East Forum 2016: lo “straniero” diventa cittadino europeo

La cosiddetta “seconda modernità” richiede una coscienza cosmopolita più sviluppata di quella oggi maggioritaria e la democrazia non consiste solo nell’andare a votare a scadenze regolari.

  Un quartiere pieno di stranieri è un segno tangibile del dissolversi delle certezze, di come le prospettive di vita e l’esito degli sforzi a migliorarle sfuggano al nostro controllo. L’estraneo ci ricorda quelle cose… fragili, incerte e imprevedibili che insinuano un senso d’impotenza nel nostro …quotidiano, la sciandoci in preda a terribili presentimenti. ù

È proprio contro gli stranieri … che gli abitanti di un quartiere (per citare Michael Walzer) “si organizzano al fine di salvaguardare la vita politica e la cultura locale”, cercando di riconfigurarsi a mo’ di “staterello”. E poiché disfarsi degli stranieri è improbabile, se non impossibile, queste iniziative si rifanno spesso a un’immagine idealizzata del passato. Ancora più frequenti sono i rimandi a un altro criterio guida: ciò che è esclusivamente “nostro”, incontaminato dalla “loro” …vicinanza.

Stando al ritratto della mentalità contemporanea…. di Javier Solana, la globalizzazione ha i suoi lati positivi: “È ovvio che l’apertura delle società e delle economie verso il mondo comporti una buona dose d’incertezza; ma è anche fonte di numerose opportunità. L’Europa è stata leader mondiale dell’apertura fino a poco tempo fa. Lo stesso progetto europeo rispecchia, in sostanza, quell’apertura che è inevitabile corollario della vita nel mondo globalizzato odierno... I leader politici che raccolgono le istanze (volte al recupero della sovranità nazionale) non vogliono soltanto riaffermare il controllo nazionale in tutti i campi; essi stanno anche diffondendo un messaggio di indifferenza ‒ persino di rifiuto totale ‒ nei confronti degli stranieri, come dimostrano le loro risposte all’afflusso di profughi in Europa. Secondo loro ogni paese dovrebbe proteggersi con qualsiasi mezzo, anche a costo di compromettere lo stato di diritto”.

Il nostro mondo è solcato da un abisso sempre più profondo tra le élite globali in libera circolazione e i nuovi glebae adscripti, arrabbiati e atterriti… di fronte alla prospettiva dell’esclusione. Le politiche “tribali” di cui parla Solana, che invocano i muri, la chiusura delle frontiere e l’estradizione degli stranieri, promettono (come osserva Vadim Nikitin) “protezione e conforto, non odio e disunione” ai più avviliti e negletti tra i “nativi”. Di fatto, ciò che si prospetta è la tutela di alcuni (“noi”) e il ripudio di altri (“loro”): combattività e coesione, unite alle pratiche squallide e brutali di tribù mascherate da “comunità”.

Le comunità, così come la seducente ma illusoria promessa di sicurezza… sono strutture bifronti: da un lato un volto sorridente, che trasuda serenità; dall’altro uno accigliato, che minaccia declassamento ed esclusione. Come suggerisce George Lakoff (Don’t think of an Elephant, 2004), la metafora della sicurezza (“sicurezza intesa come argine – tenere alla larga i cattivi”) richiama l’idea di dover rendere sicure le (nostre) frontiere, tenere certi soggetti (loro) e le (loro) armi fuori dai nostri aeroporti, piazzare agenti armati a bordo degli aerei. La maggioranza degli esperti le considera misure inefficaci: un’organizzazione terroristica può penetrare qualsiasi sistema di sicurezza. Ma per l’opinione pubblica e la dottrina che contrappone “i nativi agli stranieri”, il parere degli esperti è pressoché irrilevante. Non c’è dubbio, invece, sul potere delle strutture di influenzare la nostra mentalità: “Le strutture sono forme mentali che plasmano il nostro modo di vedere il mondo. Definiscono gli obiettivi che ci poniamo, i nostri progetti, il nostro modo di agire, e quali risultati giudichiamo positivi, quali negativi.” La struttura della comunità plasma una visione del mondo e del nostro modo di esserci che presuppone un’interdipendenza tra integrazione e separazione, tra il calore del focolare e l’inospitalità del fuori, tra affabilità da una parte e… diffidenza e circospezione dall’altra. L’attuale ondata di nazionalismi rispecchia… questo tipo di approccio.

Il 14 gennaio sul New York Times, Roger Cohen ha ricordato che dal 1880 al 1924 gli Usa hanno accolto 4 milioni di Italiani e ha citato Leon Wieseltier della Brookings Institution: “Ci sono arrivati Enrico Fermi, Frank Sinatra, Joe DiMaggio, Antonin Scalia e Al Capone. Chi mai oserebbe dire che l’immigrazione italiana non sia stata una fortuna per il nostro Paese?” e poi ha aggiunto: “Nel suo discorso sullo stato dell’Unione, Obama ha esibito un immigrato siriano, Refaai Hamo, a riprova del ‘nostro multiculturalismo e della nostra apertura’ …Ma visto il livello di apertura mostrato dall’America verso i profughi siriani durante un conflitto di quasi 5 anni in cui un quarto di milione di persone hanno perso la vita, si è trattato di una coreografia politica davvero offensiva.

” In questi anni l’America ha accolto circa 2.500 profughi siriani (“lo 0,06% circa dei 4,4 milioni di Siriani che hanno lasciato il loro Paese”). Sarebbe stato più calzante presentare Hamo “come simbolo della chiusura della mentalità americana”. Nonostante le numerose deviazioni storiche, la tendenza a suddividere gli esseri umani tra “noi” e “loro”… si è conservata intatta fino ai giorni nostri, seppur producendo comportamenti diversi. L’“umanità” resta un fantasma, un’entità inintelligibile, inassimilabile mentalmente e pragmaticamente (vale la pena ricordare l’aspro giudizio di Ulrich Beck sulla nostra coscienza cosmopolita ancora molto indietro rispetto alle realtà in cui viviamo). E così la ricerca dell’identità, che vede il soggetto spinto da pressioni interne ed esterne a individuare la propria posizione in un mondo popolato da estranei e costretto a sottoporre le proprie scelte al giudizio della comunità, ha ancora bisogno di un punto di riferimento. “Simili” vs “diversi”, “appartenenza” vs “estraneità”, per farla breve: noi vs loro. Questi sono… strumenti indispensabili per l’autoidentificazione: affinché un “noi” possa esistere, un “non-noi” deve essere postulato (e “loro”, siano essi inventati o designati come tali, sono presenti in ogni fase e varietà di questa performance). L’espansione di gruppi con cui e in contrapposizione ai quali tendiamo a identificarci, così come il distendersi (“incivilimento”) dei rapporti al loro interno, sono in fin dei conti cambiamenti di natura quantitativa, non qualitativa; formale e non funzionale.

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