Due facce della stessa medaglia

Sull’isola di Hispaniola, sopravvive un conflitto causato da un odio atavico che ha diviso il paradiso di Santo Domingo dall’inferno di Haiti.

Piove fin dall’alba. Quattro soldati dominicani cercano riparo sotto una garitta. A pochi metri di distanza, una moltitudine di braccia e di teste si accalca contro un cancello chiuso. Sotto i pannelli arrugginiti si scorge una lunga fila di piedi neri, alcuni scalzi, altri con scarpe troppo grandi o troppo piccole. Sotto il ponte, alcune persone attraversano il fiume Masacre, schivando affluenti di liquami e correnti di spazzatura. Alle 8 in punto, un funzionario della dogana apre il lucchetto dell’enorme cancello che divide la città dominicana di Dajabón da quella haitiana di Ounaminthe. Una fiumana di gente, con mani, teste e carriole cariche di mercanzia, attraversa la frontiera senza mostrare documenti, spesso pagando un obolo agli agenti dominicani.

Come ogni lunedì e venerdì dell’anno, a Dajabón si celebra il mercato binazionale, il più grande tra quelli che punteggiano i 276 km di frontiera che dividono l’isola di Hispaniola in due metà diseguali. A ovest Haiti, il paese più povero e instabile dell’America Latina, messo in ginocchio da decenni di sfruttamento latifondista, dittature sanguinarie e, per ultimo, dal devastante terremoto del 2010, in cui morirono più di 200 mila persone e 2,3 milioni persero la casa. A est, la Repubblica Dominicana, uno degli stati più prosperi del Caribe e protagonista, negli ultimi anni, di una crescita economica del 5% del Pil, un risultato unico nel panorama dell’America centrale.

Il Presidente Danilo Medina, del partito di orientamento progressista PLD, ha costruito proprio sul recente boom economico la campagna elettorale per la rielezione, conquistata
a metà maggio scorso con una percentuale superiore al 60%. Nei precedenti quattro anni di mandato, l’amministrazione Medina ha ridotto sensibilmente il deficit fiscale dello Stato, ha avviato una profonda riforma fiscale e ha aumentato la spesa pubblica nell’istruzione, che ora rappresenta il 4% del Pil. Inoltre, sono stati portati a termine vari progetti di modernizzazione delle infrastrutture viarie e portuali e sono stati favoriti gli investimenti esteri, soprattutto nell’industria turistica.

Ed è proprio il turismo la locomotiva dell’economia dominicana, soprattutto quello basato sui resort allinclusive della costa orientale. Secondo i dati del World Travel&Tourism Council (WTTA), l’industria turistica e il suo indotto hanno contribuito l’anno scorso al 16,3% del Pil, molto più di Cuba (10,1%) e quasi il doppio della media del continente americano (8,6%). Nel 2015, più di 5 milioni di visitatori hanno alloggiato nelle 70mila stanze d’hotel di cui dispone il Paese (nel 1980 erano poco più di 5mila), generando più di 500mila posti di lavoro diretti e indiretti (il 15% del totale). Il turismo inoltre è il primo fornitore di valuta estera (più di 6 miliardi di euro), superando perfino le rimesse degli altri 2 milioni di Dominicani emigrati. “È la nostra gallina dalle uova d’oro”, afferma Radamés M. Aponte, viceministro del Turismo dominicano. “Crediamo che il nostro modello, basato su strutture ricettive d’alto livello, sul potenziamento delle infrastrutture e sulla fiscalità vantaggiosa per le imprese straniere, stia dando ottimi frutti. Ora stiamo cercando di diversificare la nostra offerta: vogliamo rivolgerci a un mercato con standard di spesa maggiori e penetrare in Cina”.


Tuttavia, come dimostra l’ultimo dossier realizzato dalla CEPAL (Commissione economica per l’America Latina), un’agenzia dell’Onu, la ricchezza prodotta in questi anni non è stata distribuita equamente tra le varie frange della società. Infatti, a differenza di paesi dell’area con una crescita simile o addirittura inferiore, come Colombia e Perù, il tasso di povertà, tra il 2010 e il 2014, è stato ridotto solo del 6,3%. Tutt’oggi, più di una quinta parte della popolazione vive in povertà e un 8% è indigente. Una parte considerevole della popolazione più povera è di ascendenza haitiana o emigrata dall’altro lato dell’isola. Lo Stato dominicano, nella maggior parte dei casi, non fornisce nessun documento legale ai migranti haitiani né riconosce loro alcun diritto. Molti soffrono una stigmatizzazione da parte della società di accoglienza, sono vittime di ciclici episodi di violenza collettiva e possono aspirare al massimo ad essere impiegati come mano d’opera a basso costo nell’agricoltura o nell’edilizia.


È il caso di Evenson, Fidel e Bernaldo, i tre ragazzi che, a mani nude e in ciabatte, lavorano dalle 8 del mattino al tramonto per 400 pesos al giorno (circa 8 euro) nel cantiere del palazzo Saviñón, che proietta le proprie linee Art Déco nella zona coloniale di Santo Domingo. Il centro storico della capitale (la prima città fondata da europei su suolo americano) sta vivendo un processo di ristrutturazione architettonica radicale, con l’obiettivo di valorizzare l’enorme patrimonio storico per il mercato turistico.


Ma, secondo William Charpantier, coordinatore del Tavolo nazionale per i migranti e i rifugiati (Menamird): “È questa la vera ragione per cui le istituzioni politiche dominicane
non riconoscono nessun diritto alla popolazione di origine haitiana: perché i politici di ogni schieramento vogliono garantire agli imprenditori, locali e stranieri, la possibilità di sfruttare i lavoratori immigrati e continuare a giocarsi la carta della xenofobia al momento opportuno”. Charpantier fa riferimento alla sentenza del Tribunale costituzionale del 2013, che convertiva in apolidi tutti i figli di genitori stranieri che non avessero regolarizzato la loro presenza in Republica Dominicana.

La sentenza era retroattiva e riguardava circa quattro generazioni e 200mila persone, quasi tutte di origina haitiana, che persero dunque la propria cittadinanza. La mobilitazione delle organizzazioni per i diritti umani e lo scalpore suscitato in ambito internazionale imposero una rettifica da parte dell’amministrazione dell’attuale Presidente, Medina, lasciando comunque in un limbo legale migliaia di persone. “È la dimostrazione dell’anti-haitianismo di Stato che vige nelle nostre istituzioni”, afferma Quisqueya Lora, docente di Storia dell’Università di Santo Domingo (UASD). “È un sintomo delle nostre contraddizioni identitarie: i Dominicani hanno sempre negato la propria ‘negritudine’ e nel nostro immaginario il ‘nero’ è sempre stato associato ad Haiti e a qualcosa di negativo, di pericoloso”. Lora teme che si possano ripetere atti di violenza xenofoba su larga scala, come già successo più volte nella storia delle relazioni tra le due comunità.

 Una delle pulizie etniche più efferate condotte dai Dominicani nei confronti degli Haitiani venne compiuta nel 1937, ordinata dal dittatore Trujillo, nota come la “Masacre del perejil”. Una buona parte delle vittime (si potrebbe trattare di decine di migliaia di persone) furono ammazzate a colpi di machete lungo le sponde del fiume che separa Ouanaminthe da Dajabón. Quello stesso fiume che migliaia di Haitiani attraversano ogni lunedì e venerdì per realizzare il proprio sogno dominicano vendendo aglio, rum e vestiti usati provenienti dalla cooperazione internazionale.

 

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GUALA
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