Dal crollo dell'Impero Ottomano la Turchia non è mai stata così fragile. Il Paese deve fare i conti con il terrorismo, la recessione economica e il deterioramento delle istituzioni statali e della democrazia.

La storia turca è stata a lungo dominata dallo scontro tra laicisti repubblicani e conservatori religiosi, ma davanti alla prospettiva di uno stravolgimento dell’assetto istituzionale le tensioni sociali si stanno inasprendo.

Lo scorso gennaio, quando il Parlamento turco ha votato gli articoli per la riforma costituzionale, i deputati sono arrivati alle mani, scatenando una rissa come non se ne vedevano da tempo.

Dopo secoli di parlamentarismo i cittadini turchi potrebbero assistere alla trasformazione del sistema in una repubblica presidenziale, svolta che accrescerebbe il potere del Presidente Tayyip Erdogan.

La Costituzione turca attribuisce al presidente un ruolo prettamente cerimoniale, vietandogli di mantenere legami con singoli partiti politici. Ma Erdogan ha altri piani: da quando, nel 2014, ha vinto le prime elezioni presidenziali dirette della storia turca, ha esteso i suoi tentacoli sul potere esecutivo.

Non è certo un segreto che Erdogan manovri il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo al governo (Akp) e che nel corso degli anni abbia tolto di mezzo influenti co-fondatori del partito. Adesso ambisce a legittimare tramite un referendum costituzionale quello che di fatto è già un governo presidenziale. Per indire un referendum ha bisogno della maggioranza qualificata in Parlamento e il leader del Partito del Movimento Nazionalista (Mhp) Devlet Bahceli vuole dargli una mano.

L’emendamento richiede 330 preferenze in un’assemblea di 550 seggi e dovrebbe essere ratificato con un referendum popolare previsto per aprile. Al momento l’Akp detiene 317 seggi, meno dei necessari per sottoporre la riforma a un plebiscito, ma l’Mhp può ovviare al problema con i suoi 40 seggi.

I sostenitori di Erdogan affermano che il nuovo sistema sarà una versione turca di quello Usa o francese. Ma il sistema in “stile turco” è lontano anni luce dai controlli e dagli equilibri costituzionali presenti nei modelli Usa e francese.

Il controverso emendamento costituzionale limiterebbe molti poteri della legislatura rafforzando l'autorità di Erdogan: il potere esecutivo esercitato finora dal primo ministro e dal governo verrebbe trasferito nelle sue mani, permettendogli di legiferare per decreto e rispedire le leggi in parlamento.

Se dovesse passare, la riforma entrerebbe in vigore nel 2019. Erdogan avrebbe il potere di nominare e licenziare ministri e alti funzionari, ed emanare decreti presidenziali su questioni riguardanti l’esecutivo.

I suoi oppositori sostengono che questa riforma finirebbe per minare la separazione dei poteri e dare il via a un'espansione illimitata del potere esecutivo. Essi temono che il nuovo assetto trasformi la Turchia in uno Stato ancora più autoritario, peggiorando la situazione in tema di diritti umani e libertà e indebolendo un sistema democratico già compromesso dai continui giri di vite a danno dei laicisti, della sinistra e dei politici filo-curdi.

Il dominio di Erdogan ha raggiunto un nuovo picco all’indomani del colpo di Stato fallito del 15 luglio scorso. Fethullah Gulen, un predicatore residente negli Usa i cui seguaci hanno pervaso per decenni le istituzioni centrali dello Stato turco, è accusato di aver architettato il golpe.

Il governo turco ha indetto lo stato di emergenza ed Erdogan ha emanato vari decreti legge per togliere di mezzo tutti i sospettati di legami con i gulenisti. Decine di migliaia di dipendenti pubblici e funzionari sono stati sottoposti a fermo o destituiti, il governo ha assunto il controllo di numerose imprese, più di 130 agenzie media sono state chiuse e il 3% degli accademici ha perso il posto di lavoro. Nessuna di queste misure è stata soggetta a controllo giudiziario.

Lo stato d’emergenza è stato prolungato varie volte ed è probabile che il referendum avvenga sotto i decreti post-golpe.

