Un fondo sovrano d’investimento, soprattutto nel Golfo Persico, funziona come un coltellino svizzero. Il manico è sempre lo stesso, un’enorme quantità di denaro, ma i suoi usi sono i più variegati, dallo sviluppo dell’economia locale al finanziamento di partiti e gruppi armati in giro per il mondo. Se maneggiato opportunamente, un fondo sovrano come la Qatar Investment Authority (QIA) può in pochi anni rimodellare completamente l’immagine di una nazione, trasformando agli occhi del mondo un paese come il Qatar da sconosciuta penisola desertica incastonata nel Golfo Persico a uno dei player mondiali più importanti nel campo della politica, della finanza perfino della comunicazione.

Tutto ha inizio nei primi anni Duemila, quando il giovane e ambizioso emiro Hamad bin Khalifa al-Thani, succeduto al padre nel 1995 attraverso un “golpe bianco”, decide di razionalizzare la gestione degli enormi surplus generati dalla vendita di gas e petrolio. Nascono così la QIA e le sue sussidiarie, come la Qatar Holdings e la Qatari Diar, che vengono messe sotto il controllo del braccio destro del giovane emiro, non meno dinamico e ambizioso di lui: il ministro degli esteri poi promosso a primo ministro Hamad bin Jaber al-Thani. La concentrazione di queste due cariche nelle mani dell’uomo più vicino al sovrano non era un caso e serviva a mandare un messaggio chiaro: il Qatar intendeva conquistarsi un ruolo sulla scena mondiale, e per farlo voleva usare appieno la risorsa di cui ha maggiore disponibilità: il denaro. Al contrario di altri regimi della regione come l’Arabia Saudita, anch’essa dotata di un enorme fondo sovrano ma anche di 30 milioni di sudditi da soddisfare, la monarchia qatariana ha assai meno interesse a usare le proprie risorse per garantire stabilità interna. Su due milioni di persone che vivono nel paese, sono meno di 300 mila coloro che detengono la cittadinanza qatariana, una delle più difficili da ottenere al mondo. Essa infatti garantisce privilegi, sussidi e accesso a impieghi pubblici ben pagati che hanno rapidamente reso il Qatar il paese con il più alto reddito pro-capite al mondo. Un patto sociale che grazie all’esiguo numero di abitanti finora si è rivelato assai solido e che costa al regime solo una frazione dell’enorme rendita proveniente dal settore energetico. Il resto del fondo, a oggi stimato intorno ai 250 miliardi di dollari, è stato incanalato dalla sua fondazione a oggi in tre direzioni principali: rendita, sviluppo e influenza politica.

Il primo obiettivo è analogo a quello di tutti gli altri fondi sovrani della regione: garantire una progressiva sostituzione delle rendite energetiche con rendite alternative. In vista di un inevitabile esaurimento delle risorse di oil&gas – o del loro superamento tecnologico – i regimi si sono preoccupati di investire in asset ad alta redditività nel lungo termine, in modo da sostituire progressivamente le rendite provenienti da gas e petrolio con quelle provenienti dagli investimenti finanziari. Tutto questo per non alterare lo strambo patto sociale di tutte le monarchie del Golfo: autocrazia assoluta per i monarchi in cambio di servizi e rendite gratuite per i cittadini. Un patto delicato, che elimina tassazione e quindi rappresentanza, ma che richiede ai sovrani di programmare e creare nel lungo termine un afflusso costante di risorse. La QIA ha investito così in quote di aziende ad alta redditività e stabilità nel lungo termine, come le grandi compagnie energetiche (Shell, Total), proprietà immobiliari di alto valore in centri strategici (come la City di Londra, Manhattan o Porta Nuova a Milano), o grandi istituzioni finanziarie come Barclays.

Mentre investiva all’estero per garantirsi rendite future, la QIA ha investito generosamente anche all’interno del paese creando infrastrutture e grandi compagnie statali e parastatali. Ha investito soprattutto in nuove tecnologie, attirando scienziati da tutto il mondo e diventando uno dei poli di sviluppo principali per settori come l’informatica e l’agrotecnica.

Ma è il terzo macro-obiettivo perseguito dalla QIA, l’influenza in politica estera, quello che più ha attirato l’attenzione mondiale su Doha. A suon di miliardi di dollari, in poco più di un decennio la QIA ha saputo trasformare l’immagine del paese in un brand da associare con lusso, moda e spettacolo attraverso l’acquisto di quote in alcune tra i più noti marchi del mondo come Chanel, Valentino, Sainsbury’s, Harrods e Miramax. Nel 2012 la QIA ha inoltre acquistato il club calcistico Paris Saint-Germain per 130 milioni di dollari.

