Qualche riflessione su questo risultato:

a) i “cattivi” colpiscono l’immaginario collettivo più dei “buoni” e questo sentimento condiziona anche l’esito di tante delle ultime consultazioni elettorali nelle nostre democrazie in crisi, come analizzato approfonditamente nel nostro numero sulla psicopolitica;

b) soprattutto, i lettori/elettori percepiscono che leader meno vincolati dalle pastoie del consenso democratico siano in grado di incidere maggiormente sulla nostra vita di tutti i giorni. Anche l’inglese Cameron, in fondo, ha modificato le nostre prospettive (pur se in senso negativo) quando ha provato a forzare i collaudati meccanismi istituzionali, annunciando e realizzando in modo anomalo un referendum (istituto pensato per un’autentica partecipazione democratica), ritenendo sciaguratamente di poterne controllare gli esiti;

c) finanche la morte di Fidel Castro ci consegna messaggi simili: le migliaia di persone, in patria e fuori, che gli hanno reso tributo, sono rimaste colpite più dalla sua forza rivoluzionaria della prima ora che dalla palude nella quale ha fatto precipitare il Paese nei decenni successivi;

d) non dedurrei però solo segnali negativi da questa consultazione. Emerge secondo me fortissimo il bisogno insoddisfatto di leadership, che oggi le nostre democrazie non riescono più ad esprimere. Si garantiscono la rielezione solo leader timidi come la Merkel, mentre non si scorgono affermazioni di protagonisti visionari e lungimiranti (e come potrebbero, vista la durata media dei governi democratici, che non supera i 3 anni…).

Un commento rapido sulla solidità della democrazia americana, nei giorni dell’insediamento del nuovo Presidente: Hillary Clinton ha ottenuto complessivamente oltre 2 milioni di voti in più di Trump, ma la sua vittoria non è mai stata in discussione (salvo che per alcuni opinionisti europei, malati di un inguaribile complesso di superiorità). Il sistema negli Stati Uniti funziona così: vince chi si aggiudica più grandi elettori e non più voti popolari. La ratio è evidente: il voto va distribuito proporzionalmente per Stati, per evitare che gli Stati più popolosi siano gli unici decisivi. Quindi, chi vince anche di un solo voto in uno Stato, si aggiudica in realtà tutti i grandi elettori in palio in quello Stato. Altro elemento virtuoso della democrazia americana è che non si mettono in discussione le regole ogni volta che il proprio candidato perde. Piccole pillole di saggezza democratica…

Mentre scrivo, leggo i risultati delle elezioni in Austria e del referendum in Italia: Van der Bellen si riconferma (dopo il voto ripetuto) Presidente per i prossimi sei anni in Austria, allontanando lo spettro del populismo dilagante in tutta Europa. In Italia, quasi il 70% degli Italiani rifiuta di modificare la Costituzione, volendo in realtà esprimere una condanna del renzismo. Il Presidente dimissionario Renzi non è riuscito evidentemente a rimontare l’errore iniziale di aver provato a intestarsi il presumibile (poi smentito dai fatti) plebiscito popolare, causando una reazione diffusa e infastidita.