L’epoca monetaria sorta dopo il collasso di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008, ha prodotto due effetti. Il primo, sotto gli occhi di tutti, è la scoperta, da parte dei banchieri centrali, che avevano a disposizione armi di cui solo vagamente sospettavano l’esistenza. Tassi d’interesse prossimi allo zero o negativi, stimoli monetari (quasi) a pioggia, l’uso taumaturgico della parola come calmiere delle turbolenze degli investitori. Sono tutti strumenti che dal 2008 a oggi sono stati usati, e in alcuni casi abusati, col fine di riportare quell’apparente tranquillità presente prima della crisi subprime. Ma il secondo effetto è quello più pericoloso. Il mondo sta annegando sotto un oceano di liquidità.

In The Curse of Cash, l’economista Kenneth Rogoff spiega nel dettaglio cosa sta succedendo negli Stati Uniti in questi anni. Secondo i calcoli della Federal Reserve ci sono circa 1.400 miliardi di dollari circolanti. Vale a dire, contanti. “Più o meno 4.200 dollari per ogni americano, quasi tutti in biglietti da 100”, fa notare Rogoff. È il frutto della politica monetaria non convenzionale adottata nell’ultimo decennio, che al fine di stimolare la crescita economica e riportare in territorio di sicurezza il tasso d’inflazione ha pompato, o meglio, iniettato, denaro su denaro. I rubinetti della liquidità si sono aperti e, salvo qualche piccolo passo verso la normalizzazione, resteranno aperti ancora per diverso tempo. Il problema, secondo Rogoff, è che questo immenso ammontare di contanti sta già  creando squilibri rilevanti a livello globale. Gli stessi che contribuiscono a incrementare l’ineguaglianza, sociale ed economica. I contanti sono utilizzati per alimentare l’evasione fiscale, per supportare la corruzione, per sostenere il terrorismo. Ancora: per nutrire i cartelli della droga, per foraggiare il traffico di esseri umani e per sfamare tutti gli altri campi dell’economia sommersa.

Tanto in America quanto nel resto del mondo, laddove la potenza del denaro riesce a vincere contro l’etica e il codice morale condiviso nelle economie avanzate. Si tratta quindi di scegliere. Da un lato si può continuare a ignorare questo oceano di contanti sopra il quale galleggiano zattere di illegalità, le quali si spostano con velocità.

Dall’altro si può decidere di ridurre sempre più il circolante. Come? Drenando la liquidità, anche se questo si può tradurre con il fatto che gli agenti economici incapaci di stare sul mercato finiscano a gambe all’aria. Combattere le banconote per combattere l’illegalità? Il concetto è più o meno questo. Tuttavia, nell’epoca della capillarità di Internet, è possibile creare oasi nascoste in cui l’illecito sopravvive? Sicuramente sì, e lo dimostra la geopolitica del terrorismo internazionale, Is e Al-Qaeda su tutti, che hanno sempre più abbandonato il contante per utilizzare forme alternative, come i bitcoin. 

Nonostante l’esistenza di canali differenti dai contanti, con i quali l’illegale può ancora sostenersi, il libro di Rogoff tocca un tema significativo e deve essere visto più come l’inizio di una discussione, specie a livello di policymaking, che non come soluzione definitiva all’illiceità. È un libro “pratico”, perché vuole essere da esempio. Ma è anche capace di far riflettere su tutti gli errori che banche centrali e grandi fondi d’investimento hanno compiuto in questi ultimi dieci anni. Errori che forse non sono riconoscibili nell’immediato, ma che lo saranno a breve se non si prenderanno provvedimenti a volte anche impopolari.

The Curse of Cash, di Kenneth S. Rogoff, 296 pp., Princeton University Press.