Nella lunga storia della disputa cipriota non c’è mai stata occasione migliore di quella che si presenta oggi per raggiungere un accordo di pace patrocinato dall’ONU. Gli ultimi sviluppi geopolitici, uniti alla possibilità di creare nuove rotte energetiche, hanno dato un forte impulso ai negoziati.

Dopo 4 decenni di separazione e acrimonia la scoperta di gas al largo delle coste dell’isola ha riacceso le speranze di riunificazione. La prosperità economica potrebbe essere un incentivo ad accelerare il processo.

In uno scenario vantaggioso per tutti, una Cipro riunificata fungerebbe da snodo per gasdotti che trasportano gas naturale ‒ possibilmente anche quello israeliano ‒ nell’Ue passando dalla Turchia.

Dal 2010 le scoperte di giacimenti nella regione hanno alterato gli equilibri geopolitici e accresciuto l’interesse internazionale nella risoluzione del conflitto. E visto che la minaccia del radicalismo islamico incombe sul Medio Oriente, l’esigenza di una riconciliazione che assicuri maggiore sicurezza nel Mediterraneo orientale si fa sempre più forte.

I problemi tra i greco-ciprioti e la componente turca sono emersi nel 1960, poco dopo che Cipro aveva ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito. Grecia, Turchia e Gran Bretagna divennero allora i garanti dell’assetto di potere interno al Paese. Ma gli scontri tra le due comunità portarono al crollo del governo unitario nel 1964.

Dopo l’intervento turco in risposta al colpo di stato dei nazionalisti greco-ciprioti del 1974 l’isola si è spaccata tra la maggioranza greca a sud e la minoranza turca a nord. Il nord è difeso dall’esercito turco, con circa 35.000 truppe stanziate sull’isola.

Le due comunità hanno condotto negoziati con e senza la mediazione dell’ONU, ma sempre con una certa riluttanza e con scarsi risultati. Nel referendum del 2004 la maggioranza dei greco-ciprioti ha respinto il Piano Annan, mentre la maggior parte dei turco-ciprioti ha votato a favore della riunificazione. Così nel 2004 solo la Cipro greca ha aderito all’Ue.

Nel 2014 sembrava che le trattative, già da tempo in stallo, fossero state irrimediabilmente compromesse da una disputa sulle prospezioni di gas. Sono state poi riprese con inedito slancio nel maggio 2015 in seguito all’elezione al nord di un veterano della sinistra, Mustafa Akinci, il cui desiderio di riunificare il Paese è condiviso dall’omologo greco-cipriota Nikos Anastasiades. I colloqui tra i due leader alimentano la speranza di superare la segregazione etnica dell’isola istituendo una repubblica federale bicomunitaria con due Stati.

È la prima volta in circa 40 anni che i politici di entrambe le parti sono così determinati a trovare una soluzione duratura. Le recenti difficoltà finanziarie della Cipro greca (quella riconosciuta dalla comunità internazionale) e l’isolamento della Cipro turca, la cui economia dipende interamente dalla Turchia, hanno aperto la strada a questi sviluppi, spingendo Akinci e Anastasiades a professare il loro impegno per la riunificazione dell’isola nel 2016.

In seguito ai colloqui regolari, effettuati da maggio 2015 sotto l’egida dell’inviato ONU Espen Barth-Eide, si è aperta la fase intensa dei negoziati, con 8 incontri a tu per tu nel mese di settembre.

Akinci e Anastasiades sono giunti a un’intesa su questioni fondamentali come la condivisione del potere esecutivo, l’istituzione di una repubblica federale con due Stati e due comunità, e la struttura degli organi legislativi e giudiziari. Ma la sicurezza e il territorio restano questioni controverse.

Sarà l’intenso ciclo negoziale in cui verranno trattati questi delicatissimi argomenti a determinare se si terrà o meno un incontro a New York con il Segretario Generale dell’ONU, seguito da una riunione a 5 con le potenze garanti: Grecia, Turchia e Regno Unito. Lo scopo è quello di ultimare l’accordo di pace attraverso due referendum simultanei nella Cipro greca e in quella turca.

Poiché entrambe le parti dovranno ratificare il trattato, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale. Per questo Akinci e Anastasiades stanno curando anche l’aspetto informale del processo di riunificazione, con gesti simbolici quali la passeggiata su Arasta e Ledra Street (che attraversa la linea di confine) nel maggio 2015 e la compresenza allo spettacolo di un gruppo teatrale turco-cipriota a Limisso lo scorso giugno. Per il momento si sono astenuti dal gioco dello scaricabarile e stanno rilasciando dichiarazioni ottimistiche. Ma i problemi di politica interna rischiano di guastare il clima e rinfocolare le tensioni nei trattati di pace.

Cipro Nord ha assistito a un cambio di esecutivo a inizio 2016. A scatenare la controversia che ha portato al crollo della coalizione di governo sono state le pressioni esercitate dalla Turchia per imporre un piano di privatizzazioni. Akinci si trova adesso a dover gestire le pretese del nuovo e ben più inflessibile governo rispetto allo svolgimento dei negoziati di pace.

In una recente crisi politica la nuova coalizione al potere ha insistito per collocare un proprio rappresentante nel team di negoziatori turco-cipriota. Akinci ha accusato il governo di covare rancore e di condurre una “campagna del no” contro una possibile soluzione ai problemi del Paese.

Anche a Cipro Sud il quadro della politica interna non è del tutto propizio: pare che il parlamento eletto lo scorso maggio sia contrario alla risoluzione nella sua forma attuale. Con il partito di estrema destra per la prima volta in parlamento, il Presidente Anastasiades deve affrontare i più strenui oppositori del progetto di riunificazione.

Per i greco-ciprioti è importante giungere a un accordo entro il 2016 o all’inizio del 2017, perché la campagna pre-elettorale per le presidenziali del 2018 partirà a primavera.

I rivolgimenti geopolitici nella regione e la scoperta di risorse naturali potrebbero fare da catalizzatore per la risoluzione del conflitto più vecchio d’Europa.

È iniziata la fase finale dei colloqui; adesso bisogna spingere per un approccio rapido e costruttivo e prendere decisioni difficili. I negoziati proseguono da quasi mezzo secolo e le due parti conoscono bene le rispettive posizioni sui punti più delicati. Resta da vedere se saranno disposte a farsi concessioni reciproche.

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