Nel 2002, ero capo segreteria di Renato Ruggiero ministro degli Esteri e ricordo che sullo scarso entusiasmo dei ministri di Berlusconi per lo storico ingresso in scena della moneta unica si concluse la sua avventura in quel Governo, con una esplosiva intervista su Repubblica. Ancora oggi, le notizie che circolano sulla Moneta Unica non sono quasi mai sostanziate da dati oggettivi: è convinzione diffusissima, ad esempio, che la Moneta Unica abbia fatto aumentare i prezzi. È vero che, con la sua introduzione, molti prezzi sono stati modificati al rialzo, anche per l’ingiustificabile latitanza della preposta polizia annonaria, che avrebbe dovuto vigilare sul rispetto dei cambi lira-euro, impedendo le speculazioni. Tuttavia, facendo l’esempio dell’Italia, è altrettanto vero che se negli anni Settanta, Ottanta e Novanta l’inflazione media viaggiava a doppia cifra (11,5% all’anno con punte superiori al 20% a fine anni Settanta), nel 2016 l’inflazione italiana ha registrato il segno meno (-0,1%).

Altro clamoroso luogo comune è la diceria che con l’euro i Paesi membri abbiano perso la loro sovranità monetaria: la signora Le Pen in Francia e Grillo in Italia non dicono, o peggio, non sanno che prima dell’euro la sovranità monetaria era del tutto illusoria, visto che le politiche monetarie dei Paesi europei si condizionavano a vicenda e le autorità monetarie nazionali finivano con l’essere al traino della politica monetaria della moneta più stabile (il marco tedesco, dunque). Adottando l’euro, questi paesi hanno in realtà conquistato – e non perso – sovranità, potendo nominare un membro nel Comitato direttivo PRIMA PAGINA della Bce. Dunque, se Banque de France o Banca d’Italia ritornassero alle loro monete nazionali, a contare non sarebbe tanto la sovranità formale che sulla carta avrebbero ma quella che origina dalla credibilità che il resto del mondo riconoscerebbe loro.

Infine, il mantra degli euroscettici è che il ritorno alla moneta nazionale farebbe aumentare l’export: non neghiamo che l’impatto immediato della svalutazione potrebbe favorire le esportazioni; ma il vantaggio sarebbe prestissimo vanificato dall’inevitabile ripresa dell’inflazione, dovuta alla svalutazione stessa. Non è certo con la spirale svalutazione- inflazione che i Paesi europei esporterebbero di più, ma semmai aumentando la produttività. A testimonianza di ciò, dal 1979 ad oggi, la produttività tedesca è cresciuta dell’84% e quella italiana solo del 43%. Aggiungiamo che una moneta con un cambio flessibile sarebbe certamente preda di attacchi speculativi; il consigliere economico del Front National ha spiegato che – per fronteggiarli – una volta che la Francia dovesse uscire dall’euro, aderirebbe al serpente monetario. Peccato che l’esperienza del serpente monetario (memoria corta?) non è stata affatto fortunata: vi sarebbero forti spinte alla fuga di capitali all’estero, dettate dal timore di vedere i propri risparmi convertiti in una moneta destinata a svalutarsi. Quando, negli anni Novanta, l’Italia era spesso a rischio di attacchi speculativi, pur all’interno del Sistema Monetario europeo, la lira subiva crolli a doppia cifra (-20% nel 1992). Chi dunque prospetta che uscendo dall’euro si possano recuperare spazi di sovranità, farebbe bene a essere onesto con i propri elettori, cominciando a parlare anche dei costi: -2,3% in un anno e -9% a lungo termine. Secondo lo studio diffuso qualche settimana fa dal think tank francese Institut Montaine, è questa la stima media del costo sul Pil di un’eventuale uscita della Francia dall’Unione monetaria, sulla quale la candidata del Front National, Marine Le Pen, ha annunciato un referendum, in caso di vittoria (peraltro improbabile) alle presidenziali di questi giorni.