Stravaganze dell’Est

L’indeterminatezza politica, l’odio contro l’élite, la lotta alla corruzione e il nazionalismo dichiarato divide l’Est tra populisti e liberali.

Tra le varie crisi europee, quella dell'ordine liberale è la più preoccupante. La nuova ondata di populismo e sentimenti anti-liberali mina le fondamenta della comunità europea e la capacità dell'Ue di gestire le sfide provenienti dall'esterno. Ma la natura di questa virata illiberale sembra ancora largamente incompresa. I recenti sviluppi in Europa centrale e orientale – il successo di Diritto e Giustizia (partito nazionalista-conservatore polacco) e le turbolenze costituzionali che ne sono derivate, l'ascesa dei populisti di destra alle elezioni parlamentari in Slovacchia, e la campagna anti-immigrazione condotta da Victor Orbán in Ungheria – hanno destato grandi preoccupazioni e confusione riguardo allo stato in cui versa la democrazia liberale in Europa. Che i Paesi dell'Europa centrale e orientale (esempio, finora, di transizione democratica ben riuscita) stiano ripiombando nell'abisso nazionalista? O stanno forse anticipando una tendenza paneuropea? La prospettiva di un nuovo divario Est-Ovest tormenta il continente. Mentre i media discutono la virata della politica polacca e altri avvenimenti allarmanti in Europa centrale, le critiche all'espansione dell'Ue verso est stanno raccogliendo ampi consensi. La sensazione che l'Est e l'Ovest europeo posseggano culture politiche e sistemi morali divergenti è stata immediatamente politicizzata, a dimostrazione del fatto che il decennio di convivenza nell'Ue non è bastato a superare concezioni e preconcetti antichi.

Il populismo non è una specialità dell'Est Europa come i pierogi o il gulasch. Quando il magnate dei media ceco Ivan Babis è sceso in politica con il suo partito ed è diventato Vice Primo Ministro, molti hanno parlato di una “Berlusconizzazione” della politica ceca. Inoltre l'avanzata dei conservatori nazionalisti in Polonia e di Orbán in Ungheria potrebbe essere presto affiancata da sconvolgimenti politici in Austria e persino in Francia. L'Occidente, dunque, ha poco di cui compiacersi. Il malcontento nei confronti di una democrazia liberale incapace di garantire stabilità, prosperità e coesione non affligge solo i Paesi che escono da una fase di transizione. La crisi del liberalismo non è un problema di divario tra Est e Ovest, e parlare di dicotomia non aiuta a fare chiarezza sulla situazione europea.

Il populismo orientale e quello occidentale hanno radici simili – il senso di privazione e la mancanza di fiducia nei confronti dell’establishment – ma fisionomie diverse. Esiste una versione est europea di illiberalità? Certo che sì. Le società dell’Est Europa sono davvero più portate a cadere nelle trappole della destra rispetto alle loro controparti occidentali? Non necessariamente. Riconoscere i connotati del populismo dell’Est europeo può aiutarci a evitare la teoria troppo semplicistica della frattura tra Est e Ovest e a comprendere le difficoltà che si presentano in questi Paesi a 25 anni dalla fine del comunismo.

L’Europa orientale non è in preda a un delirio nazionalista o antiliberale di massa: il partito Diritto e Giustizia, al potere con la maggioranza assoluta, è stato eletto con il 38% dei consensi e con un’affluenza alle urne del 50%. Sarebbe quindi più accurato parlare di società divise, molto più polarizzate di quelle dell’Europa occidentale. I motivi sono tanti, in particolare i cambiamenti avvenuti dal 1989 a oggi, invece di aumentare la coesione sociale, hanno innescato la frammentazione di società prima piuttosto paritarie.

L’Europa dell’Est non ha vissuto il “trentennio glorioso” durante il quale le democrazie liberali dell’Ovest si sono stabilizzate e hanno creato sistemi di previdenza per ridurre le tensioni sociali e sostanziare il principio di equità. La storia dell’Europa occidentale dopo il 1945 è caratterizzata dalla formazione di grandi partiti centristi, pilastro dei valori liberal-democratici e della prevedibilità politica. L’era socialdemocratica (Tony Judt) ha gettato le basi per la stabilizzazione delle società e dei sistemi politici all’indomani della Seconda guerra mondiale.

