Signor Ministro d’Europa

Quando abbiamo mandato in stampa il numero, non avevamo ancora disponibili i risultati del Brexit. Ho quindi chiesto a Solana la cortesia di commentarmi la vittoria del Bremain, come se fosse già avvenuta, nella segreta speranza che alla fine, il buon senso avrebbe prevalso tra i sudditi di Sua Maestà... Cosí non è stato e stiamo dunque vivendo il peggior momento della storia dell'integrazione europea.Non resta che augurarci - insieme ai nostri lettori - che l'obiettivo di un'Europa Federale sia ora piú vicino, essendoci lasciati alle spalle una zavorra ingombrante: abbiamo provato a portarcela dietro, ma abbiamo fallito. Ora, è nostro dovere non farci trascinare nel fondo di un'illusoria rinascita dei nazionalismi, già in passato fonte di tragiche guerre e oggi evidentemente anacronistici e di vera retroguardia...

Comincerei la nostra intervista come se lei fosse ancora l’Alto Rappresentante europeo per gli Affari Esteri e la Sicurezza, un ruolo che sarà sempre collegato al suo nome e al suo impulso… Quando potrò intervistare il nuovo Ministro federale europeo per gli Affari Esteri?

Sei anni fa lei, Javier, aveva già segnalato che le migrazioni sarebbero state una grande sfida per l’Europa. Oggi, molti paesi europei pensano che per far fronte al massiccio afflusso di immigrati occorra smantellare l’area Schengen e alzare muri. L’Europa potrebbe presto avere più muri di quanti ve ne fossero durante la Guerra fredda. Ma, come in passato, i muri non hanno mai arginato gli spostamenti, né hanno mai rappresentato soluzioni. Visto che alle urgenti manovre emergenziali vanno affiancate anche misure strutturali, quale strategia globale potrebbe mettere in atto la Ue per affrontare le molte sfide che la crisi migratoria impone?

Fintanto che viviamo in un mondo globalizzato, vi saranno sempre migrazioni. Dobbiamo accettare questo dato e tentare di sviluppare politiche che permettano di affrontare questi problemi in modo razionale. Per quanto concerne la crisi odierna, vorrei dire due cose: la prima è che questa è una crisi di rifugiati. Le leggi internazionali – e la Convenzione per i Rifugiati in particolare – stabiliscono che dobbiamo accogliere e proteggere coloro che fuggono dalle persecuzioni e cercano rifugio in altri paesi. Non ottemperare a questo obbligo sarebbe in palese contraddizione con i valori che al contempo proclamiamo. Detto questo, e questo è il secondo punto, abbiamo erroneamente presunto che una crisi come questa ponga problemi che l’Unione europea può risolvere da sola, rendendo ancora più difficile trovare una soluzione. Tutti i membri della comunità internazionale devono assumersi responsabilità per la crisi. L’ex Alto Commissario per i Rifugiati António Guterres ha sempre insistito su questo punto. In una nostra conversazione, ha aggiunto che si sarebbe potuto fare molto di più per condividere le responsabilità oltre la Ue. I paesi dell’Unione dovrebbero lavorare in stretta collaborazione con l’UNHCR. Nessun paese deve poter scansare i propri obblighi, non solo in quanto membri Ue, ma quali firmatari della Convenzione Onu per i Rifugiati. È fondamentale sviluppare un piano efficace, che permetta di condividere il peso della pressione migratoria, e questo piano dovrebbe basarsi sulla solidarietà. Non accettare i rifugiati, in ogni caso, non è un’opzione.

Un nuovo Piano Marshall per i paesi di provenienza dei rifugiati e una maggior integrazione nelle nostre città: abbiamo le risorse per fare questo? Non dovremmo considerare l’opportunità di emettere project bond per la gestione delle migrazioni?

