Rodrigo il “giustiziere”

Populista, autoritario, famoso per i suoi metodi repressivi, Duterte promette di combattere la criminalità e di avviare un nuovo dialogo con la Cina.

Quando il Paese che una volta era chiamato “il malato d’Asia” si stava rimettendo in piedi, ha deciso che c’era bisogno di un cambio radicale: dal moderato Benigno Aquino, lo scorso maggio le Filippine si sono consegnate al “castigatore” Rodrigo Duterte, un populista con tendenze autoritarie con contraddittorie idee in economia e politica estera. E mentre l’arcipelago di 100 milioni di abitanti è ancora in luna di miele con il suo nuovo condottiero, in molti si chiedono se la voglia di sicurezza e ordine che ha portato Duterte al potere non rischi di far tornare il Paese ai tempi delle caotiche gestioni di altri carismatici leader passati.

Dominatore della scena politica di Davao City (nel sud) dalla metà degli anni Ottanta, prima da procuratore e poi in oltre due decenni da sindaco, Duterte (71 anni) è visto come un incorruttibile e inflessibile uomo del popolo, spaccone e virile: due attributi, questi ultimi, tradizionalmente di una certa presa nelle Filippine, il più “sudamericano” dei Paesi del Sud-est asiatico. Ha ripulito Davao dal crimine e dai ribelli comunisti, con una politica di “tolleranza zero” e una gestione efficiente che lo rendono ancora popolarissimo in città − dove la figlia Sara è stata appena rieletta sindaco. Ora i filippini sperano che Duterte applichi lo stesso approccio al resto del Paese.

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