Se tutto questo rappresenta la facciata glamour del marchio Qatar, ne esiste una seconda, assai più sfuggente e oscura. Ogni giorno sono infatti decine tra leader politici, imprenditori e rivoluzionari coloro che approdano a Doha per chiedere sostegno per conseguire i loro obiettivi. La scelta dell’hotel dove le autorità li faranno ospitare mentre attendono udienza è già un chiaro messaggio: se alloggi al Four Seasons o al Ritz puoi aspettarti di ricevere qualche milione di dollari. Se invece alloggi al vecchio Sheraton è già tanto se te ne andrai con qualche migliaio. I conti della QIA sono segreto di stato e nessuno sa esattamente chi ha ricevuto quanto dal 2005 a oggi. Si sa solo che dagli hotel di Doha sono passati quasi tutti, dai talebani ai guerriglieri sudanesi passando per i Fratelli Musulmani. Sono soprattutto questi ultimi che dopo l’inizio della Primavera araba nel 2011 hanno goduto dei maggiori favori, e non è un segreto che la QIA sia stata tra i principali artefici della salita al potere dell’ora deposto presidente egiziano Mohammed Morsi. Il Qatar ha anche direttamente finanziato numerosi gruppi legati al governo libico di Tripoli, vicino alla Fratellanza, e numerose organizzazioni armate della rivoluzione siriana. Secondo la Qatar Awareness Campaign, fondata in seguito a una dura campagna portata avanti dal quotidiano britannico Daily Telegraph, soldi del Qatar sarebbero finiti per vie più o meno dirette anche a gruppi legati al terrorismo internazionale come Jabhat al-Nusra e Isis. Accuse che però finora non hanno potuto essere provate, soprattutto a causa della scarsa accessibilità dei conti della QIA. Ma ben pochi pensano che esista uno scenario mediorientale di questi ultimi anni, comprese rivoluzioni e sanguinose guerre civili, in cui il braccio finanziario del Qatar non abbia avuto un ruolo di rilievo.

Da circa tre anni però le cose per il Qatar e per la QIA stanno cambiando. I duri colpi subiti in politica estera con la deposizione della Fratellanza Musulmana in Egitto e lo stallo siriano hanno portato un cambio di passo nella politica di Doha, consacrato dalla abdicazione di Hamad al-Thani a favore del figlio Tamim. Questo passaggio non poteva risparmiare un pilastro fondamentale del potere qatariano come la QIA. Il nuovo emiro ne ha immediatamente azzerato i vertici, a cominciare dal potente Hamad bin Jaber, destituito anche dalle cariche governative. La QIA sembra aver oggi cambiato approccio, complice anche il crollo dei prezzi del petrolio che ha messo in difficoltà tutti i fondi sovrani della regione. La nuova strategia sembra abbassare significativamente il profilo delle acquisizioni, privilegiando la ricerca di profitto a quella di influenza politica. La nuova strategia include inoltre un cambio di destinazione dei futuri investimenti. La crisi europea ha infatti inflitto gravi colpi ad alcuni asset detenuti dalla QIA nel vecchio continente. Volkswagen, di cui la QIA detiene il 16%, è crollata in borsa in seguito allo scandalo sulle emissioni truccate, mentre la Brexit sta mettendo seriamente a repentaglio il valore degli investimenti nel Regno Unito, oltre 30 miliardi di dollari. Sembra essere quindi intenzione della nuova leadership rivolgere l’attenzione verso altre destinazioni più stabili e promettenti, in primis Asia e Stati Uniti. Il primo segnale è stata l’acquisizione di enormi blocchi di uffici a Manhattan, insieme al 10% dell’Empire State Building, seguita dall’annuncio di investimenti per 35 miliardi di dollari negli Usa nei prossimi anni. Allo stesso tempo la QIA è intervenuta nel settore petrolchimico malese, nel settore delle infrastrutture indiano, e ha dichiarato di voler investire 10 miliardi in Cina nei prossimi anni. Un brutto segnale per il Vecchio continente, soprattutto per le economie, come quelle francese e britannica, che avevano scommesso molto sull’attrazione di capitali dal Golfo.

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