Un Piano Marshall sarebbe necessario ma non è una scelta possibile, non abbiamo risorse. È fondamentale guardare oltre l’Europa, includere il mondo arabo e certamente le Nazioni Unite: le migrazioni non sono un problema solo europeo ma una questione globale. Per questo è sorprendente che, nel momento in cui un paese deve confrontarsi con problemi di portata globale, come la crisi dei rifugiati, tenda a rifugiarsi nel nazionalismo. I paesi che in questo momento, per paura, stanno tentando di ri-nazionalizzare le proprie politiche migratorie dovrebbero ricordarsi che l’afflusso di persone disperate che cercano rifugio in Europa continuerà in futuro, a prescindere dalla compattezza o meno dell’Unione europea. Bocciare la soluzione europea non proteggerà quei paesi che stanno alzando muri dalle imprevedibili conseguenze della crisi migratoria. Al contrario, saranno più vulnerabili. Questo ci riporta al fatto che una politica condivisa sarà sempre meglio di qualsiasi azione unilaterale e di questo se ne renderanno conto anche i politici più nazionalisti; nel frattempo, però, i danni prodotti potrebbero essere rilevanti. È per questo che continuo ad asserire che la promozione dell’integrazione europea non dovrebbe limitarsi a citarne i benefici pratici ma sottolineare piuttosto la sua grande portata politica, da cui discende la sua attrattiva.

Come ha sottolineato l’ultimo rapporto della Commissione europea, gli Stati membri non forniscono abbastanza personale a Frontex, l’agenzia per il coordinamento comune delle frontiere esterne. Stati in prima linea quali l’Italia e la Grecia si trovano a fronteggiare il problema da soli. Dei 750 addetti richiesti a gennaio scorso, finora la Ue ne ha assegnati poco più di 400. Una vera autorità frontaliera (non Frontex, che è organo di coordinamento) non potrà certo risolvere la crisi dei rifugiati, ma potrebbe aiutare a gestire l’emergenza. Quanto ci vorrà perché l’Europa si doti di un’agenzia frontaliera più efficiente, che svolga compiti di polizia di confine oltre che di coordinamento alle frontiere?

Una politica di asilo condivisa è fondamentale per la Ue, così come un’agenzia per la gestione delle frontiere. Niente d’impossibile. Il dibattito su questa questione dovrebbe incentrarsi su due aspetti: solidarietà e realismo. Difficile però stabilire i tempi necessari. All’occorrenza, la Ue ha svolto missioni (sia civili che militari) in molte aree del mondo. Perciò creare un’agenzia capace di implementare un controllo sulle frontiere esterne dovrebbe essere fattibile, a patto di collaborare con le nazioni vicine per gestire il flusso dei migranti e controllare le altre forme di migrazione.

La crisi dei migranti ha reso ancora più necessario trovare una eusoluzione pacifica in Siria. Cinque lunghi anni sono passati e la guerra – con le sue 250mila vittime, 6,5 milioni di sfollati e 4,8 milioni di rifugiati – è ancora in corso. Con l’economia russa in difficoltà e l’Iran teso a ripristinare precedenti accordi commerciali con l’Europa, non sarebbe il caso di mostrare maggiore convinzione nei confronti degli altri attori coinvolti nel conflitto e ambire a un ruolo più significativo per riportare la pace in Siria? Più rimandiamo, più cresce la probabilità di un nuovo attacco terroristico contro le nostre città…

Il problema di quest’ondata migratoria è sia nei numeri (enormi) che nei tempi (ristrettissimi). Ciò detto, non vi è alcun dubbio che la crisi è originata anzitutto da una feroce guerra ai nostri confini. Così come non vi sono dubbi che, se avessimo compiuto maggiori sforzi per fermare la guerra, avremmo oggi meno rifugiati: in questo, la Ue ha fallito. Mi sarei francamente aspettato un impegno da parte europea per favorire il processo di pace più incisivo di quanto non abbia fatto e non stia continuando a fare adesso. E ove la tragedia siriana non bastasse, le ragioni per agire si stanno moltiplicando: stiamo ormai vivendo sulla nostra pelle le ripercussioni della fuga dei Siriani dal conflitto e dalla persecuzione. Abbiamo svolto un ruolo importante in Iran, ma abbiamo fallito in Siria. Non c’è dubbio: è vitale moltiplicare il nostro impegno per risolvere il conflitto siriano.

