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Nel dubbio, via Schengen?

Manomettere Schengen non rafforza le frontiere. C’è bisogno di maggior cooperazione tra gli Stati membri per risolvere la questione migratoria.

L’anno scorso è stato indubbiamente l’anno dell’immigrazione, ma anche un anno di crisi per la dirigenza europea. L’opinione pubblica è passata da accogliere i profughi nell’estate 2015 a volerli respingere dopo gli attentati di Parigi e gli eventi di Colonia, e i leader europei si sono dimostrati incapaci di gestire i flussi migratori diretti verso gli Stati membri. Alcuni hanno deciso di prendersela con Schengen: Germania, Austria, Svezia, Danimarca e Norvegia hanno ripristinato i controlli nazionali alle frontiere per regolare il passaggio di immigrati e richiedenti asilo. È la seconda volta che nel corso di quella che è percepita come una vera e propria crisi migratoria i leader europei mettono mano a Schengen. Nel 2011, in piena Primavera araba, 25mila Tunisini e Africani subsahariani sbarcarono sull’isola di Lampedusa. Mentre i Tunisini cercavano di varcare il confine con la Francia, i leader Ue riesaminarono l’Accordo di Schengen e rinegoziarono una clausola sui controlli di frontiera, la stessa oggi in vigore in vari Stati membri. Il 4 maggio scorso la Commissione ha raccomandato al Consiglio di estendere i controlli alle frontiere interne dell’area Schengen per un periodo massimo di sei mesi. Il Primo vicepresidente Frans Timmermans e il Commissario Dimitris Avramopoulos hanno motivato la raccomandazione con la presenza continuativa di un numero considerevole di richiedenti asilo e immigrati in Grecia. Il destino di Schengen, quindi, non dipende solo dai confini esterni, ma anche dalle tensioni esistenti tra gli Stati membri.


Gli Stati periferici dell’Ue subiscono una doppia pressione: devono rafforzare i controlli alle frontiere nazionali e contenere gli arrivi, ma anche contrastare gli spostamenti successivi verso altri Stati membri. Nel 2015, mentre i profughi si addentravano in Europa, è emerso che il confine marittimo greco-turco era incustodito e quello di terra aperto. Parallelamente venivano a galla le carenze strutturali del Sistema comune di asilo europeo, incapace di gestire questo afflusso di massa. Schengen presuppone frontiere esterne sicure. Ma non tutte le frontiere subiscono lo stesso tipo di pressioni o richiedono lo stesso tipo di controlli. Sulla terraferma si possono introdurre muri e recinzioni, posti di blocco e controlli costanti. Le frontiere marittime, invece, sono spazi aperti, fluidi, in continuo movimento. Si possono pattugliare giorno e notte, ma il numero impressionante di pattuglie dispiegate nel 2015 ha finito per svolgere soprattutto operazioni di ricerca e soccorso.

Cosa significa, nella pratica, consolidare le frontiere esterne? Speriamo davvero che i controlli di frontiera riescano meglio rispetto all’anno passato? La guardia costiera è sempre stata presente nell’Egeo. I Greci hanno fallito in fase di registrazione, di controlli di sicurezza e nelle fasi successive. La mancanza di strutture di accoglienza e di infrastrutture tecniche adeguate per l’identificazione tramite impronte digitali e la registrazione, così come l’incapacità di concordare un piano di gestione, hanno fatto sì che la situazione sprofondasse rapidamente nel caos. I problemi in Grecia sono derivati quindi dall’assenza di un sistema efficace per far fronte agli arrivi. Ma c’è da dire che forse nessun paese sarebbe riuscito a gestire l’arrivo di 890.000 persone sul proprio territorio nel giro di dieci mesi. La seconda questione connessa a Schengen e alle frontiere esterne è quella degli spostamenti secondari.

La straordinaria quantità di persone che ha raggiunto la Grecia nel 2015 è poi transitata verso l’Europa del Nord. Anche se la Grecia non poteva negare l’accesso (per ragioni morali, legali e pratiche), avrebbe forse potuto impedirne l’uscita? Non è stata l’assenza di confini interni a consentire gli spostamenti verso il Nord Europa nell’estate scorsa. La Grecia non ha frontiere terrestri con altri Paesi dello spazio Schengen. È stata piuttosto l’accoglienza inizialmente esibita (a ragione) da alcuni Stati membri e la disponibilità dei Balcani occidentali ad “adeguarsi” a questa linea a favorire la nascita di un corridoio umanitario.

Gli spostamenti secondari si sono verificati per tre motivi: le carenze in materia di accoglienza e registrazione, il persistente tentativo dei nuovi arrivati di sottrarsi al regolamento di Dublino, e l’invito di alcuni Stati. Tutto ciò non assolve la Grecia dalle sue responsabilità, ma dimostra come il mantenimento di Schengen non dipenda solo dalle frontiere esterne, ma anche dalla condivisione di oneri e responsabilità.

Migliorare i controlli alle frontiere non basta se non si colmano le lacune del sistema di asilo europeo; sono due facce della stessa medaglia, intrinsecamente indissociabili. Si deve promuovere l’accoglienza perché i richiedenti asilo hanno il diritto di cercare protezione e di farlo in un ambiente umano. Anche per gli immigrati illegali che non presentano domanda di asilo, lo Stato deve garantire le suddette strutture fino al ritorno in patria.

Ma prima bisogna decidere chi è responsabile per le frontiere esterne: solo il Paese in prima linea o tutti gli Stati membri? Se si condividono i benefici, non andrebbero condivisi anche gli oneri? La proposta di istituire una Guardia costiera europea (EBG) potrebbe rappresentare un primo passo nella giusta direzione. Ciascuno farebbe la sua parte. Ma anche la Guardia costiera europea si troverebbe ben presto a dover affrontare gli stessi problemi riscontrati dalle autorità nazionali. Quale sarà lo scopo dei controlli alle frontiere? Impedire l’ingresso o effettuare controlli, registrare, monitorare? Quest’ultimo approccio, che corrisponde al quadro politico in atto, richiede un ripensamento radicale del sistema di asilo e accoglienza in Europa. Purtroppo la riforma presentata dalla Commissione il 4 maggio scorso riconferma il meccanismo di Dublino, che si è dimostrato inefficace e ingiusto. Ancora più problematiche sono le proposte per vietare gli spostamenti secondari e mantenere Dublino, discutibili legalmente e punitive per i richiedenti asilo.

Usciremo gradualmente dalla modalità “crisi”. Le ondate migratorie vanno e vengono. Schengen verrà ripristinato non appena il numero di arrivi comincerà a scendere e la Grecia sembrerà in grado di affrontare il problema delle 55mila persone al momento arenate nel Paese. Ma per l’Ue si presenta anche l’opportunità di avviare una discussione aperta e sincera sul ruolo degli Stati membri, sulla misura in cui sono disposti a restare uniti nel bene e nel male, e in generale sul ruolo dell’Europa nella regione e nel mondo. La questione migratoria ha origine altrove; concentrarsi sui confini nazionali può risolvere solo provvisoriamente un problema le cui radici sono molteplici e diffuse. Forse l’Europa dovrebbe fare un po’ meno introspezione e volgere più spesso lo sguardo verso l’esterno.

Angeliki Dimitriadi è Visiting Fellow di ECFR

 

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