Il nuovo Medioevo

Un muro ci salverà? Sembra essere questa la domanda più in voga ultimamente in alcuni paesi europei... E il dramma è che spesso la risposta è sì!  

L’Unione europea sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia. Alla crisi dell’eurozona, che ci ha accompagnato in questi anni, si aggiungono nazionalismi in ascesa, rischi di dis-unione, terrorismo interno ed esterno, per non parlare delle guerre ai nostri confini.

La crisi migratoria, la più grave in termini di flussi dal secondo dopoguerra ad oggi, sembra essere quella più destabilizzante, perché ha rilanciato (già la crisi finanziaria aveva bloccato capitali e liquidità) prepotentemente dal passato l’idea che i problemi in Europa, pur in tempi di satelliti nello spazio e di viaggi tridimensionali via cavo, si possano risolvere costruendo muri.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il numero di migranti che sono entrati in Europa via mare e via terra nel 2015 ha superato il milione. La Grecia e l’Italia sono stati i paesi che hanno dovuto affrontare la pressione maggiore, perché bagnati dal Mediterraneo e più vicini alle aree di crisi. Oltre il 50% dei migranti è arrivato dalla Siria, il 15% dall’Afghanistan, il 6% dall’Eritrea e il 4% dall’Iraq: tutti paesi funestati da conflitti, instabilità o dittature. Motivi dunque politici e umanitari si sono affiancati, direi sovrapposti, alle tradizionali spinte di natura economica. La risposta Ue finora è stata frammentata e inadeguata, più nazionale che comunitaria. È in un clima di paura e di impreparazione che abbiamo assistito a decisioni estemporanee e inevitabilmente inefficaci: recinzioni di filo spinato, muri, tetti al numero di rifugiati, rifiuti del principio delle quote, ripristino dei controlli alle frontiere.

Ma se davvero Schengen dovesse vacillare, ad essere tagliati fuori non sarebbero i migranti bloccati alle frontiere (che troverebbero altre strade, come la storia ci insegna), ma la stessa idea di Europa e con essa molti dei suoi benefici: 2.800 miliardi di euro all’anno di commercio intra-europeo, quasi 2 milioni di lavoratori transfrontalieri, 24 milioni di viaggiatori d’affari, 57 milioni di trasporti di merce su strada, etc. Secondo uno studio dell’autorevole Fondazione tedesca Bertelsmann, se i controlli alle frontiere fossero ripristinati, ciò si tradurrebbe in un aumento dei costi e dei prezzi, con un impatto negativo misurabile sulla crescita economica: se il prezzo delle merci importate da altri paesi europei aumentasse del 3% (previsione cauta e verosimile), nei prossimi dieci anni, la perdita di Pil per l’Ue ammonterebbe a 1.400 miliardi di euro. Ce lo possiamo permettere? E, soprattutto, è questa l’Europa che sogniamo?

Cosa fare allora? Anche in questo caso, dobbiamo distinguere tra misure emergenziali e politiche strutturali. Tra le misure di primo intervento, sarebbe logico lavorare intensamente per un diritto di asilo comune per tutti i 28 Stati membri, con centri di accoglienza gestiti dall’Ue; quindi, riprogrammare una politica di redistribuzione e reinsediamento dei rifugiati nei paesi Ue (come si è poi fatto, ma con meno affanno), in modo da alleggerire il carico sostenuto dai paesi più esposti; infine, creare corridoi umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni, unitamente ad un’autentica forza europea di frontiera, per rendere più efficace il controllo dei confini esterni dell’Ue, distinguendo ad esempio i rifugiati dagli emigranti economici. Vanno anche pianificati e aggiornati gli accordi con i paesi di origine, di transito e di prima destinazione al di fuori dell’Ue, sulla falsariga di quello con la Tuchia ma, ancora una volta, senza doverlo negoziare in condizioni di emergenza.

Tutto questo non potrebbe mai bastare, senza una vera politica migratoria europea, che preveda misure di politica estera e di cooperazione internazionale, da un lato; politiche di integrazione e di comunicazione con le comunità immigrate, dall’altro.

Le Nazioni Unite hanno stimato che la popolazione africana triplicherà entro il 2050 e dunque la pressione migratoria, anche al netto delle guerre e dei conseguenti rifugiati, non potrà che aumentare. La cooperazione allo sviluppo, dunque, non può vedere diminuire le proprie risorse, da investire nei paesi più poveri, origine dei flussi di natura economica. Nel contempo, per i rifugiati già presenti in Europa, sono urgenti programmi di formazione ed inserimento nel mercato del lavoro, uniti ad una gestione intelligente del territorio urbano, per evitare di ghettizzare i migranti e rendere le periferie delle città europee “No go zones”. È indispensabile anche allestire vere e proprie campagne di comunicazione per raccontare gli aspetti positivi del fenomeno migratorio ai propri elettori: ad esempio, che la forza lavoro europea ha un fabbisogno stimato in oltre 250 milioni di lavoratori in più nel 2060, per mantenere gli attuali livelli di produzione e di benessere; o che la riconosciuta maggiore produttività dei giovani migranti potrebbe, entro il 2020, aumentare il Pil dell’Ue di circa lo 0,25%. Se i migranti venissero inseriti in modo corretto nel mercato del lavoro e non abbandonati all’emarginazione sociale dei ghetti delle periferie, ci eviteremmo anche i problemi di sicurezza che molte città europee stanno vivendo da più di un decennio ormai. Non esistono soluzioni semplici, se non nella narrativa populista neo-medievale, ma un dato emerge chiaro da quest’analisi: cedere alla rinazionalizzazione delle nostre società, riportandole ad una dimensione autarchica, non ci consentirà di cogliere la sfida di un progetto di integrazione europea che utilizzi al meglio le enormi, pur complesse, opportunità fornite dagli inevitabili movimenti migratori. Ciò che rischiamo non è un’Europa poco integrata, ma un’Europa assente o inesistente nell’arena dei grandi protagonisti dei prossimi decenni, giganti come Cina e India, con più di un miliardo di cittadini...

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