Javier, l’anno scorso lei ha presieduto una task force CEPS (Centro per gli Studi Politici Europei) su Sicurezza e Difesa, che ha pubblicato un rapporto in cui si afferma che “la Politica di Sicurezza e Difesa Comune è l’anello debole del progetto d’integrazione europeo”. Alla luce delle minacce che l’Europa deve oggi affrontare, dagli attacchi terroristici al cuore dell’Europa alle guerre ai nostri confini, perché siamo ancora così distanti dal realizzare una vera “Difesa dell’Unione europea”?

Dovremmo sicuramente prendere la CSFP (Politica Estera e di Difesa Comune) più sul serio e prevedere piani strategici lungimiranti per affrontare le sfide del XXI secolo. I terribili eventi in Francia mostrano chiaramente che sicurezza interna ed esterna sono connesse. Perciò, dobbiamo concentrare tutti gli asset di ogni paese (es: intelligence, forze di polizia, aiuti umanitari, etc.) sulla sicurezza interna ed esterna. Io vorrei vedere una difesa europea strutturata in base a questo accordo – e al più presto. È ora che i paesi Ue assumano iniziative più coraggiose per mettere in piedi una struttura di cooperazione per la difesa più efficiente ed efficace. Il costo dell’inazione europea in materia di difesa potrebbe aumentare se il quadro generale della sicurezza peggiorasse. Oltre alle conseguenze economiche di un sistema di difesa non-europeo, vi sono anche ragioni politiche e strategiche che dovrebbero spingere la Ue ad aumentare la cooperazione di difesa, collaborando al contempo con la Nato. A questo scopo sarebbe opportuna: la creazione di una struttura permanente per facilitare un comune processo decisionale sia di natura politica che militare, oltre alla condivisione di capacità; la semplificazione delle procedure finanziarie per permettere un più rapido dispiegamento delle operazioni Ue; l’incentivazione di investimenti in programmi di ricerca innovativi per sviluppare capacità industriali più competitive sia nel campo della difesa che della tecnologia. La pubblicazione della Global Strategy è l’occasione per esaminare queste questioni più a fondo. Sono certo che questo documento sarà sufficientemente esauriente da permettere sia analisi molto profonde che ricette concrete.

La Strategia europea per la Sicurezza esistente, da lei lanciata, è stata approvata 12 anni fa per affrontare le sfide di un mondo completamente diverso. L’Alto Rappresentante Federica Mogherini sta per emettere una nuova Strategia per la Sicurezza dell’Unione europea, che tenga conto di una situazione completamente cambiata. Il deterioramento della sicurezza nei paesi confinanti con l’Europa, la crisi finanziaria e le modifiche strutturali che sono intercorse nella geopolitica globale sono mutamenti di grande portata. In virtù della sua esperienza, quali priorità porterebbe all’attenzione dell’Alto Rappresentate Mogherini?

