Mai come oggi i cambiamenti climatici sono al centro del dibattito mediatico e geopolitico, anche per la presa di posizione della nuova Amministrazione americana. È allora importante chiarire cosa sappiamo, a che rischi andiamo incontro e che scenari si aprono.


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Cosa ci dice la comunità scientifica? Sulle cause del riscaldamento globale, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite non ha (quasi) dubbi. Il 97% degli scienziati ritiene che le attività umane e la conseguente emissione di gas serra clima-alteranti, come anidride carbonica (CO2) e metano (CH4), sono i principali responsabili del riscaldamento globale.

Come sta cambiando il clima? 16 dei 17 anni più caldi di sempre sono stati registrati dal 2001, con il 2016 anno record a livello globale. Legambiente stima che in Italia dal 2010 ad oggi 242 eventi climatici estremi hanno causato 55 giorni di blackout elettrici, oltre 145 vittime di inondazioni e oltre 40.000 persone evacuate. Nel 2015, ondate di calore hanno causato 2.754 morti tra gli over 65 e gravi danni alla produzione agricola, ittica e agli allevamenti. Sono stimate in 400 miliardi di euro le perdite registrate da eventi climatici estremi dal 1980 ad oggi in tutta Europa.

L’area del Mediterraneo è considerata dagli scienziati una regione particolarmente critica. L’aumento di temperatura di 1.5 gradi potrebbe causare la perdita del 20% di acqua, mentre un aumento 2 gradi potrebbe modificare gli ecosistemi del Mediterraneo senza precedenti negli ultimi 10.000 anni. In Siria, a seguito della peggiore siccità degli ultimi 900 anni immediatamente antecedente alla guerra, oltre 1 milione di persone, per la maggior parte contadini e allevatori, sono state costrette a spostarsi dalle campagne alle città dove sono iniziate le prime proteste.

A quali rischi andiamo incontro? Secondo proiezioni medie e più probabili dell’IPCC la temperatura globale media potrebbe innalzarsi di 4 gradi a fine secolo rispetto al livello preindustriale. L’onda di calore che ha colpito l’Europa nel 2003, provocando migliaia di decessi, diventerebbe un’estate normale. Scenari più estremi, possibili ma meno probabili, indicano un rischio di surriscaldamento fino a 8 gradi. Con effetti devastanti: molte aree del globo, come equatore, tropici e parti del Medio Oriente, diventerebbero inabitabili.

Considerando che per ogni aumento digrado il raccolto di cereali scende del 10%, la crescita demografica attesa è del 30% al 2050 e 800 milioni di persone soffrono ancora fame e malnutrizione, garantire la sicurezza alimentare diventa una sfida senza precedenti. Batteri e virus, fino ad oggi intrappolati nei ghiacciai dell’Artico, rischiano di riemergere. Ciò che preoccupa di più è la ricollocazione geografica di infezioni come febbre dengue e malaria in zone estinte, fra cui in Europa, trasportate da vettori migratori come le zanzare, che prosperano a temperature elevate e si riproducono 10 volte più velocemente per ogni aumento di grado.

L’innalzamento del livello dei mari, negli scenari peggiori anche di 3 metri entro fine secolo, avrà un impatto notevole sulle popolazioni e infrastrutture costiere dove sono situate un terzo delle città più grandi del mondo e almeno 600 milioni di persone vivono entro 10 metri sul livello del mare. Un terzo dell’anidride carbonica che produciamo viene risucchiata dagli oceani, provocandone l’acidificazione e mettendo a rischio interi ecosistemi marini. La perdita delle barriere coralline minerebbe la sussistenza di un quarto della vita marina e di mezzo miliardo di persone.

Tutto ciò contribuirà all’insorgere di conflitti – sono 79 quelli in cui lo studio “A New Climate for Peace”, commissionato dai Governi del G7, ha individuato cause climatiche – a generare grandi masse di migrazione forzata – le Nazioni Unite stimano fino a 200 milioni di migranti climatici al 2050 – e a una decrescita economica strutturale, riducendo valore e occupazione.

L’incertezza è un fattore sempre presente nella scienza e nella natura ma di per sé non può essere un motivo per non agire. È importante comunicare in modo accurato l’insieme dei possibili scenari che la comunità scientifica mette a disposizione e utilizzarli per gestire il rischio clima in modo efficace. Tuttavia manca oggi nel dibattito pubblico un senso di urgenza rispetto i pericoli reali del riscaldamento globale. Le ragioni sono molte: il linguaggio timido e astratto della scienza; il silenzio dei media; la sovra-esposizione mediatica di una schiera ridotta di voci negazioniste o scettiche; l’idea che il cambiamento climatico colpirà altrove, non ovunque; il disagio di un problema molto difficile da risolvere e che include la prospettiva del nostro annientamento; la semplice paura che si trasforma in diniego. È necessario allora sviluppare un dibattito più sofisticato e che abbracci, con coraggio e visione, la complessità nella sua interezza. Perché se da un lato il clima si estremizza, dall’altro disponiamo già oggi delle tecnologie e delle risorse economiche per una gestione pacifica e prospera del cambiamento.

Il 2015 ha rappresentato un punto di svolta, non solo per lo storico Accordo di Parigi. L’installazione di nuovi impianti di energie rinnovabili ha superato quella di combustibili fossili, con gli investimenti globali in rinnovabili che hanno raggiunto la quota record di 349 miliardi di dollari e il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti. Cina e India si apprestano a diventare i nuovi leader globali della rivoluzione verde: la Cina pianifica 361 miliardi di dollari di investimenti in energie pulite al 2020, pari al 40% degli investimenti globali, con la creazione di 13 milioni di nuovi posti di lavoro. L’India punta a quintuplicare le rinnovabili al 2022 e dal 2030, per contrastare l’inquinamento atmosferico e ridurre le importazioni di combustibili fossili, sarà definitivamente vietata la commercializzazione di veicoli non elettrici. Se questi piani diventeranno realtà, sia Cina che India eccederanno gli impegni nazionali presi all’interno dell’Accordo di Parigi.

In molti contesti le rinnovabili sono oggi più economiche dei combustibili fossili grazie alla rapida scesa dei prezzi spinta dall’innovazione tecnologica e gli investimenti su larga scala. Negli Stati Uniti di Trump, vento e sole forniscono l’elettricità ad oltre 26 milioni di case e 2,2 milioni di americani sono impiegati nella progettazione, installazione o produzione di prodotti o servizi di efficienza energetica. In Italia, la Green Economy dà lavoro a quasi 3 milioni di persone con un contributo stimato a 190,5 miliardi di euro nel 2015. Il Governo italiano è inoltre impegnato ad elaborare scenari di uscita definitiva dal carbone tra il 2025 e il 2030. Le politiche climatiche hanno un effetto positivo anche sulla crescita, con un incremento del Pil dei paesi G20 stimato a circa il5% entro il 2050. Un ritardo nell’attuazioni di tali politiche costerebbe invece il 2% del Pil.

La sfida del cambiamento climatico è sostanzialmente una sfida temporale e politica. Quanto rischio clima siamo disposti ad accettare e a che velocità e scala siamo disposti ad accelerare la trasformazione dell’economia per garantire a tutti un futuro di pace e prosperità?

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