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Punti di vista - Papa Bergoglio fra politica e dottrina

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Il Pontefice, educato in origine alle regole di Sant’Ignazio e passato poi per quelle di San Francesco, adopera la religione per avvicinare culture diverse.

La Chiesa Cattolica ha da sempre una duplice natura. E’ espressione e forma visibile di una religione che rimane ancora la più diffusa del mondo. E, proprio per questo e per l’influenza che esercita su ben più di un miliardo di fedeli, presenta anche un aspetto squisitamente politico. Si tratta di un punto che gli italiani conoscono molto meglio del resto del mondo poiché da duemila anni convivono con una grande potenza, Santa Romana Chiesa.
La struttura rigidamente gerarchica dell’organizzazione  comporta poi che le due nature trovino la loro espressione più alta e la massima visibilità nella figura del Sommo Pontefice.

E' cosa logica quindi che ogni volta che egli parla, viaggia, incontra o assume un’iniziativa, i suoi atti  vengano interpretati tanto dal punto di vista religioso che in chiave politica. Si arriva addirittura a cercare di porre a confronto i bilanci parziali dei due singoli settori per determinare se il Pontefice in carica sia più dottrinale o maggiormente politico. Un esercizio che ha portato nel tempo i mass media ad attaccare etichette a ciascuno degli ultimi Papi, e in tale contesto Wojtyla è stato visto più come un politico, Ratzinger come un dottrinale.
Molto più difficile risulta in questo momento il tentativo di etichettare Papa Bergoglio che è riuscito, almeno in questa prima fase del suo pontificato, a mantenere un equilibrio pressoché perfetto fra i due settori.

Da un lato egli si è presentato come un Pontefice che pone innanzi a tutto la preservazione dell’opera di Dio in ogni sua forma e ciò lo ha portato non soltanto ad accorati interventi in difesa del clima e dell’ambiente, di un pianeta concepito come parte inscindibile del creato, ma altresì ad esaltare la figura dell’uomo, fruitore delle risorse rinnovabili messe a sua disposizione dall’Onnipotente.

Per l’uomo, per tutti gli uomini, il Papa argentino auspica una divisione delle ricchezze equa, non una divisione della torta in fette, egli dice, ma piuttosto una giusta condivisione di quanto disponibile. Per Bergoglio non devono esistere barriere che intralcino tale condivisione ed egli sottolinea la sua concezione con franchezza e con forza, in tutte le sedi in cui gli è possibile. In un certo senso questo comportamento appare come un portato del suo lato francescano: papa Francesco, in origine gesuita, è dovuto transitare nell’ordine dei francescani per poter accettare le dignità di Cardinale e Papa che ai gesuiti sono precluse dalla regola di Sant’Ignazio.

L’appartenenza all’ordine francescano porta nel proprio dna tanto Il Cantico delle Creature quanto una perenne e mai pienamente soddisfatta aspirazione a una maggiore giustizia nella divisione delle risorse fra tutti i componenti del genere umano. Egli pensa inoltre che questi risultati possano essere conseguiti soltanto attraverso un dialogo che coinvolga e leghi popoli e nazioni, senza alcuna preconcetta esclusione dovuta a scelte religiose, a orientamenti politici, a ostinate difese di situazioni di privilegio o altro.

Si tratta di una condizione che può essere propria unicamente di un mondo che viva in pace e armonia, che non sia travagliato da “guerre mondiali combattute a pezzi” o dalla presenza di organizzazioni criminali dotate di tale vigore da controllare interi stati.

È a questo punto che il lato politico del Papa emerge, affiancandosi a quello dottrinale e in certi momenti, almeno apparentemente, sovrastandolo mentre Bergoglio ritrova, oltre la sua appartenenza francescana, anche la capacità gesuita di aprirsi a culture diverse utilizzando la religione come un ponte per collegarle. In tal senso è stata memorabile l’apertura verso l’islam che egli ha compiuto intitolando alla Misericordia, virtù che l’islam estremista non possiede e calpesta ogni giorno con i propri atti ma che invece l’islam moderato esalta, il nuovo Anno santo straordinario che stiamo vivendo.

Nella medesima prospettiva di apertura verso una strada da percorrere anche con forme diverse in un futuro comune è stato impostato l’incontro con il Patriarca di Mosca, rappresentante di una Chiesa separata e sorella con cui il dialogo ecumenico sembrava arenato e gli incontri al massimo livello erano un lontanissimo ricordo storico. È indicativo anche che per questa riunione fra Francesco e Kiril sia stata scelta Cuba, ribadendo il messaggio di totale recupero alla comunità internazionale della “pecorella smarrita” cubana. Un messaggio che già Bergoglio aveva curato di far arrivare agli Stati Uniti con la sua visita all’Avana alla vigilia della celebrazione a New York dei 70 anni dalla Fondazione delle Nazioni Unite.

Incontrarsi a Cuba ha significato anche per i due leader religiosi ritrovarsi non nel mondo di “coloro che hanno” di cui Roma, Mosca, Washington fanno parte, ma in quello di “coloro che non hanno”, che attendono ancora un’equa condivisione della torta comune. Coloro a cui il Papa ha dedicato una serie importantissima di visite prima nell’America centro-meridionale, poi nell’Africa nera più disastrata e instabile e infine in un Messico che il bisogno rischia di trasformare definitivamente in impero del crimine.

Il Pontefice ha poi teso la mano anche verso la Cina, con un’intervista rilasciata a Francesco Sisci in cui esprime la propria ammirazione per una cultura che potrebbe sembrare completamente estranea alla nostra se non ci fossero state nei secoli persone che hanno dimostrato di quale utilità possano essere i ponti lanciati fra i due mondi differenti. E qui i suoi riferimenti, prima scherzosi citando Marco Polo e i suoi spaghetti divenuti patrimonio comune italo-cinese, e che lo hanno poi riportato alle sue origini gesuitiche nel ricordo dei Padri Ricci e Castiglioni, che furono per l’Europa la chiave all’ingresso e alla comprensione del mondo mandarino. L’intervista si chiude con gli auguri del Pontefice al popolo cinese per il nuovo Anno della Scimmia che sta per aprirsi. Sottinteso rimane il desiderio di un invito a Pechino che papa Bergoglio aveva già formalmente espresso nel momento in cui per la prima volta aveva sorvolato il grande Paese.

È ovvio che aperture tanto veloci e decise, a volte improvvise come il colpo di spada che tagliò il nodo gordiano, se suscitano speranze da un lato, provocano anche reazioni negative. Un esempio è il rapido scambio di battute a distanza avvenuto di recente fra il Pontefice ed il candidato repubblicano alla presidenza Usa, Donald Trump, che personifica le paure di una parte di “coloro che hanno” di fronte all’incertezza di un cambiamento che si sta rivelando più tumultuoso del previsto.

Auguriamoci che col tempo questo Pontefice, dottrinale e politico in egual misura, riesca ad avere ragione anche di tali resistenze convincendo persino i più restii che soltanto se procederemo uniti, con giustizia e rispettando l’habitat che Dio ci ha dato, potremo sperare in un futuro di pace.

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