Quando il fisco è rivoluzionario

I monarchi del Golfo annunciano l’introduzione dell’Iva come nuova forma di raccolta fondi per fronteggiare la riduzione degli introiti governativi.

A dicembre 2015, i 6 paesi membri del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno annunciato l’intenzione di introdurre l’imposta sul valore aggiunto nel corso dei prossimi 3 anni, nel quadro di una maggiore integrazione delle loro economie che dovrebbe portare alla creazione di un mercato unico. Per quanto rimanga da capire se e come il progetto verrà portato avanti, la decisione rappresenta comunque un cambiamento radicale nelle politiche economiche dei 6 paesi, ormai a un passo dall’introduzione dell’imposizione fiscale diretta per la prima volta nella loro storia. Fino a oggi, i paesi membri del CCG avevano riscosso solo alcuni tributi indiretti, scegliendo di non tassare il reddito o gli acquisti.

La decisione di mettere fine a un sistema privo d’imposizione tributaria diretta sembra motivata dal buco dei bilanci pubblici, di cui si è avuto sentore dopo i casi di disinvestimento da parte dei fondi sovrani di proprietà dei paesi del Golfo. Pesano sui conti pubblici le costose operazioni militari (in primo luogo la guerra in Yemen, molto più lunga e dura del previsto) e il crollo del prezzo del petrolio, oggi intorno ai 40 dollari per barile.

Nonostante tutto il dibattito sulla sostenibilità e sulla diversificazione economica nel Golfo, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da petrolio e gas, alla base del contratto sociale nei paesi della regione si trova una relazione intricata tra produzione di idrocarburi e sistema monarchico. Questa connessione crea gerarchie e legami difficili da modificare senza sovvertire l’intero impianto sistemico.

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