Quando si parla di rivoluzioni come la Primavera araba, gli analisti, spesso, dimenticano la storia. Dimenticano le ragioni ancestrali che hanno portato un Paese a non riconoscersi più come tale, perdendo ogni valore democratico e lasciando che un governo autoritario prenda il potere, rompendo ogni genere di contratto sociale. Da qui parte il libro di Ibrahim Fraihat, Unfinished Revolutions: Yemen, Libya, and Tunisia after the Arab Spring: non scordiamo cosa ha portato alla rivoluzione. Un libro necessario per comprendere l’evoluzione di territori troppo spesso sconosciuti agli occidentali.

Nel 1762 Jean-Jacques Rousseau pubblicava Du contrat social: ou principes du droit politique, una delle opere filosofiche più importanti nella scienza politica. Lo ricorda anche Fraihat che, parlando della morte di Mu'ammar Gheddafi, spiega come in realtà il contratto sociale all’interno della Libia era già rotto. Gheddafi lo aveva distrutto, agendo da tiranno e non da governante, ignorando i tribalismi che hanno portato al Paese di oggi, una non-nazione spaccata e polarizzata. Fraihat ha analizzato l’evoluzione della società libica, dopo la morte di Gheddafi, individuando parallelismi con tutte le altre rivoluzioni. Sono quattro le fasi cruciali: ripristino della giustizia, riconciliazione nazionale, ricostruzione postconflitto e sviluppo post-conflitto. E la Libia pare essere ancora nella prima fase.

Riportare il sistema giudiziario sui binari dell’equità, per Fraihat, è la condizione necessaria per tutto. “Ci sono due Stati paralleli, e nessuno dei due ha interesse a soddisfare questa condizione”, spiega l’analista. Affinché questo processo si compia serve che la popolazione, e lo Stato, tengano conto di tre fattori: ricerca della verità, riparazione dei danni del precedente sistema giudiziario, trasparenza. Nessuno di essi è presente in Libia, sebbene il primo fattore sia molto sentito dalla popolazione.

La domanda naturale da porsi è come mai si è ancora fermi a questo punto? Secondo Fraihat, nel caso della Libia, è perché affinché ci sia stabilità dopo una rivoluzione occorre la pre-esistenza di una nazione omogenea. In pratica, la rivoluzione serve a restaurare quella che Fraihat definisce la “condizione normale” di unità nazionale, distrutta dal governo autoritario. Ma questo concetto non vale per un Paese, come la Libia, divorato dai suoi tribalismi interni. C’erano prima, ci sono oggi. Ci saranno anche domani? Forse sì, perché subentra il secondo elemento di disturbo alla restaurazione democratica, gli agenti esterni. Fraihat spiega che non basta solo che ci sia stato un contratto sociale prima della rivoluzione, per riportare una nazione a poter essere definita tale occorre anche che non ci siano interessi particolari in gioco. Nello specifico, occorre armonia nel processo verso uno Stato democratico, non basato su attori confliggenti, come invece accade fra le tribù libiche, spaccate tra loro, e le nazioni occidentali, divise nella fase di supporto alla Libia.

Riuscirà mai Tripoli a essere uno Stato stabile? La risposta di Fraihat non è definitiva. Molto dipende dall’Occidente. Se ci sarà l’intenzione di comprendere a fondo la complessità della Libia, allora potrà esserci una fase post rivoluzione capace di traghettare il Paese fuori dalle sabbie mobili attuali. Per farlo, un buon inizio è leggere l’analisi di Ibrahim Fraihat.