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Il miraggio del federalismo

Leader nazionali convivono a fatica, condividono la gestione dei problemi senza visione, il grande sonno in attesa di una nuova spinta europea.

Si racconta che nel deserto africano i miraggi appaiono ai beduini dietro a una duna o lungo l’orizzonte quanto più hanno sete, quanto più hanno bisogno dell’ombra di un’oasi per ripararsi dai bollenti raggi del sole. Lo stesso sembra vero per l’integrazione europea. Quanto più la risposta federale alla crisi economica e politica che attraversa l’Unione appare necessaria per evitare una minacciosa disintegrazione, tanto più l’obiettivo appare a noi vicino, quasi inevitabile, per poi improvvisamente allontanarsi o addirittura sparire in un crudele fenomeno ottico. Tutto dovrebbe spingere l’Europa a una nuova integrazione. Un’ulteriore condivisione dei poteri e dei costi permetterebbe di rispondere con maggiore efficacia alla minaccia terroristica, all’emergenza rifugiati, alla crisi economica, allo sconquasso bancario, al disagio sociale, all’instabilità internazionale, e più in generale alle tensioni politiche provocate dal referendum britannico con il quale il Regno Unito ha annunciato il clamoroso desiderio di lasciare l’Unione europea.

Invece, l’establishment politico europeo sembra paralizzato, o addirittura trascinato verso una risposta sempre più nazionale o locale. Certo, negli ultimi mesi i paesi fondatori si sono incontrati in vari formati nel tentativo di ridare slancio all’integrazione europea, ma le differenze nazionali sono evidenti. La Germania e la Francia si appoggiano a vicenda pubblicamente, ma la forza relativa della Repubblica federale rispetto al partner francese indebolisce la tradizionale alleanza tra i due paesi. Ancor più sorprendente è la distanza che si è venuta a creare tra i Paesi del Benelux. Da sempre, alla vigilia di ogni vertice europeo, Olanda, Belgio e Lussemburgo hanno l’abitudine di incontrarsi per trovare una posizione comune sui temi del momento. In febbraio, in occasione del summit tutto dedicato alla Gran Bretagna, i tre Paesi hanno preferito cancellare l’incontro, consapevoli delle troppe divergenze. Qualche giorno dopo il referendum britannico, il 27 giugno, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente francese François Hollande e il Premier italiano Matteo Renzi si sono incontrati a Berlino. L’esito dell’incontro è stato uno smilzo comunicato in cui si nota l’importanza di assicurare “la sicurezza interna ed esterna”, “un’economia e una coesione sociale forte”, e “programmi ambiziosi per i giovani”.

I dossier più delicati – a cominciare dall’eventuale trasferimento di sovranità dagli Stati membri alle autorità comunitarie per poter immaginare tra le altre cose una graduale mutualizzazione dei debiti pubblici – sono stati ignorati perché fonte di troppe divisioni. Le stesse preoccupazioni hanno influenzato il comunicato finale del vertice europeo di fine giugno, che ha permesso ai partner della Gran Bretagna di incontrarsi informalmente per fare il punto sul futuro dell’Unione europea.

Tre sono i fattori che in questo momento non fanno prevedere grandi passi avanti verso una maggiore integrazione in senso realmente federale. Il primo elemento è il referendum britannico del 23 giugno scorso. A dire il vero, non è chiaro se il voto debba per forza rafforzare i partiti più nazionalisti ed euroscettici. Non si può escludere che nel lungo termine una eventuale crisi politica in Gran Bretagna così come il dubbio di numerosi Inglesi per la scelta che hanno fatto inducano molti elettori continentali a rivalutare dopotutto la costruzione europea. Ciò detto, agli occhi di molti governanti europei, il voto favorevole all’uscita del Regno Unito dall’Unione è oggi prima di tutto una sconfitta dell’ormai ex Premier conservatore David Cameron che aveva fatto campagna per il Remain. Si fa quindi strada la tesi per cui politiche troppo europee sono lontane dalle necessità delle pubbliche opinioni locali e di conseguenza indirettamente rafforzano i partiti più radicali ed euroscettici. Tra le altre cose, notava di recente in un articolo per Project Syndicate Anders Borg, un ex ministro delle Finanze svedese: “Puntare a maggiore integrazione o a un controllo centralizzato sarebbe pericoloso perché aumenterebbe le possibilità che altri paesi seguano l’esempio” della Gran Bretagna. Peraltro, ha aggiunto, “non vi è alcun sostegno politico per gli aumenti alle imposte e i tagli alla spesa necessari per un’eventuale politica comune di bilancio”. In questo contesto, la risposta nazionale rischia di essere privilegiata.

Il secondo fattore, strettamente legato al primo, dipende dal calendario politico. Sia la Francia che la Germania saranno chiamate a votare nel 2017: la prima per un nuovo Presidente della Repubblica; la seconda per un nuovo Bundestag. Elezioni parlamentari sono previste anche nella Repubblica Ceca e in Olanda, mentre in Ungheria si voterà per un nuovo Presidente della Repubblica. Si voterà nel 2018 anche in Italia, in Finlandia, in Svezia, e a Cipro. Incalzati da partiti nazionalisti sempre più minacciosi – in Francia il Front National, in Germania Alternative für Deutschland – è facile immaginare che la classe politica preferirà usare la ruhige Hand come dicono i Tedeschi, la mano leggera. Memori della lezione inglese e preoccupati all’idea di proporre soluzioni forse utili a medio termine, ma troppo controverse nel breve periodo, i governanti europei privilegeranno lo status quo, se non addirittura la risposta nazionale, apparentemente più rassicurante.

Il terzo fattore è relativo alla debolezza della Commissione europea. Fin dai primi mesi del suo mandato, iniziato alla fine del 2014, il desiderio di Jean-Claude Juncker di essere alla guida di una Commissione fortemente politica non è piaciuto a molti governi, che nei fatti si sono sentiti esautorati. Alcune coraggiose proposte legislative hanno provocato critiche e tensioni tra e nei 28: dal ricollocamento obbligatorio dei rifugiati arrivati in Italia e in Grecia alla nascita di un corpo europeo di guardie di frontiera autorizzato a entrare con la forza sul territorio di uno Stato membro. La visione troppo federalista ha creato nervosismi e disaffezione, tanto più che è stata associata a un’applicazione troppo discrezionale, o almeno ritenuta tale, delle regole del Patto di stabilità e di crescita. Il rapporto di fiducia che dovrebbe legare l’esecutivo comunitario ai governi nazionali sembra essersi incrinato.

Ormai molti governanti dichiarano esplicitamente la preminenza del Consiglio europeo rispetto alla Commissione europea, del metodo intergovernativo rispetto al metodo comunitario. Qualsiasi spinta verso una maggiore integrazione di natura federale rischia di essere influenzata se non ostacolata, oltre che dalle considerazioni precedenti, anche dalla mancanza di un impulso dell’esecutivo comunitario e dalla prevalenza nel Consiglio di una politica che sarà segnata dal più piccolo denominatore comune e dal compromesso al ribasso. Come nel deserto, il federalismo rischia di rimanere un miraggio fintanto che un nuovo scossone e nuovo coraggio non spingeranno i paesi più reattivi a creare un nocciolo duro di Stati membri più pronti di altri a continuare il cammino.

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