L’aspirante Dubai delle Americhe

Appena ci si allontana dai grattacieli del distretto finanziario, i problemi che emergono sono tanti quanti gli angoli di paradiso sparsi nel Paese.

Le chiuse high-tech sulla nuova corsia del Canale di Panama, che collega 1.700 porti tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico, sono state aperte il 26 giugno 2016 con grandi fasti e cerimonie. Ma quest’anno Panama è finito sulle prime pagine dei giornali anche per altri motivi. Ad aprile il mondo ha appreso che i ricchi e potenti hanno creato migliaia di società offshore a Panama per non pagare le tasse nei rispettivi Paesi. Gli 11,5 milioni di documenti forniti alla stampa provenivano dallo studio legale e di consulenza societaria Mossack Fonseca, uno dei tanti nella capitale.

Il piccolo Paese del Centro America è un’oasi naturale, ma è anche un paradiso fiscale? Panama è il secondo più grande centro finanziario delle Americhe dopo Wall Street e il primo in America Latina. Poco prima della fuga di notizie era stato rimosso dalla “lista grigia” dei Paesi che non cooperano nella lotta all’evasione fiscale, al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo. Allora l’OCSE esortava il governo panamense ad aderire allo scambio automatico di informazioni bancarie. Che l’abbia fatto per garantire la trasparenza o per salvare la faccia e tutelare il settore, Panama ha firmato un accordo con l’OCSE lo scorso maggio.

Il fatto che “Panama” figuri nel nome dato ai documenti trapelati è deleterio, visto che il settore finanziario, insieme a logistica e turismo, rappresenta il 75% del PIL nazionale. Non è un segreto che ogni giorno, dagli uffici lungo la baia di Panamà, i broker trasferiscono parte dei circa $50 mld (€45mld) stanziati in 90 banche del Paese ad altri istituti e paradisi fiscali in tutto il mondo.

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