I critici sostengono che le attuali misure non si sono limitate a colpire i presunti cospiratori, assumendo piuttosto la forma di una repressione su vasta scala dell’opposizione. Agli arresti ci sono infatti anche molti oppositori del governo, tra cui avvocati curdi, sindaci di province meridionali a maggioranza curda, politici di sinistra, accademici laicisti e giornalisti.

Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) la Turchia avrebbe incarcerato almeno 81 giornalisti accusati di attività antistatali, rivelandosi peggio della Cina in tema di libertà di stampa. Più di 3000 cittadini turchi sono stati accusati di aver insultato il presidente.

Chiaramente non è il momento migliore per consultare la popolazione in materia di riforma costituzionale.

L'attività repressiva della leadership turca non è una novità, ma si sta intensificando ora che Erdogan può usare il fallito golpe come pretesto per sbarazzarsi degli oppositori, sostenendo di attuare misure contro la “minaccia del terrorismo”.

I contrasti politici e sociali in Turchia si sono inaspriti anche a causa dell'espansione del terrorismo e dei problemi relativi alla sicurezza.

A capodanno un uomo armato ha fatto irruzione nell’affollatissima discoteca Reina uccidendo 39 persone e ferendone altre 69. Lo Stato Islamico (Is) ha rivendicato la strage, definendo la Turchia “serva della croce” e dando a intendere che l'attentato è stato una rappresaglia per l'intervento militare turco in Siria e Iraq.

Da giugno 2015 a oggi la Turchia è stata ripetutamente colpita da attacchi terroristici, sia per opera di terroristi islamici che di separatisti curdi, con un numero di vittime che supera le 430.

L’operazione militare turca in Siria (“Scudo sull’Eufrate”) avviata lo scorso agosto è riuscita ad allontanare Is dal confine meridionale turco, ma è servita anche a impedire ai curdi siriani, ritenuti dalla Turchia un ramo dell’organizzazione illegale del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), di unirsi ai cantoni curdi che aspirano all’autonomia territoriale nel nord della Siria.

Fino alle elezioni del 7 giugno 2015 il governo turco ha condotto trattative con i leader del Pkk nel tentativo di porre fine a un'insurrezione scoppiata una trentina di anni fa nel sud della Turchia, che è costata la vita a più 40.000 persone.

Ma l’esito delle elezioni ha decretato una drastica riduzione dei seggi dell’Akp e il successo del gruppo filo-curdo Partito Democratico dei Popoli (Hdp) ha riacceso il conflitto tra il governo turco e il Pkk.

Da allora l’Akp ha assunto toni sempre più nazionalistici, mentre il Pkk, spronato dalle conquiste dei curdi siriani che hanno consolidato il proprio controllo su ampie fette di territorio nel nord della Siria, ha rotto il cessate il fuoco e ripreso i combattimenti.

L’effetto cumulato di tutte queste atrocità non è solo un Paese intimorito e sempre più instabile, ma anche un’economia stremata che lascia presagire una recessione nel 2017.

Fino a qualche anno fa la Turchia era l'economia con la crescita più forte del G20. Ma il tempo dell'abbondanza è finito, come dimostra la crescita degli indicatori del rischio per l’incertezza politica e le minacce per la sicurezza. Moody’s e Standard & Poor’s hanno declassato il rating sovrano turco al livello di “non investimento” nel 2016.

Oltre alla fuga del capitale straniero indispensabile per l’economia del Paese, la lira turca ha raggiunto i minimi storici rispetto al dollaro Usa nel 2016. Il crollo della lira non ha fatto che accelerare nel quarto trimestre in seguito alla notizia della possibile trasformazione politica della Turchia in una repubblica presidenziale forte. La valuta turca ha continuato la sua discesa da quando il Parlamento Europeo ha chiesto la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Ue a causa del deteriorarsi della democrazia nel Paese.

Poiché gli elettori turchi sono spesso influenzati da considerazioni di natura economica, un lungo periodo di instabilità economica rischia di ledere la popolarità del partito di governo. È per questo che Erdogan vuole giocare la carta del referendum costituzionale il più presto possibile.

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