Le insidie della nuova fase libica

Il potere attivo nel Paese non risiede nel Parlamento né all’interno dei confini nazionali. Vittima del “tutti contro tutti” libico, per fortuna, anche l’Isis.

Il camion dei vigili del fuoco libici nei pressi del terminal petrolifero di Ras Lanuf dato alle fiamme dai militanti dello Stato islamico. Nel bacino di Sirte, ricchissimo di risorse energetiche, molte strutture produttive sono state danneggiate. REUTERS/STRINGER/CONTRASTO

In Libia, da marzo di quest’anno, si é aperta una nuova fase. Il 30 di quel mese, infatti, si é installato a Tripoli il governo di unitá nazionale creato dall’accordo di Skhirat frutto della mediazione Onu. Ci sono voluti diversi mesi perché i ministri siano effettivamente entrati a lavorare nei loro dicasteri nella capitale mentre non si puó dire ancora che l’esecutivo rappresenti la fine della divisione del Paese. Sono infatti ancora operativi sia il vecchio governo di Tripoli, che peró oramai rimane piú un simbolo per i duri che un vero soggetto politico, che quello di Tobruk sempre piú dominato dalla figura del generale anti-islamista Khalifa Heftar e sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Il governo di accordo nazionale (GNA la sigla inglese) é presieduto da Faiez Serraj, un poco carismatico parlamentare di Tobruk che é a capo di un consiglio di presidenza di 9 rappresentanti delle diverse fazioni. Si trova ad affrontare diverse sfide e non é detto che riesca a sopravvivere a lungo vista la sua debolezza e la difficoltá della situazione.

Nel frattempo la condizione materiale del Paese peggiora invece che migliorare. La produzione petrolifera é limitata quasi del tutto ai campi off-shore, il che vuol dire circa il 20% del milione e cinquecentomila barili che la Libia produceva sotto Gheddafi.

La produzione é al palo perché diversi gruppi armati controllano e bloccano i campi, i porti o gli oleodotti. Nel bacino di Sirte, il piú ricco di risorse, molte strutture sono state danneggiate e serviranno, secondo alcune stime, alcuni miliardi di dollari per renderle nuovamente produttive. Dal 2013, gruppi armati spesso anche piccoli e isolati hanno utilizzato il blocco selettivo di pezzi del settore energetico per contrattare con il governo centrale. A fine luglio, il governo ha firmato un accordo con le Guardie Petrolifere per riprendere la produzione dai porti dell’est del Paese ma solo il tempo mostrerá gli effetti di questo patto.

Il blocco della produzione ha conseguenze disastrose sul bilancio pubblico che é basato quasi completamente sui proventi della vendita di idrocarburi. Per i passati tre anni, la Libia ha vissuto prevalentemente consumando le riserve accumulate dalla Banca Centrale durante gli anni di prezzi alti ma ora quelle riserve sono agli sgoccioli e si stima che saranno completamente esaurite in due anni. Se il governo non sará piú in grado di pagare i salari, circa l’85% della forza lavoro libica rimarrá senza stipendi con effetti a cascata sull’aumento del settore informale e dell’immigrazione dalla Libia.

Ci si dimentica spesso, infatti, che ancora oggi il Paese é la destinazione finale di circa 700.000 migranti che svolgono quasi tutti i lavori nei settori dell’agricoltura, dei servizi e dell’assistenza alle famiglie. Questi verrebbero colpiti indirettamente dal crollo del settore pubblico e quindi dal calo del potere d’acquisto delle famiglie.

Come se non bastasse, Serraj si é trovato a fronteggiare una crisi di liquiditá generata dalla crescita del settore informale (che si “mangia” una parte consistente del contante senza farlo circolare) e dalla scarsa fiducia dei libici nel sistema bancario autoctono, per cui una parte notevole del contante viene tenuta sotto il materasso. Invece che affrontare queste cause, Serraj si é limitato a stampare piú moneta, alimentando la spirale inflazionistica che é il terzo fattore della crisi di liquiditá.

I prossimi mesi diranno se il suo governo sará in grado di invertire la tendenza economica e far tornare almeno una parte degli investitori stranieri ma finora né Serraj né i suoi ministri hanno mostrato di essere competenti.

Il governo unitario, in realtá, si trova a dover lavorare in una situazione politico-istituzionale piuttosto complicata. L’accordo negoziato dall’Onu e firmato a dicembre 2015 in Marocco mette al centro del nuovo sistema istituzionale il parlamento di Tobruk in cui una minoranza vicina al generale Heftar blocca i lavori fin da gennaio, facendo mancare la fiducia al governo e impedendo ogni provvedimento legislativo.

