La Bosnia-Erzegovina è sempre stata considerata una Jugoslavia in miniatura: il centro, non solo geografico, di una federazione socialista che ai tempi di Tito, come ricorda un vecchio adagio, riuniva sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni e due alfabeti. La Bosnia-Erzegovina ancora oggi è abitata da tre popoli: bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici. Comunità più volte in guerra tra loro nel Novecento, eppure abituate anche a convivere da più di mezzo millennio. A volte fianco a fianco, come nella capitale Sarajevo, soprannominata “la Gerusalemme d’Europa” perché nel raggio di poche centinaia di metri ospita una grande moschea, la cattedrale cattolica, quella ortodossa e la sinagoga: le tre fedi abramitiche (ebraismo, cristianesimo e Islam) che si specchiano da secoli come in nessun altro luogo del continente. Un’eccezionalità che ha spinto scrittori come Dževad Karahasan a conferire a questa città in mezzo alle montagne il titolo esoterico di “centro del mondo”.

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