L’annessione della Crimea da parte della Russia, il conflitto in Siria che ha avuto ripercussioni ben oltre le sue frontiere, l’incertezza in Libia, l’estremismo alle porte e il radicalismo in casa hanno severamente danneggiato le condizioni di sicurezza del periodo post Guerra fredda. Nessun altro attore globale si trova a dover affrontare così tante e diverse sfide. Ciononostante, la sicurezza e la difesa restano l’anello debole del progetto d’integrazione europeo. Sarebbe prioritario fornire alla Ue quegli strumenti che le servono per difendere i propri interessi, più facilmente adoperabili in un mondo stabile, dove vi siano istituzioni multilaterali che gestiscono i rischi della multipolarità. Dobbiamo inoltre promuovere azioni più incisive in ambito sicurezza, visto anche il favore che queste azioni incontrano tra i cittadini europei. In altre parole, la sicurezza deve essere meglio integrata, insieme allo sviluppo dell’indotto industriale, che dovrebbe essere più marcatamente europeo, in modo da essere competitivo sul mercato globale. Ultimamente, Italia, Spagna, Francia e Germania hanno inviato una lettera alla Mogherini, chiedendo una maggior attenzione alle questioni della sicurezza, tema dunque centrale nel dibattito, malgrado gli occhi di tutti siano stati concentrati per mesi solo sul referendum britannico.

Il 23 giugno i cittadini britannici hanno deciso di rimanere nella Ue. Come si configurerà il rapporto con il Regno Unito di qui in avanti, nel momento in cui i membri fondatori stanno seriamente riflettendo di avanzare verso un’entità federale? Dopo 40 anni di rapporti difficili, non dovremmo lasciare che i nostri cugini britannici seguano il loro istinto autarchico e nostalgico?

Sì, in effetti avrebbe senso chiedersi se trattenere un membro che si chiede continuamente se il principio fondante dell’integrazione europea sia nell’interesse dei suoi membri. Il Regno Unito è però un componente molto particolare della Ue e, a dispetto delle sue peculiarità,  è rimasto nell’alveo della Unione per molti anni. In fondo, gli elettori britannici hanno rifiutato l’idea di rompere i rapporti con il resto della Ue: la decisione di rimanere è quella giusta. Sono convinto che avere il Regno Unito come membro sia meglio per tutti: la separazione sarebbe stata un salto in un vuoto pieno d’insidie. Brexit avrebbe sicuramente danneggiato l’economia britannica, ma non solo quella: anche l’influenza politica di Londra ne sarebbe stata ridimensionata. Per l’Europa, vista la crisi dei migranti e i conflitti ai confini, una Brexit avrebbe impattato anche sulla sicurezza e sugli affari esteri, minando la rete Nato proprio quando sarebbe stato più importante essere uniti. Infine, Brexit avrebbe fomentato i nazionalisti europei e i movimenti euroscettici e, con le elezioni presidenziali alle porte in Francia ed elezioni federali in Germania l’anno prossimo, il potenziale rafforzamento delle forze anti-europee avrebbe potuto avere conseguenze di lungo periodo. È comunque chiaro che, anche dopo la vittoria dell’opzione “rimanere”, lavorare con il Regno Unito all’interno delle istituzioni Ue sarà – se possibile – ancora più complicato: il dibattito pubblico britannico sulla sovranità non finirà infatti oggi e quindi dovremo lavorare in modo ancora più convincente per migliorare il processo d’integrazione e renderlo più appetibile per tutti i cittadini europei.

Vorrei chiedere ad Angela Merkel di non candidarsi alle prossime elezioni politiche in Germania, per proporsi invece nel ruolo di Presidente della Commissione Ue. Che ne dice? Mi sembrerebbe il modo migliore per garantire un’accelerazione verso un’Unione federale durante il prossimo decennio, con un’economia mutualizzata e competenze essenziali delegate a Bruxelles dagli Stati nazionali…

Un’Unione federale è un sogno e a volte i sogni si avverano. Certo, dovremo procedere con un’Europa a due velocità, questo è sicuro. E per questo è fondamentale la leadership. Già dopo l’estate potrebbero essere fatti passi decisivi in questo senso e ho l’impressione che certi paesi ci stiano già lavorando. Complesse tornate elettorali si profilano all’orizzonte (in Usa a novembre, in Francia il prossimo anno, in Germania e Russia nel 2018), ma è nostro dovere continuare a spingere per l’integrazione, per assicurare alle generazioni future un’infrastruttura istituzionale adatta alle sfide globali che ci attendono.

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GUALA
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