi anni, la gente comincia a riconoscere che i leader europei riescono ad incidere sulla nostra vita di tutti i giorni. Perfino la satira si occupa oggi con successo dei leader di altri Paesi membri, novità forse ancora più importante della modifica dei trattati! Sono pienamente d’accordo!

Un suo commento sulla Brexit. Nel 1989, quando ero un diplomatico di fresca nomina, venni invitato in un castello inglese per un dibattito sull’Europa. Quando chiesi a Ralph Dahrendorf perché i Britannici erano così euroscettici, mi rispose che era a causa del loro passato imperiale: “ai più europeisti tra loro – aggiunse Dahrendorf – interessa al massimo verificare se l’Unione avrebbe mai funzionato e quali vantaggi comporterebbe farne parte, senza alcun interesse a darsi da fare per migliorarne l’efficienza”. Poco sembra cambiato da allora; sarebbe forse meglio un’Unione senza il Regno Unito o dovremmo persuaderli a rimanere?

Il Regno Unito gode già di uno statuto speciale: non ha aderito all’euro né al trattato di Schengen. Non approva le politiche migratorie della Ue e i Britannici non si sentono veramente europei. Perfino in politica estera, il contributo alla Ue in questi anni è stato nullo: non mi ha sorpreso che Cameron non fosse a Minsk quando Hollande e Merkel hanno incontrato Putin, sebbene avrebbe dovuto, dal momento che la Gran Bretagna è membro del Consiglio di sicurezza, ha una lunga tradizione diplomatica ed è una potenza nucleare. L’unica cosa che interessa ai Britannici è l’accesso al mercato comune. Una “visione mercantilista” dell’Europa, potremmo definirla... I paesi fondatori hanno ben altra sensibilità: per noi, l’obiettivo è la cooperazione e la pace. I Britannici si sono uniti alla Ue solo nel 1973 e, dopo appena due anni, hanno indetto il primo referendum sul “dentro o fuori”. Ora, David Cameron chiede una riforma della Ue. Personalmente, non gli renderei la vita difficile, anche se le chiamerei riforme dentro l’Unione, piuttosto che dell’Unione: dobbiamo fare il possibile affinché vinca il sì. L’accordo raggiunto (tra Uk e Ue) significa che il Primo ministro può fare campagna per il sì, il che non garantisce la vittoria, ma la facilita. Il Regno Unito deve rimanere e non solo per ragioni economiche, è nel loro interesse nazionale. Una sua uscita amputerebbe l’Unione che, da entità in espansione diverrebbe un’associazione in contrazione. Se rimarrà in Europa, spero proprio che il Regno Unito cominci però a fare la sua parte più di quanto abbia fatto in passato, dalla politica estera alla difesa e oltre. Dopo il referendum, si volti pagina. Un referendum non è un sondaggio, con il quale si manda un segnale; questo è un voto vero e avrà serie ripercussioni. La consultazione scozzese e quella del 1975 sono di buon auspicio. Anche allora i sondaggi erano negativi ma il risultato fu positivo.

Ha parlato di politica estera dell’Unione. Cosa pensa dei rapporti con la Russia? Alcuni ritengono che sia stato un errore affidare alla presidenza di turno lituana la gestione dei rapporti con l’Ucraina, essendo la Lituania ossessionata dal suo potente vicino. La possibilità di accesso alla Nato e l’Associazione alla Ue sono state percepite da Putin come una provocazione e il “grande orso”, alla fine, ha reagito. Pensa che l’Europa abbia fatto tutto il possibile per evitare l’irrazionale reazione russa?

Si può anche rovesciare la domanda: la Russia ha fatto tutto il possibile per mantenere buoni rapporti con l’Europa

Dando per scontato che la risposta fosse “no”, ho formulato l’altra domanda…
(Van Rompuy, visibilmente irritato...)

In primo luogo, la presidenza lituana non è stata decisiva: è troppo facile attribuire loro la colpa! I negoziati tra la Commissione e il Governo ucraino sono stati tenuti con un signore filorusso (Yanukovich, n.d.r.) di provenienza orientale, non certo con un filoeuropeo! Io l’ho incontrato più volte: fino a settembre 2013, era stato molto favorevole all’accordo di Associazione e il fatto che fosse di madrelingua russa ci convinse che non stessimo offendendo la Russia. Nello stesso periodo, incontravamo regolarmente anche Putin e Medvedev, due volte l’anno e nessuno dei due ha mai dichiarato “abbiamo un problema: questa linea non va oltrepassata”. Mai! Forse pensavano che non sarebbe mai accaduto nulla… Gli Stati membri hanno deciso di finalizzare l’accordo di Associazione nel 2013 e, di comune accordo, abbiamo deciso tutti di firmarlo nel 2014. Non si può dare la colpa ai Lituani o a qualcun altro, è stata una decisione collettiva! Poi, naturalmente, con lo scoppio della rivolta di Maidan, la guerra civile si è estesa e Putin ha fatto la sua mossa, approfittando della confusione, per annettere la Crimea. Questa è stata la prima svolta. La seconda è stata l’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines: non potevamo non reagire. E abbiamo deciso di imporre le sanzioni economiche. Una decisione unanime, di tutti i 28 Paesi. Alcuni erano più propensi di altri, gli Italiani non erano troppo contenti, ma tutti hanno aderito. Questo passo è avvenuto dopo la guerra civile, dopo più di 9.000 vittime, dopo l’annessione della Crimea e l’abbattimento del volo malese da parte dei ribelli sostenuti dalla Russia… Le sanzioni non volevano essere una punizione, ma ci pareva che una semplice reprimenda sarebbe stata troppo mite e ogni azione militare fuori discussione. Abbiamo scelto questa via intermedia, per spingere la Russia a cercare una soluzione: ne derivarono il primo e il secondo accordo di Minsk, la cui applicazione è ancora incompleta. I ribelli non hanno mantenuto le loro promesse e nemmeno gli Ucraini hanno eseguito quanto sottoscritto. La tregua non è sempre rispettata, ma almeno i morti sono diminuiti. Penso che così siano andate le cose e, come sempre, in situazioni così complesse, attribuire le colpe non è mai costruttivo. Detto questo (si calma), abbiamo collaborato con successo con la Russia sull’Iran e spero che continueremo a combattere insieme il nemico comune in Medio Oriente: Isis. Ricordiamo cosa disse Putin dopo gli attacchi di Parigi: “Sosterremo il nostro alleato francese”. Usò il termine alleato; abbiamo interessi comuni, insieme dobbiamo sconfiggere Isis, senza la cui distruzione, non avremo pace in Medio Oriente né a casa nostra. Ma ricucire un’alleanza strategica con la Russia sarà possibile solo quando la questione ucraina sarà risolta, questo è certo!