L’Europa centrale e orientale ha seguito un percorso diverso. Quando i sistemi democratici sono subentrati ai regimi comunisti, si è aperta un’era (neo) liberale. Le conseguenze sono state un crescente individualismo a scapito del capitale sociale e la scomparsa di un modello di società basato sulla fiducia e il supporto reciproci, troppo affine a quello comunista. La stessa sorte è toccata al concetto di Stato forte, respinto dalle élite. Il liberalismo politico ed economico è divenuto l’unica alternativa: la sinistra aveva perso credibilità e persino gli eredi dei partiti comunisti hanno finito per sottoscrivere il consenso di Washington.

Il liberalismo ha riscosso un successo strepitoso nell’Est Europa, ma la sua egemonia ideologica negli anni Novanta ha sconvolto il panorama politico locale. Il sistema partitico dell’Est Europa (Germania Est inclusa) non è mai stato caratterizzato dalla contrapposizione tra sinistra e destra tipica dell’Europa occidentale (basti pensare alla debolezza e fluidità programmatica della sinistra in questi Paesi). L’egemonia liberale è risultata pertanto in un sistema politico vulnerabile. Come ha osservato Anton Shekhovtsov: “Quando i partiti liberali falliscono, non ci sono sempre alternative democratiche disponibili”. Questo spiega ciò che è accaduto in Polonia e in Ungheria: Orbán e Kaczyński erano le uniche vere alternative alle élite liberali rinnegate dagli elettori. In un certo senso, l’impennata antiliberale nei Paesi ex comunisti è una reazione al modello liberale (in termini economici e politici), le cui carenze e difetti sono diventati evidenti quando la generazione post-1989 ha fatto il proprio ingresso nella vita politica.

Non c’è da stupirsi se l’anti-liberalismo si rifà a tradizioni conservatrici e nazionaliste invece che ispirarsi alla sinistra progressista. Innanzitutto, in tempi d’incertezza si tende a cercare un appiglio solido nello Stato nazionale, nella religione e nei valori tradizionali. Vista la mancanza di valide alternative di sinistra, questo è anche l’ultimo appiglio rimasto nella maggior parte dei Paesi della regione. Nei Paesi dell’Est il nazionalismo prebellico non è stato screditato quanto all’Ovest ed è pertanto un punto di riferimento e una fonte d’ispirazione più plausibile per gruppi politici ed elettori. Inoltre, nella storia di questa regione il male è venuto soprattutto dall’esterno (non dall’interno, come in Germania o in Italia), il che favorisce atteggiamenti difensivi e diffidenti.

Anche l’eredità del 1989 gioca un ruolo importante. Si tende a dimenticare che le rivoluzioni in Europa centrale e orientale hanno avuto un carattere sia democratico che nazionalista, volto al recupero dell’indipendenza nazionale. Per questo la sovranità nazionale è un tema sensibile per l’Est Europa, e si spiega così anche il rifiuto del cosmopolitismo emerso nel corso dell’emergenza profughi. Come ha fatto notare Ivan Krastev, in Germania il riorientamento cosmopolita è avvenuto in reazione all’eredità xenofoba dell’era nazista. In Europa centrale il sospetto verso il cosmopolitismo è legato alla memoria dell’internazionalismo imposto dai regimi comunisti.

Ma allora l’Europa centrale e orientale è proprio diversa, se non addirittura strana? Sembrerebbe di sì. Le sollevazioni politiche qui sono più improvvise e hanno effetti più profondi che nel resto del continente. Ma potrebbero finire per produrre gli stessi effetti. I liberali moderati nelle società dell’Ovest stanno perdendo terreno, mentre la politica dell’Est è costantemente divisa tra liberali e populisti. Alla fine la mancanza di risposte alla crisi avrà lo stesso esito in tutta Europa: il tramonto di quel concetto di comunità politica che è stato il presupposto per il successo dell’Europa dopo il 1945 e il motore principale di una trasformazione senza precedenti nelle società ex comuniste. Oggi lo spartiacque più profondo non divide l’Est e l’Ovest, ma spacca in due quasi ogni singola società europea.    

"Piotr Buras è Direttore ECFR Varsavia"
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