Il motivo di questo blocco é contenuto nello stesso Accordo Politico Libico che all’articolo 8 delle disposizioni finali prevede sostanzialmente il licenziamento del generale, una misura che i suoi fedelissimi a Tobruk non accetteranno mai. Senza una soluzione su questo punto, il parlamento di Tobruk rimarrá molto probabilmente bloccato e con esso anche il governo Serraj che sará costretto a funzionare come un esecutivo ad interim.

Per ragioni simili, due membri su nove del Consiglio Presidenziale di cui é a capo Serraj non partecipano alle riunioni, indebolendone fortemente la legittimitá. A spingerli a questa decisione é stata sempre la questione di chi debba essere a capo del settore della sicurezza. Il resto del Consiglio infatti ha puntato sul Ministro della difesa Mehdi Bargathi, un colonnello dello stesso esercito di Heftar ma inviso al generale – e in piú difficilmente un generale accetterebbe di sottostare ad un colonnello.

La questione peró non é solo personale. Heftar rappresenta due questioni politiche rimaste irrisolte fin dalla caduta di Gheddafi. Da una parte, il generale é popolare in alcune parti della Libia perché é visto come l’impersonificazione del desiderio di superare la frammentazione in centinaia di milizie attraverso la creazione di un esercito unico. Heftar ha creato l’Esercito Nazionale Libico che, lungi dall’essere un vero esercito professionale e dall’essere un soggetto veramente nazionale, tuttavia viene visto da molti anche nella societá civile come l’unica speranza di superare gli abusi e le illegalitá perpetrati dalle milizie anti-gheddafiane. Il governo Serraj viene visto in questo senso invece come l’espressione di una coalizione di milizie per niente intenzionata a superare l’attuale sistema.

In secondo luogo, Heftar rappresenta l’unica speranza per molti gruppi dell’Est, a partire dalle tribú Obeidat, Magarba e Awaghir, di non essere nuovamente marginalizzati rispetto alla Tripolitania cosí come é successo sotto Gheddafi. Una parte consistente dei sostenitori di Heftar sono anche “federalisti” della Cirenaica, alcuni dei quali vorrebbero proprio la secessione della regione orientale del Paese. É questa componente che in questi anni ha premuto di piú per creare istituzioni parallele a Tobruk e Beida: una banca centrale, un fondo sovrano e una societá del petrolio. É sempre questa componente che per risolvere la crisi di liquiditá é ricorsa alla zecca ufficiale del Cremlino per stampare banconote di Dinari libici del tutto diverse da quelle stampate dal governo di Tripoli.

Heftar ha poi un terzo motivo di popolaritá ed é il paragone con Sisi come campione dell’antislamismo radicale, quello che vede un uguale problema nella Fratellanza Mussulmana e in Daesh. Oltre al consenso degli anti-islamisti libici, questa caratteristica permette al generale di beneficiare di un consistente aiuto da parte egiziana e degli Emirati Arabi Uniti.

É con questi due Paesi che gli europei devono contrattare la riconciliazione libica: una revisione degli accordi di pace che tenga conto dei loro interessi (e dei loro clientes libici) in cambio della soluzione del problema Heftar.

Non tutto va male in Libia, anzi. L’Isis che fino a qualche mese fa faceva molta paura, é stato schiacciato da un’offensiva congiunta delle milizie di Misurata e delle guardie petrolifere fedeli al governo di unitá nazionale. I raid aerei americani di agosto, su richiesta del governo Serraj, potrebbero rivelarsi decisivi se non militarmente almeno politicamente nel mostrare sostegno esterno al governo di unitá nazionale. I media britannici hanno parlato anche di un aiuto da parte di forze speciali di Sua Maestá ma il risultato politico e militare di una possibile caduta di Sirte non é da trascurare.

Rispetto al resto della regione, poi, la Libia é in una situazione meno grave degli altri conflitti: al contrario di Siria, Iraq e Yemen qui c’e’ un accordo politico, per quanto fragile, mentre la presa dei gruppi jihadisti nella popolazione locale e anche tra i gruppi armati sembra non essere la stessa che altrove.

Tuttavia, la nuova fase apertasi con la realizzazione dell’accordo siglato in Marocco a dicembre e l’arrivo del governo a Tripoli é irta di ostacoli e le possibilitá di riuscita estremamente fragili proprio a causa, tra gli altri motivi, dell’instabilitá del resto della regione e della scarsa volontá concreta di alcune potenze mediorientali di stabilizzare il Paese.

 

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