Per sconfiggere Isis, qualcuno dovrà decidere di “inviare truppe di terra”…

Non forze occidentali! Abbiamo già provato, in Iraq e altrove e, ogni volta, bisogna ammetterlo, senza successo…

È però la situazione postbellica che non siamo davvero mai stati in grado di gestire...

Vero! E la ragione è che probabilmente richiede il coinvolgimento di troppe forze. Gli Americani sono rimasti in Iraq a lungo dopo la sconfitta e dopo la morte di Saddam Husesein, ma hanno avuto a che fare con situazioni molto difficili da gestire. In Libia abbiamo abbattuto il regime di Gheddafi, che è stato anche ucciso, ma non si può dire sia stato un successo. L’Italia sa bene di cosa parlo: le vostre coste erano pattugliate e protette meglio prima.

Forse, se la Ue avesse una politica estera e di difesa congiunte, potremmo dimostrare di saper fare meglio degli Americani. Sono convinto che saremmo più abili nel gestire il post-guerra.

Questo implicherebbe una maggiore spesa per la Difesa. Ricordo quando la Francia era in prima linea nelle operazioni in Libia, il Presidente Sarkozy mi disse: “Agiremo senza la Nato”. Durò una settimana, poi abbiamo dovuto chiamare la Nato, cioè gli Americani. Non avevamo i mezzi né la logistica per gestire da soli quel tipo di guerra. Prima di poter pensare a una Difesa europea, dovremmo avere più budget per la Difesa. E varie altre cose su cui i Britannici non collaborerebbero mai. Prima di tutto, dovremmo ammettere e convenire che l’area intorno al Mediterraneo è il nostro vicinato: come abbiamo potuto pensare che quei 4 milioni di persone – anche senza la guerra – non si sarebbero mai avvicinati alle nostre coste? C’è chi accusa i Greci di cattiva gestione dei propri confini: ma nel 2015 sono sbarcati in Grecia 800.000 migranti! Come immaginare che la già zoppicante economia greca potesse gestire questi numeri senza un sostegno finanziario aggiuntivo? In Belgio sono arrivati tra i 50 e i 60mila profughi ed è già un enorme problema. Siamo dieci milioni di Belgi, come in Grecia i Greci, ma lì i profughi sono 15 volte di più. Cosa ci si aspettava?

Grazie molte, in particolare per aver condiviso i suoi ricordi sulla crisi ucraina. Non cerchiamo per forza un colpevole, ma forse la Nato avrebbe dovuto avere un approccio diverso. Ricordo le dichiarazioni del Segretario generale della Nato e la risposta di Putin, prima dell’invasione della Crimea. Putin fu netto: “Preferiamo ospitare una delegazione Nato in Crimea, che essere ospitati in Crimea dalla Nato.” Piuttosto chiaro, direi. Ma questa è un’altra storia.

Sì, e anche lo spiegamento di missili in Polonia non era necessario, molto simile a una provocazione, a mio avviso.

Un’ultima domanda: il Rapporto dei Quattro Presidenti – che potremmo considerare il suo testamento politico – sarà fonte di ispirazione a lungo. Pensa che saremo capaci di realizzare alcune delle sue idee? Dobbiamo essere pessimisti o ottimisti?

Quando ho completato il Rapporto dei Quattro Presidenti, nel giugno del 2012, non avrei mai pensato che l’Unione bancaria sarebbe stata così veloce. È stato un grande successo e, insieme alle iniziative di Mario Draghi, è stato un punto di svolta nella crisi. Recentemente, Draghi mi ha detto che non avrebbe potuto varare il Quantitative Easing senza il disegno dell’Unione bancaria. Ne fui molto soddisfatto ma, dopo la ripresa dell’area euro, la voglia di realizzare la parte rimanente è passata. Non sono certo che considerare il sistema di garanzia dei depositi come priorità sia stata una mossa intelligente. Sebbene auspicabile, si sapeva già che la Germania non vi avrebbe aderito. Oggi, sono ancora più pessimista perché, fin quando imperversa la crisi dei rifugiati, l’agenda economica sarà secondaria. Nell’ottobre 2013, la Germania e la Commissione esigevano da tutti gli Stati membri riforme strutturali (pensioni, mercato del lavoro, etc.) per alzare il livello della competitività generale e prevenire nei paesi più deboli future crisi, contagiose per tutti gli altri. In Italia, il governo Letta e prima ancora quello Monti hanno sostenuto queste politiche, ma altri Stati dissero: “No, questo limita la nostra sovranità”. Quando ho visto prospettarsi questioni di sovranità, ho capito che avremmo fatto poca strada.

Dunque resta valida la massima di Jeanne Monnet: “L’Europe se fera dans les crises”?

Assolutamente sì! 

@GiuScognamiglio

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA