Il naufragio di una nave con due capitani

L’anima confederale e quella federalista, Consiglio e Commissione Ue, davanti a sfide su politica estera, migrazioni, unione bancaria, energetica, devono superare una diarchia paralizzante.

I l sinologo Simon Leys è noto per un saggio, Les habits neufs du pré- sident Mao, in cui negli anni Settanta descrisse i reali misfatti della Rivoluzione culturale, raffreddando clamorosamente gli entusiasmi dell’intellighentsia europea per le politiche del “Grande maestro, Grande capo, Grande comandante supremo, Grande timoniere”. In un breve romanzo pubblicato molti anni dopo, nel 2003, e intitolato I naufraghi del Batavia, il ricercatore belga raccontò “l’anatomia di un massacro”. Nel 1629, la nave Batavia, che batteva la bandiera della Compagnia olandese delle Indie Orientali, si incagliò al largo dell’Australia. L’equipaggio diventò improvvisamente ostaggio di uno psicopatico che uccise centinaia di suoi componenti e di passeggeri, uno a uno, con il sostegno di alcuni discepoli. Del naufragio e del massacro fu in parte responsabile la singolare diarchia che governava ai tempi i bastimenti olandesi nel Secolo d’oro. Il responsabile ultimo della nave non era un marinaio, bensì un amministratore terreno che rappresentava l’armatore, il subrécargue (l’opperkoopman in olandese). A far navigare materialmente l’imbarcazione nelle acque tempestose dell’Oceano Pacifico era invece un capitano senza poteri (lo skipper). Agli occhi di Simon Leys, il racconto del Batavia è una metafora di come la democrazia possa, in alcune circostanze, cadere nel caos e nella dittatura. Ma come non vedere nella diarchia delle navi olandesi del ’600 anche una metafora dell’attuale assetto istituzionale europeo?

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